La conoscenza del contesto, pur permettendo una comprensione più ampia dell’opera, non ci limita il suo godimento estetico. Basti pensare al

Oltre l’Opera Aperta

Tra gli artisti che più o meno consapevolmente si rifanno alla cultura Post Moderna vi è l’idea che l’arte non sia una forma di conoscenza e non abbia valore gnoseologico. Non potendo quindi nulla comunicare, deve soltanto rispecchiare una Decorazione totale e totalizzante.

 

Tesi che non mi sento di condividere: per me l’arte è Epifania, manifestazione di quella che i Platone chiamavano eidos ciò che causa ad una cosa quel che è, cosa è, e senza la quale perde significato. Non forma vuota, ma substato di un linguaggio che comunica e costruisce visioni del Mondo.

 

Linguaggio che al di là delle differenze di grammatiche e sintagmi utilizzati dall’artista, è costituito dalla dialettica tra diversi elementi: ciò che vuole dichiarare il creatore implicitamente ed esplicitamente, ciò che interpreta il fruitore, proiettando il suo io nell’opera.

 

La critica post moderna, con il concetto di Opera Aperta, ha privilegiato il ruolo del fruitore: basti pensare alle analisi di Eco, o in ambito internazionale, ad Harold Bloom. Entrambi, anche se fondano il loro discorso filosofico su presupposti differenti, un’opera d’arte è e contiene ciò che il fruitore vi vede, non ciò che il creatore, consciamente o inconsciamente, vi ha messo.

 

Non solo non è importante ciò che vuole l’artista, ma anche la sua creazione non è interpretabile secondo canoni oggettivi, ma solo attraverso la sensibilità di chi si vi confronta che può mutare nel corso del tempo.

 

Così come per Eraclito era impossibile bagnarsi due volte nella stessa acqua di un fiume, così è impossibile intepretare nello stesso modo due volte una stessa opera d’arte. Idea paradossale, poichè la creazione non è un’attività democratica, ma atto d’imperio dell’Artista, che scegliendo come e cosa rapprensentare, pone delle regole e dei vincoli dell’intepretazione.

 

Per fare un esempio concreto, se fotografo o dipingo un cane, il fruitore può attribuirgli un valore, figlio della sua esperienza di vita e della sua sensibilità, potrà arricchire ciò che ho avevo intenzione di dire con la mia rappresentazione, aggiungendovi valore, ma non dire che è un gatto.

 

E’ questa la principale differenza tra Opera Aperta e Meta Linguaggio: l’Opera Aperta è basata sulla sottrazione e sulla sostituzione del senso, mentre il Meta Linguaggio sull’arricchimento e sulla contaminazione.

 

L’Opera Aperta è un’imposizione, a volte in violazione del principio di realtà, mentre il Meta Linguaggio è un dialogo, l’utilizzo di quanto scritto, dipinto o fotografato, come trampolino per tuffarsi in nuove esplorazioni del proprio Essere e del Reale.

 

Cosa genera questo Meta Linguaggio? Da una componente individuale, l’esperienza di vita e la sensibilità individuale del fruitore ed una collettiva, l’insieme degli elementi culturali che permettono di interpretare i simboli ed i messaggi contenuti nell’opera.

 

Faccio un esempio concreto: Melenconia I di Durer. Può sembrare un paradosso, ma tra l’incisione a bulino del Cinquecento e la Digital Art vi sono molte somiglianze: entrambe rappresentano il nuovo media artistico dell’epoca ed hanno avuto un processo evolutivo simile.

 

Sono passate dalla rappresentazione di ciò che era presente in altri linguaggi artistici alla creazione di uno proprio specifico, basato sulla contaminazione tra forme e culture.

 

Melenconia I, vista da un fruitore ignaro delle sue implicazioni culturali, da l’impressione oscillante tra la malinconia, la noia e la pensierosa solitudine. Un qualcosa simile allo spleen di Baudelaire, una condizione esistenziale comune ad ogni Uomo che ci appesantisce ed oscura l’animo.

 

L’erudito, invece riconosce ciò che per il fruitore dell’epoca di Durer era immediato: secondo Galeno, la cui teoria degli umori nel Rinascimento avevano la stessa diffusione e credibilità della nostra psicoanalisi, il temperamento umano era classificabile in quattro categorie: il sanguigno, il collerico, il flemmatico ed il malinconico.

 

L’uomo sanguigno era attivo, fiducioso, fortunato ed introverso: risultava portato alla politica ed agli affari. Il collerico era suscettibile e portato alla polemica ed allo scontro. Il flemmatico era tranquillo e pigro. Il malinconico era triste, infelice, sfortunato e condannato ai mestieri più servili e disprezzati.

 

La predominanza dell’umore malinconico donava un colorito olivastro, l’empatia con l’elemento Terra e l’influenza astrologica del pianeta Saturno. Ebbene Melenconia I gode di tutte le caratteristiche iconografiche definite da Galeno.

