Intervista a Francesco Terzago, di Alessio Brugnoli: l'artista, lo scrittore, il poeta, sono oggi più che in passato chiamati ad avere cosci

Intervista a Francesco Terzago

Francesco, una delle voci più interessanti della poesia e della critica letteraria italiana, ha collaborato con Disney Italia, redattore di Poesia2.0 e AbsoluteVille, negli ultimi anni si sta sempre più avvicinando al Mondo dell’Arte, partecipando al progetto UltraNovecento, un'iniziativa patrocinata dalla rivista ALI di Gian Ruggero Manzoni, con esposizioni collettive a Pordenone, Padova, Bologna e Ravenna ed organizzando 'Azioni Poetiche', una giornata dedicata alla street-art e alla poesia, con Ivan Tresoldi (Linus, Smemoranda) Matteo Fantuzzi e Fabio Franzin.

In questa intervista, descriviamo il suo viaggio tra Immagine e Parola.


Ciao Francesco, chi sei? Perché hai cominciato a scrivere?

Ciao Alessio, eh – partiamo bene. Spero che le prossime domande non siano altrettanto difficili. Posso dire che mi occupo di scrittura creativa e professionale; di arte e di comunicazione, per avere un'istantanea delle cose che ho fatto e che sto facendo la cosa che consiglio di fare è visitare il mio blog personale, Vermena: http://vermena.blogspot.com.
Ad ogni modo qualcuno forse vorrebbe che io dicessi: eccomi, sono un poeta. Ma non mi sento proprio di fare una cosa simile: non so dirti se questa sia una mia affinità con quei crepuscolari che proprio della vergogna della poesia fecero la loro poesia, chissà – potrebbe trattarsi semplicemente del prendere le distanze da un certo scomodo vatismo.

 

Comunque, venendo alla seconda domanda, ho iniziato a scrivere perché mi piace raccontare; ho iniziato abbastanza presto, alle medie: poesie e short-story. Alle superiori inventavo storie fantastiche da raccontare agli amici, le spacciavo per le trame di film che sarebbero da lì a poco usciti nei cinema... Film che ovviamente non uscivano mai. Sì, volevo fare il regista da piccolo, il regista di film di fantascienza. Per questo mi sono appassionato al modellismo... Ma non siamo qui per parlare di questo.


La Poesia, l’Arte, possono ancora comunicare qualcosa, avere l’ambizione di mutare l’Uomo o il Mondo, oppure debbono ammettere la loro sconfitta, riducendosi a trascrizione di soliloqui, dialoghi dell’Io con se stesso?

Secondo me dovremmo chiederci che cosa viene comunemente inteso come arte. Se per arte intendiamo il moto centrifugo di allentamento dei segni, dal significato al non significato, all'a-semanticità posso dire, certo – arte e poesia non hanno, e non devono più avere, spazio nella nostra quotidianità, non possono per definizione comunicare nulla se non, per l'appunto il fatto stesso di non comunicare nulla.

 

Certo, l'incomunicabilità è un tratto specifico del nostro linguaggio, intendo a basso livello, a livello di perenne fraintendimento, a livello di un sistema di segni che si connotano in modo peculiare nell'atto interpretativo individuo per individuo – questo però è scoprire l'acqua calda, e allora al poeta, all'artista dovrebbe rimanere la confortante consapevolezza che non gli è dato di dire tutto e che qualsiasi cosa che andrà a esprimere sarà in parte fraintesa, è proprio questo l'aspetto poetico del linguaggio jakobisanamente parlando: il trovarsi difronte a un segno e iniziare dentro di noi una riflessione su quello che è il suo significato. Ogni poesia, ogni quadro, può rappresentare il punto di inizio di un interminabile viaggio conoscitivo di noi stessi e di ciò che ci circonda, l'origine di riflessioni che si itereranno all'infinito. A chi rivolgersi e come farlo sono la regione in comune tra un comunicatore, un artista, un scrittore e un poeta.

Ecco, potremmo proprio parlare di questo aspetto della comunicazione tra persone, come nel caso di Home Burial di Frost. Ma anche un Kandisky o un Picasso o un Rothko fanno parte di tutto questo. Allora è meglio che dica subito ciò che non credo che sia un artisti (un poeta, uno scrittore), cioè quel furbacchione che predica la dipendenza dell'oggetto artistico: dipinto, romanzo, silloge poetica ecc., dal profilo critico che ne dà la chiave interpretativa, che lo significa – un'opera artistica deve stare in piedi da sé, non deve avere bisogno di stampelle di alcun tipo.


