Dalì è stato uno degli ultimi virtuosi del pennello, padrone di una tecnica sopraffina, capace di fondere in un calderone ribollente tutta l

Senza Tempo

Per una volta, incredibile a dirsi, non ho visitato mostre in luoghi improbabili o sperimentali, ma, con un minimo di faccia tosta, mi sono imbucato nella Ca’ D’oro, una delle gallerie più note di Roma. L’occasione?
L’inaugurazione di una mostra delle sculture di Salvador Dalì, curata da Gloria Porcella, titolare della galleria e abbastanza nota anche a chi frequenta le cronache politiche oltre che le recensioni artistiche, e da Lamberto Petrecca.


Mostra che presenta le opere pazientemente raccolte negli anni dal collezionista Beniamino Levi e che completa quanto è esposto al Vittoriano. Che dire?  La location è spettacolare, non è da tutti i giorni affacciarsi da una finestra e trovarsi davanti Piazza di Spagna con la Barcaccia  e la Scalinata di Trinità dei Monti, in compagnia dei personaggi della Roma Bene, che ahimè passavano più tempo a pavoneggiarsi e a spettegolare che ad apprezzare le opere.


L’allestimento notevole, un rinfresco raffinato e un catalogo da togliersi il cappello…  Ma il tutto con un grosso, grosso però…. Le opere esposte. Insomma, il tutto dava l’effetto di una sorpresa scadente nascosta in un uovo di pasqua di ottima cioccolata.


Io amo Dalì. E’ stato il primo a comprendere i meccanismi della società della comunicazione, trasformando il suo quotidiano non in un’opera d’arte, ma in una performance continua, capace di colpire l’immaginario collettivo e rendere se stesso un’icona.


Er Giamaica, magari non saprà riconoscere un quadro di Dalì, ma a colpo sicuro ne identifica i baffi e l’espressione furba, magari aggiungendo un
Aho, è er pittore che se la faceva co’ Amanda Lear?
Dalì è stato uno degli ultimi virtuosi del pennello, padrone di una tecnica sopraffina, capace di fondere in un calderone ribollente tutta la Storia dell’Arte e partorire da questa non aride citazione, ma opere vive e pulsanti.
E’ stato un intellettuale colto e curioso che, sotto la maschera del Surrealismo, nascondeva nei suoi quadri l’interesse per le ricerche contemporanee della Scienza, della Filosofia e della Matematica.


La sua pittura, teatrale e barocca, nel senso migliore del termine, utilizzava il meccanismo dello stupore per straniare l’osservatore, per farlo riflettere sul mistero del vivere e del  morire. Ebbene tutto ciò, l’eccellenza tecnica, la riflessione intellettuale, la capacità di smuovere  l’immaginazione, scompaiono nelle sculture
Queste, anche se rappresentano elementi ricorrenti dei quadri, come gli orologi molli, metafora della relatività del tempo sia nella fisica, sia nell’anima, secondo quanto esplorato da Einstein e da Bergoson, gli elefanti dalle gambe sottili e fragili, rivisitazione del Pulcino di Minerva del Bernini o le chiocciole, allontanate dal contesto immaginifico, perdono la leggerezza del sogno…


E senza questa, da cui nasce la comprensione della Vita.  non sono nient’altro che goffi e ingombranti soprammobili che spesso tendono ad esser pacchiani, più che brutti…

 

03/03/2011

Alessio Brugnoli

brugnolialessio@gmail.com

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