Quale è il limite che dovrà solcare l'arte digitale per mettere in luce la validità, o addirittura il genio, di chi ha scelto di cimentarvis

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La scorsa settimana ho partecipato a una vacanza/seminario a Pioppi, vicino a Salerno. Si è parlato molto, in questo seminario, di montaggio ed estetica, ma non solo. È stata per me l'occasione di maturare alcune riflessioni che riguardano l'arte digitale.

 

È necessario fare una premessa: se si dovesse valutare solo un'opera per come ci appare, espressione che conclude un processo creativo, arte digitale e fotografia artistica sarebbero disgiunte da una differenza trascurabile, in pratica dal supporto su cui queste vengono impresse, lo schermo di un pc o una superficie di carta fotografica, trascurabile perché trattandosi di forme d'espressione della riproducibilità nulla ci vieterebbe di trasmetterle imprimendole entrambe su carta fotografica oppure di lasciare che siano dei cristalli liquidi a renderle visibili.

 

Mi spiego meglio, Francesco ora si sta muovendo in una galleria, in questa galleria sono appese alle pareti opere fotografiche equivalenti a un singolo o a più scatti accostati tra loro, ottenute analogicamente – ovvero imprimendo un'immagine su una pellicola e poi sviluppata – nello stesso luogo ci sono opere di arte digitale, anche queste stampate. Ma nessuno dice a Francesco quali lavori siano stati realizzati attraverso l'elaborazione di immagini digitali e quali no, Francesco può solo riflettere a riguardo delle opere che lo circondano impiegando una rosa di strumenti da cui è però esclusa l'analisi del processo di produzione creativa – Francesco non può che limitarsi a pensieri di carattere storicistico: questa immagine mi ricorda questo e quello, o di carattere sensibile: quest'opera ha queste forme, questi colori, questa composizione. O di carattere emotivo: quest'opera mi fa provare questo. O spirituale (e come non pensare a Kandinskij): c'è qualcosa in quest'opera che fa vibrare le corde dell'anima. Ecco, soprattutto ponendosi degli interrogativi su che cosa, in termini profondi, possa essere l'arte, che i mezzi e i processi con cui un'opera viene realizzata diventano un interessante motivo di discussione.

 

Possiamo parlare di strumenti artistici in termini di potenza, ovvero di ciò che impiegandoli potremo esprimere – con questo non intendo dire che chi fa arte con un pezzo di carbone, una hb o una tavolozza di colori e un pennello stia facendo qualcosa di migliore o peggiore rispetto a chi impiega Photoshop, Corel Draw e tavoletta grafica – dico solo che sta facendo qualcosa di differente, qualcosa di materico.

 

Alcuni ritengono che arte sia almeno un oggetto a cui sia stato attribuito un valore di unicità e irriproducibilità. Altri, e io propendo da questa parte, ritengono che l'arte sia in sostanza il frutto di un individuo creativo che ha trovato la via migliore per esprimere il suo estro, in realtà una posizione non nega l'altra – se, per esempio, un'opera di arte digitale venisse stampata in una volta sola e autografata e i file da cui è stata ottenuta distrutti, essa non sarebbe riproducibile se non fotografandola e ristampandola, processo che per definizione non sarebbe in grado di clonarla perfettamente, ma che prevederebbe comunque differenze significative anche se difficilmente osservabili: la composizione della carta sarà la stessa tra originale e copia? La tipologia di stampa per realizzare entrambe identiche? La vividezza dei colori?, In termini microscopici si parlerebbe di due mondi differenti – e lo stesso vale per qualsiasi falso, anche uno di De Chirico, – immagino mesi di scatti, di fotomontaggio, di elaborazione, di illustrazione effettiva tradursi poi in una singola opera – la cui creazione, se non si è proceduto come detto poc'anzi, è testimoniata da cartelle contenenti scatti differenti, o pile di carta con bozze (perché quasi sempre anche chi opera nel settore dell'arte digitale inizia la produzione di un'opera con una matita in mano).

 

La domanda che forse ci dobbiamo porre quando parliamo di arte digitale è: impiegando i mezzi che oggi ci vengono messi disposizione dalla tecnica che cosa Leonardo da Vinci sarebbe riuscito a fare? Credo che la grande domanda che l'arte digitale si debba porre è proprio questa, essendo essa sintesi e sinergia, delle più svariate tecniche di espressione artistica, quale è il limite che dovrà solcare per mettere in luce la validità, o addirittura il genio, di chi ha scelto di cimentarvisi.

 

Quanto sarà difficile per questo individuo proporre quel qualcosa di incomprensibile, quel qualcosa che rende un opera di Rotkho, di Magnelli, come di Magritte capace di portarci a uno stato di grazia. Io non credo sia l'autenticità, almeno non nei termini in cui Benjamin la descrive – non mi interessa sapere quale tra cinque bronzi identici e oggettivamente antichi sia stato fuso per primo, e del resto essendo l'arte digitale per definizione l'espressione della tecnica più avanzata il paradigma di Benjamin non è applicabile per comprendere il valore di una disciplina così giovane e dai contorni ancora così sfumati.

 

È interessante domandarci del resto se è questo ciò che l'arte digitale vuole: ovvero muoversi in un ambito dove l'interesse non è illustrare o comunicare ma mettere un ricevente nella straordinaria condizione di arrestarsi, di essere vittima di un processo psichico di estasi.

 

C'è nell'arte digitale una caratteristica che la rende ai miei occhi molto interessante, da un lato lo scollamento esplicito (e spesso involontario) che essa opera nei confronti dell'arte intesa dal punto di vista storico, questo apparente oblio la catapulta nel rombante presente, perché l'eredità della tradizione è leggera alle spalle di molti di quelli che praticano l'arte digitale, giungendo a essi, molto spesso, per riflessione.

 

Inoltre, da quanto mi è stato possibile osservare, l'arte digitale propone immagini dalla forte eloquenza, immagini non di rado capaci di parlare a un ampio pubblico – questo essere disciolti nella sostanza del presente, per assurdo comporta di fatto il non appartenere a un tempo specifico, quasi come se la morte dell'arte proposta da Hegel nell'Estetica fosse per gli artisti digitali qualcosa di ignorato, e dunque di mai sopraggiunto.

17/09/2011

Francesco Terzago

francesco.terzago@gmail.com

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