E’ ancora possibile l’avanguardia, il tentare di rompere con il Passato, per proporre nuovi discorsi, oppure gli artisti ed i poeti sono condannati ad un eterno presente postmoderno, in cui si può al massimo citare ciò che è stato, giocando con nostalgia ed ironia?

Noam Chomsky in un'intervista, pubblicata nel '75 da Laterza, su Linguaggio e Ideologia, diceva che il limite stesso delle persone è di appartenere al genere umano, ciò senza accorgersi di quali siano le implicazioni di questo stato, ovvero dell'essere sottoposte a delle leggi biologiche ben precise, il linguaggio stesso, qualsiasi esso sia, giapponese, italiano, russo, mandarino, ad alto livello, è uguale a ogni altro, perché la predisposizione al linguaggio, a un linguaggio che rispetti certe caratteristiche, è scritta nel nostro DNA.

 

Semmai, e qui qualcuno potrebbe solleverà alcune perplessità, è il contesto tecnologico nel quale ci muoviamo che muta, come del resto ci ricorda Popper ne “le Miserie dello Storicismo”, (e il progredire della tecnica ahinoi è determinato in buona sostanza dalla serendipità) e le espressioni artistiche e la nostra stessa cultura vanno di pari passo al progredire tecnologico dell'umanità – pensateci bene, trent'anni fa non era nemmeno immaginabile qualcosa come l'arte digitale, almeno l'arte digitale come ora la intendiamo (e si muovevano i primi passi nell'ASCII art) o, per dire, video-game come L.A. Noir. Il genere umano è lo stesso dall'ultima grande glaciazione, quindi non parlerei di passato e futuro, di tradizione, ma semmai di contesto, definirei dunque avanguardia qualcosa che rompe i canoni di un determinato contesto ma che non determina, per forza, una novità in termini assoluti – se non ovviamente dove si affermi l'impiego di un'inedita tecnica espressiva.

 

Ad ogni modo il termine 'Avanguardia', in più di un'occasione, ha coperto le sordide operazioni di artisti e scrittori mediocri, preferirei evitare di impiegarlo, è cosa facile, nella quasi totalità dei casi, sostituirlo con una definizione meno scolastica e più puntuale. Più che di movimenti, dai contorni del resto così vaghi dal poter essere trascurati, dovremmo parlare di individui, e delle scelte che questi operano.


La convergenza tra parola e poesia, che sembri inseguire nelle tue ultime iniziative è specchio del mondo Cyberpunk, in cui la rete sembra connettere e fondere linguaggi e media diversi, oppure è un recuperare l’esperienza futurista?

Mah, credo in un certo modo di aver già risposto a questa domanda con la risposta precedente. Recupero dell'esperienza futurista nel momento in cui l'interesse è quello di rompere il perverso meccanismo di dipendenza reciproca tra arte e critica – forse dovrebbero essere due percorsi separati, distinti. In sostanza credo che in questa realtà tecnocratica ci sia stata tolta la libertà di giudicare autonomamente se una cosa sia bella oppure no, se una cosa ci possa suscitare delle emozioni o meno, se ci ci possa com-muovere o far riflettere. Questo è sbagliato – piuttosto che educare le persone a una storia della letteratura o dell'arte educhiamole agli strumenti di queste discipline: lo stesso vale, ovviamente, per ogni altra forma di espressione artistica.

 

Certo, e qui non posso che pensare a D'Annunzio – è fondamentale ricominciare a riflettere di come arte e letteratura possano coesistere, anzi aiutarsi, esplorare le zone anfibie, scoprire quali i possibili punti di contatto: penso alla Street-Art, penso al fumetto, ai video-game, all'Azione Poetica e penso anche a certa buona comunicazione sociale...


Perché la Street Art? Per la sua vena anarchica ed antisistema? Oppure per rompere il diaframma tra Arte ed Uomo Comune?

Credo che il motivo sia più il secondo, la Street-Art restituisce a ogni persona, senza alcuna distinzione, quella bellezza che il Movimento Moderno aveva sottratto alla dimensione urbana occidentale, la Street-Art consente a tutti noi dei momenti di fuga verso un mondo di colori, delle identità in opposizione all'omologazione, delle suggestioni e del pensiero. Penso anche che sia sì una forma d'espressione di immediato consumo – ma allo stesso tempo del tutto gratuita e presente in ogni dove. È un modo che le persone hanno di riappropriarsi di quei luoghi disanimati dove sono state costrette a trascorrere le loro esistenze, gli “illesi palazzotti” di Pasolini.


