La democratizzazione dell’Arte invece ha svalutato la tecnica, anteponendole l’idea ed il concetto, ha semplificato i mezzi espressivi ed au

Sul Manifesto - TQ

Con l'arrivo dell'estate, in Italia fioriscono i manifesti letterari.

 

Quest'anno è il turno del TQ, figlio dell'elaborazione di un centinaio di scrittori, critici, editori, giornalisti che il 29 aprile del 2011 si sono riuniti nella sede romana della casa editrice Laterza e diffuso da Nazione Indiana

 

http://www.nazioneindiana.com/2011/07/27/documenti-tq/

 

Manifesto che come tradizione si aprono con le lamentazioni sui tempi presenti: molte condivisibili, ma con un grosso però... Cambiando pochi aggettivi e sostantivi, l'incipit poteva tranquillamente essere pubblicato sul Politecnico di Vittorini.

 

In più di sessant'anni la realtà italiana non è cambiata? Oppure gli intellettuali e scrittori non riescono ad elaborare nuove categorie per l'interpretazione della realtà?

 

Il liberismo di Adam Smith è figlio di una società mercantile ed agricola. Karl Marx descriveva il contesto della prima industrializzazione.

 

Le loro analisi sono adatte a descrivere la società post-industriale, dove la produzione di beni è progressivamente sostituita da quella delle informazioni?

 

Se fossero vivi, sia Smith, sia Marx si sarebbero posti questa domanda e rivisto le loro analisi. Ma questo evidentemente non vale per gli intellettuali italiani

Il punto successivo, è l’invito all’impegno… Cito testualmente

 

Questo non è un appello che basti firmare: questo è un invito, aperto a tutti coloro che lavorano nell’ambito della cultura e delle arti, a pensare e ad agire assieme, deponendo egoismi e rivalità; a mettere in gioco parte del proprio tempo e in discussione il proprio ruolo artistico o intellettuale, e a essere fortemente, fieramente cittadini, operando da mediatori tra i saperi, intervenendo nel dibattito politico, immaginando nuovi modelli di pratiche sociali.

 

E qui torniamo ad un altro punto dolente: l’intellettuale e l’artista italiano, almeno dai tempi del Romanticismo è impegnato, ossia ritiene giusto mettere il suo pensiero e la sua creatività al servizio di cause, più o meno giuste, a volte per intima convinzione, più spesso per ottenere favori e prebende dal potente di turno o presunto tale.

E i firmatari del Manifesto TQ, dovrebbero riflettere sulle parole di Matteo Marchesini, tratte da un articolo del Foglio

 

Per uno scrittore, ci sono due forme serie di impegno. Primo, schivare populismo e dandysmo, ricordando che senza un rigore stilistico capace di aderire castamente al proprio oggetto si dicono cose false.

Secondo, riflettere sulla falsa coscienza che il suo lavoo, come ogni attività sociale, inevitabilmente comporta.

 

Chi stende arringhe su mafia, guerra o corruzione, ma non ci spiega qual è il suo posto e la sua parte di responsabilità nel mondo; chi finge che la Parola se ne giri “povera e sola” e non ci lascia capire come lo condizionino i media che usa – costui è un tartufo

 

Letteratura ed Arte non devono cadere schiave della retorica del contingente: a chi verrà dopo di noi dei problemi e delle polemiche del nostro quotidiano, se non diventano metafore universali, interesserà ben poco… Ha ragione Amleto

 

Cesare imperator, fatto cemento
non riesce a riparar un buco dal vento

 

Letteratura ed Arte dovrebbero ricordare all’Uomo come vivere e come morire. Terminata la pars distruens, il Manifesto TQ ha però il merito di identificare uno dei cambiamenti epocali del fare cultura della nostra epoca: la democratizzazione della Creazione. Tutti si credono scrittori, tutti hanno il loro manoscritto nel cassetto e tutti pretendoni di essere pubblicati e di vendere.

 

Lo stesso discorso può essere esteso all’Arte: una volta, per chiamarsi artisti, serviva un apprendistato, o nella bottega o nella vita, che insegnava le basi della tecnica e fungeva da filtro contro l’incompetenza.

 

La democratizzazione dell’Arte invece ha svalutato la tecnica, anteponendole l’idea ed il concetto, ha semplificato i mezzi espressivi ed aumentato le possibilità di contatto tra l’artista ed il pubblico.

 

Ciò ha incrementato possibilità, idee, contaminazioni e provocazioni: contemporaneamente, però, ha generato un terribile effetto collaterale. Dalla maestrina d’inglese repressa al pensionato dell’Enel annoiato, tutti si ritengono geni e grandi artisti, con il diritto divino di esporre e di avere recensioni.

 

Le gallerie ne hanno approfittato, cambiando il loro modello di business: non lavorano più per proporre opere ai collezionisti, ma per vendere pareti in modo che i presunti geni possano soddisfare la loro vanità.

 

E in questo vortice di rumore bianco, la vera bravura non riesce ad emergere. La lezione del Manifesto TQ, al di là di tutta la retorica è di ricominciare a privilegiare la qualità alla quantità.

Ai diecimila pittori e fotografi della domenica è preferibirle anteporre il piccolo numero di chi ha veramente il coraggio di proporre qualcosa di nuovo. L’Arte non un passatempo, ma una missione di vita ed è necessario donarle nuova autorevolezza.

 

Nel selezionare le proposte. Nell’avere il coraggio di chiamare il Brutto, il Pacchiano ed il Plagio con il loro vero nome, non indorare la pillola con artifici retorici.

 

Citando il Manifesto TQ, nel

 

denunciare in sede pubblica tutte le pratiche che contrastino con principi di etica e di qualità e in particolare quelle che tendono a erodere gli spazi della critica e a depotenziare il dibattito e la formazione di un’opinione pubblica.

 

Tutto al fine di rieducare il pubblico, ridonandogli la capacità di distinguere il grano dal loglio

13/08/2011

Alessio Brugnoli

brugnolialessio@gmail.com

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