 

E’ livida in volto ed ha la carnagione bruna, la facies nigra. Sostiene la testa pensosa con la mano, tiene un compasso per la misurazione ed il calcolo, ha al fianco una borsa per contare il denaro ed intorno arnesi che potrebbero essere di un artigiano.

 

Tuttavia rimangono dei punti oscuri. Cosa signifcano le forme geometriche? Perché una scala sale verso il cielo dietro ai poliedri?

 

Per comprendere questi elementi dissonanti, è necessario ricordare come Durer fosse amico ed ammiratore Cornelius Agrippa, il platonista ed ermetista rinascimentale: in un brano della sua De Occulta Philosophia, Agrippa così scriveva:

 

L’humor melancholicus, quando s’infiamma e prende ardore, genera il delirio (furor) che ci conduce alla sapienza e alla rivelazione, specialmente se si combina a influssi celesti e soprattutto a quelli di Saturno… Perciò Aristotele nei Problemata dice che attraverso la melanconia alcuni uomini sono diventati esseri divini, capaci di predire il futuro come le Sibille… mentre altri sono divenuti poeti… e afferma inoltre che tutti gli uomini che si sono distinti in qualche branca della consocenza sono generalmente stati melanconici.

 

Inoltre, questo humor melancholicus ha un potere tale, dicono, da attrarre certi demoni nei nostri corpi, tramite la cui presenza e attività gli uomini cadono in estasi e pronunciano molte cose meravigliose… Ciò accade in tre forme differenti che corrispondono alle tre facoltà della nostra anima, cioè l’immaginazione (Imaginatio), la ragione (ratio) e l’intelletto (mens).

 

Poiché quando è resa libera dall’humor melancholicus, l’anima è completamente concentrata nell’immaginazione, e diviene immediatamente sede dei demoni inferiori, da cui spesso riceve istruzioni meravigliose nelle arti manuali: così vediamo un uomo del tutto inesperto diventare improvvisamente pittore o architetto, o maestro assolutamente eccellente in qualche altro genere di arte; se demoni di questo tipo ci rivelano il futuro, ci mostrano vicende relative a catastrofi o disastri naturali, per esempio bufere, terremoti, tempeste che si approssimano, o minacce di peste, carestia e devastazione…


Ma quando l’anima è completamente concentrata nella ragione, diviene sede dei demoni intermedi: per loro tramite raggiunge la conoscenza delle cose naturali e umane; così vediamo un uomo diventare improvvisamente filosofo, fisico, oratore; e degli eventi futuri esi ci mostrano ciò che si riferisce alla rovina dei regni e al ritorno delle epoche, profetizzando nello stesso modo della Sibilla ai romani…

 

Ma quando l’anima si eleva completamente all’intelletto diviene la dimora dei demoni superiori, dai quali apprende i segreti delle cose divine, come ad esempio la legge di Dio, la gerarchia angelica e ciò che si riferisce alla conoscenza delle realtà eterne e della salvezza dell’anima; degli eventi futuri essi ci mostrano per esempio prossimi prodigi, miracoli, l’avvento di un profeta o l’emergere di una nuova religione, proprio come la Sibilla profetizzò Gesù Cristo molto tempo prima che egli apparisse.

 

Di fatto il trittico detto Meisterstiche, di cui fa parte Melanconia I con il San Girolamo nella cella e Il cavaliere, la morte e il diavolo, è una rappresentazione dei tre gradi demonologici dell’humor melanchonicus.

 

Melanconia I quello dell’imaginatio, da cui nasce l’artista. Il cavaliere, la morte e il diavolo quello del filosofo, capace di liberarsi dalla tentazione della carne e di profetizzare i cambiamenti. Il San Girolamo la conoscenza delle cose divine.

 

Complicato no? Tuttavia, la conoscenza del contesto, pur permettendo una comprensione più ampia dell’opera, non ci limita il suo godimento estetico. Basti pensare alla Tempesta di Giorgione o alla Flagellazione di Piero della Francesca.

 

Ammiriamo la loro bellezza, proiettiamo su di esse le nostre passioni e sensazioni, pur non avendo completa conoscenza di ciò che ci vogliono comunicare.

 

La Digital Art, per avere un respiro universale, deve imparare dall’esperienza del Rinascimento: coniugare Forma, espressione dell’Io dell’Artista, capacità di evocare emozioni in chi la osserva e di essere testimone della cultura e delle ricerche filosofiche della nostra contemporaneità.

 

Solo così riuscità a superare l’afasia che blocca l’Arte Contemporanea italiana, la sua incapacità di parlare al cuore e di far riflettere sull’Uomo e sul Mondo.

26/08/2011

Alessio Brugnoli

brugnolialessio@gmail.com

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