E poi, da quando l'homo sapiens ha fatto la sua comparsa su questo pianeta, qualcuno ha sentito dentro di sé la necessità di disegnare su una parete, che in origine fosse quella di una caverna poco importa – sì, credo che non si stia facendo nulla di nuovo – è il contesto urbano schiacciato dal peso del razionalismo e del funzionalismo più dozzinale che pone l'urgenza, a certi animi romantici, di realizzare dei murales o di scrivere dei versi sul calcestruzzo.

 

Rompere la sterile assolutezza lunare delle ampie superfici di cemento... Penso, e qui mi riferisco a un percorso artistico che ho la fortuna di conoscere bene, a KennyRandom che; con i suoi ultimi lavori, caratterizzati da una forte comicità – nel senso pirandelliano del termine, propone proprio questo, e il suo successo, secondo me, non è causale...


Quali sono i tuoi gusti personali nell'ambito dell'Arte Contemporanea? Concettuale o Neofigurativo? Oppure tutto deve fondersi in una tensione espressionista?

 

Guarda, io credo che di Duchamp ce ne sia stato uno, idem per Manzoni (e preferisco di gran lunga il secondo), parlare di qualcosa di così vasto in poche righe mi è impossibile – possiamo certo fare due chiacchiere da bar. Bene, ritengo che l'Arte Concettuale si muova sempre sull'orlo del baratro... Se parliamo dei più noti e storici, ovvero dei già citati e per dire, di un Klein è un conto: sono tutti artisti che dimostrarono di disporre di una rosa di competenze che esulava dalla mera capacità di proporre appunto un oggetto/opera-d'arte capace di richiamare, in un preciso contesto, un concetto.

 

Oggi, invece, l'Arte Concettuale finisce per essere solo un'operazione di comunicazione efficace, sì, penso a certe sciatterie che sono state esposte all'ultima Biennale di Venezia: sono comunicazione e nient'altro. Ad ogni modo, e questo è un discorso che può valere per buona parte dell'Arte Concettuale, per sopravvivere, dunque per essere significata, essa necessità di essere proposta entro i confini ben delimitati di una galleria, o più in generale di uno spazio che già di per sé so essere dedicato all'arte: una sorta di volume dove ogni cosa che vi è inserita acquisisce una nuova denotazione, un [+ ARTE].

 

Un'opera d'Arte Concettuale, estrapolata dal suo mondo, rischia di non essere molto più che un vespasiano – diciamo che non provo simpatia per una buona parte degli artisti di questa corrente, o meglio non provo simpatia per quell'arte che esiste senza artigianato (e inoltre senza espressione). Ammetto, dovrei conoscere meglio l'Arte Concettuale per poterne parlare più dettagliatamente ma ora per me è prioritario riflettere a riguardo della Street-Art, o dell'Azione Poetica, dei Joan Brossa...

 

Pensare localmente, agire globalmente: potrebbe essere il motto degli artisti e poeti italiani attuali?

O pensare globalmente e agire localmente? La cosa importante è non dimenticarsi mai quelle che sono le nostre origini, la nostra identità – da lì capire come affrontare le sfide che questo nostro Secondo Millennio ci pone innanzi. Io, con una nostalgia pasoliniana, non credo che sia giusto abbandonarci all'omologazione, è la via più semplice: l'artista, lo scrittore, il poeta, sono oggi più che in passato chiamati ad avere coscienza di ciò che li circonda

 

Benjamin, nel suo saggio L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica afferma che nella riproduzione fotografica di un’opera viene a mancare un elemento fondamentale: “l’hic et nunc dell’opera d’arte, la sua esistenza unica e irripetibile nel luogo in cui si trova”. Discorso che è poco valido per l'arte digitale, in cui l'opera non è che un file ed in cui la riproduzione materiale non è che una transitoria istanza. Ciò non la rende, dal punto di vista della fruizione, molto simile alla poesia?

Sì, e del resto a qualsiasi altro prodotto editoriale. Credo che la definizione di Benjamin soffra di un forte limite cronologico. Torno spesso a leggere Benjamin però sono dell'idea che non sia possibile che il discutere italiano attorno all'arte torni sempre a questo nome, a Croce... È così ormai da troppi anni.

 

Progetti per il futuro? Ci saranno altre convergenze tra Immagine e Parola, Letteratura ed Arte?

Certo, c'è un progetto a buon punto per Roma, con il già citato KennyRandom. Anche con Jacopo Casadei qualcosa sta bollendo in pentola... Sono sempre alla ricerca di nuove collaborazioni.

03/08/2011

Alessio Brugnoli

brugnolialessio@gmail.com

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