lavoro di contaminazione e fusione: quasi un’operazione alchemica di mutazione dello spirito e della materia in grado di perfezionarli entra

Metafora del Corpo

Da inizio Quattrocento sino a metà dell’Ottocento rappresentare il corpo, nelle sue diverse modalità espressive, presupponeva l’idea che l’Uomo fosse misura di tutte le cose, garante dell’Ordine e del significato del Reale. Gli oggetti, il paesaggio, acquisivano valore solo in quanto specchio dei ragionamenti e della sensibilità dell’Individuo.

 

Paradossalmente, tale visione è entrata in crisi con il culmine della Rivoluzione Industriale, quando raggiunge l’acme ciò che Heidegger ha definito il difetto sostanziale della metafisica occidentale da Platone in poi: il dualismo e la volontà di predominio sull’ente che presuppongono il dominio su una physis sempre più desacralizzata, ridotta ad un substrato da sfruttare e manipolare.

 

Il predominio della Teknè pone l’Uomo non più dinanzi ad un Cosmo ordinato e prevedibile, ma dinanzi ad un Caos oscuro e mutevole che come Proteo cambia forma, per sfuggire a qualsiasi tentativo di essere racchiuso in una definizione.

 

Dinanzi a tale sfida, gli artisti hanno tentato diversi approcci: il primo, banale è ignorare la rottura del legame tra Individuo e Reale, creando un mondo immaginario, tanto figlio del virtuosismo tecnico, quanto estraneo alla vita.

E’ la strada seguita dall’Art pompier che però, con i suoi scenari di cartapesta, non fa nient’altro che nascondere il Vuoto: caduto il sipario brillante, però non rimane che il Nulla.

 

L’altra strada è quella dell’inversione dei valori: il Mondo non è più proiezione dell’Io, ma al contrario è l’Io a rispecchiare il caos del Mondo e la sua dissoluzione. Un lungo cammino che partendo dall’espressionismo a portato alla progressiva emarginazione della rappresentazione della figura umana.

 

Un’iconoclastia che partendo dall’Espressionismo è arrivata all’astrazione ed agli estremi di Mark Rothko.

 

La terza via è quella sintetizzata da una frase di Modigliani rispondendo in una lettera alla domanda di Survage su perché gli avesse fatto nel ritratto di Nizza del 1918 un occhio cieco

“Perché con uno guardi il mondo, con l’altro guardi dentro di te”

 

Ossia ridefinire in maniera diversa il rapporto tra Uomo e Realtà: non proiezione delle istanze e contraddizioni dell’uno sull’altro, ma un lavoro di contaminazione e fusione: quasi un’operazione alchemica di mutazione dello spirito e della materia in grado di perfezionarli entrambi e capace di ricongiungerli alla matrice universale.

 

Opus di riconciliazione in cui si “mette a morte” il Passato, non per distruggerlo, ma per rinnovarlo come la Fenice, ottenendo un nuovo inizio foriero d’incorruttibilità ed immortalità, gettato nell’hic et nunc del mondo contingente e non soltanto negli orizzonti escatologici di una promessa oltremondana.

 

Strada che nel Novecento è stata perseguita, con linguaggi differenti da Bacon e da Freud.

Così Lorenza Trucchi definisce la pittura di Bacon

 

Sarebbe sbagliato affermare che Bacon deforma di proposito i propri soggetti per acre gusto caricaturale, o polemico, come facevano gli espressionisti o per scaltrita volontà di sperimentazione formale, come facevano i cubisti, perchè anche quando ne altera, scompagina, sovverte i volti il suo scopo finale, mai dissacratorio, resta quello di ottenere, sia pure attraverso molte impressioni parziali, una immagine veridica totale dell'espressione e ,quindi, dell'essere.

 

Bacon, l'ultimo erede del Barocco, definiva la sua pittura, l'essere acrobati su una corda tesa tra astrazione e figurazione, contemplando gli abissi del vivere.

 

Consapevole della tragicità della società moderna, basata sull’incomunicabilità, ignorava la parola, poiché aveva perduto il legame con le cose, riducendosi a puro suono, riflesso del nostro abisso e della nostra solitudine, svuota di senso ogni dialogo.

 

Per ribellarsi alla Noia che, come le tenebre, ricopre ogni cosa, il desolato spazio che racchiude la vita, le sue figure urlano. Ed in questo grido, versione tragica del Fiat Lux della Creazione, ricreano la loro comunione con un Mondo disperato.

 

Un percorso differente seguiva Lucian Freud che così scrisse una volta

“Cosa chiedo a un dipinto? Gli chiedo di stupire, disturbare, sedurre, convincere”

 

Freud recupera nella rappresentazione del Corpo, il Sublime. Kant lo definiva come qualcosa di superiore a qualsiasi comparazione, illimitato, privo di forma, caratterizzato da un contrasto tra la ragione come aspirazione all’infinito e l’immaginazione che non riesce ad abbracciarlo. Ciò lo pone al di là del giudizio estetico.

 

Così è la pittura di Freud, uno sfidare la Cultura ed il Passato, riportando lo Spiritp a confrontarsi con la Materia. Ciò non implica il corrompersi e il putrefarsi, ma caricarsi del dramma dell'Esistere, come Cristo con la Croce in un quadro di Matthias Grünewald.

 

Immagine dilaniate da lampi di colore, che scarnifica l'Uomo, mostrando i limiti del suo corpo e ricomponendolo con il filo di un'improbabile speranza.

 

Riscoperta del corpo che negli ultimi anni si è diffusa anche in Italia, come ribellione a quell’imbroglio Post Moderno che è stata la Nuova Figurazione, in cui rinunciando a qualsiasi contenuto gnoseologico ed all’ambizione di mutare il mondo, si è ridotta la pittura a vuota decorazione, copia dozzinale della fotografia.

 

Riscoperta che ha seguito infinite strade: l’astrazione platonica di Irene Salvatori, i cui manichini rappresentano le Idee universali che trascendono l’individuale ed il contingente. L’espressionismo di Alessandro Bulgarini, attualizzazione di quello di Ensor, nemico delle ipocrisie e delle falsificazioni su cui si fonda la società dell’Immagine.

 

Il rovello coloristico di Claudia Venuto, specchio del peso di vivere che ci accompagna ogni giorno. La poetica bellezza inseguita da Cristina Iotti, la ricerca degli archetipi del Pensiero e del Mito di Marco Annaloro, la visione onirica e straniante di Roberta Serenari o malinconicamente fiabesca di Elisabetta Trevisan.

 

E l’esperienza dell’iperrealismo, penso a Daniela Montanari, Claudia Bianchi, Giuseppe Sassone, Giuseppe Gigli e tanti altri artisti, in cui la rappresentazione trascende il dato ottico per diventare analisi dell’essere nel mondo e riflessione dell’anima di chi crea e di chi osserva.


In tutto ciò, come si pone la Digital Art? Da una parte, con il centrare la rappresentazione sull’Umano, rende il corpo principale oggetto della sua ricerca, dall’altra, con la contaminazione dei linguaggi, lo trascende, applicando lo stesso approccio con cui Barthes descriveva la poetica di Arcimboldo.

 

Si direbbe che, come un poeta barocco, Arcimboldo sfrutti le curiosità della lingua. La sua pittura ha un fondo linguistico, la sua immaginazione è poetica in senso proprio: non creai i segni, li combina, li permuta, li svia, compie insomma il lavoro di ogni operaio della lingua, la metafora gira su se stessa in un movimento centrifugo: schizzi di senso all’infinito

30/08/2011

Alessio Brugnoli

brugnolialessio@gmail.com

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