Il digitale rappresenta una grandissima potenzialità di massificazione e rimbecillimento e controllo sociale così anche come la vera chance

Intervista a Stefano Vaj

Su Quaz Art, continua il viaggio negli incubatori d’avanguardia,  in cui nascono le visioni del Mondo che ridefiniranno il nostro futuro.
La nostra tappa attuale è confrontarci con Stefano Vaj esponente di punta del Transumanismo.


Ciao Stefano, chi sei? Come ti descriveresti ad un estraneo?

Sono un “intellettuale militante”, che crede ancora nel detto di Marx secondo cui è ozioso lo sforzo volto a capire il mondo, se non si cerca anche di cambiarlo. Naturalmente, la realtà ben si guarda dal corrispondere alle nostre idee. Ma in ultima analisi l'unica cosa che davvero può cambiarla sono le idee stesse – e la loro diffusione. Un altro termine, che è preferito da Max More, il fondatore dell'Extropy Institute, è perciò quello di “filosofo strategico”.
Per questo, da un punto di vista pratico, sono (da dilettante, non per vivere) un saggista, un conferenziere, un traduttore, e un partecipante attivo a dibattiti ed alla vita di alcune associazioni con preoccupazioni analoghe alle mie. Tra queste, Terra Insubre, Zero State (di cui con Dirk Bruere e David Pearce animo la “sezione Filosofia e Religione”), Humanity Plus,  e soprattutto l’Associazione Italiana Transumanisti.


Il Futurismo è morto? Oppure ha ancora qualcosa da dire all’Uomo contemporaneo? Come sono cambiati i suoi linguaggi e contenuti dai tempi di Marinetti?

Marinetti, dal “promontorio dei secoli” del 1909, aveva già visto e detto quasi tutto, del resto non facendo nient'altro che prendere per la prima volta pienamente coscienza di quanto altri prima di lui avevano profetizzato – e qui è difficile non citare Nietzsche – e molti altri dopo di lui svilupperanno e spiegheranno e approfondiranno in infinite direzioni: siamo entrati in un'era nuova, un'età primordiale, e l'unica scelta che ci è offerta è se raccogliere o no la sfida per superare ancora una volta noi stessi  e giungere “là dove nessun uomo è stato prima”.


Scrive Heidegger:
“La domanda è: l'uomo, in quanto uomo nella sua natura sinora, pronto ad assumere la signoria del pianeta? Se no, cosa deve succedere all'uomo perché egli sia capace di sottomettere la terra e rivendicare così un antico legato? Non deve l'uomo, così com'è ora, essere portato oltre se stesso per adempiere a questo compito?”.


Il futurismo oggi può essere “morto” nel senso che la cultura dominante cerca con accanimento di operare una rimozione freudiana rispetto a tutto ciò, e tale sfida appunto si rifiuta di raccoglierla. Ma resta e resterà potenzialmente vivo, come il proverbiale “fantasma che si aggira per l'Europa” di Engels, come opzione fondamentale aperta al nostro destino, almeno sino a che non ci ritroveremo tutti lobotomizzati in un sistema globalizzato che, come nel Brave New World di Huxley, abbia definitivamente realizzato la “fine della storia” auspicata da Fukuyama asservendo la tecnica proprio per garantire la stagnazione, i valori dell'umanismo reazionario (il contrario cioè di quelli dell'Umanesimo), e l'arrestarsi del Divenire (almeno per quanto ci riguarda come culture e come specie). Solo quando e se tale prospettiva sarà completamente realizzata – cosa che disgraziatamente appare oggi tutt'altro che esclusa, anzi – potremo dire che il futurismo è davvero morto.


Cosa ti spinge a essere filosofo e riflettere sull’Uomo?

Secondo Foucault
“L'uomo è un'invenzione di cui l 'archeologia del nostro pensiero mostra agevolmente la data recente. E forse la fine prossima. Se tali disposizioni dovessero sparire come sono apparse, se a seguito di qualche evento precipitassero, come al volgersi del XVIII secolo accadde per il suolo del pensiero classico, possiamo senz'altro scommettere che l'uomo sarebbe cancellato, come sul bordo del mare un volto disegnato nella sabbia”.


D'altronde, qualcun altro ha detto che l'uomo è una “corda tesa”, in particolare tra la “bestia” e il “superuomo”. Questo mi pare più che sufficiente per renderlo interessante...
E certamente una domanda filosofica fondamentale è cosa ci ha reso diversi dalle altre specie e come non tradire questa tradizione avventurosa, prometeica, di “sfida alle stelle”, anziché finire per ripiegare su uno stile di vita... vegetale più ancora che animale.


Perché l’Arte, la Letteratura e Filosofia tradizionale non rappresentano più l’Uomo ? Come possono mutare, per rompere il gap tra Cultura e Vita?

Oggi la cultura umanista (in questo caso nei due sensi del termine) rischia di essere un linguaggio esangue parlato da esegeti di commentatori di glossatori di analisti di imitatori – oppure un puro prodotto industriale per il largo consumo. La sua crisi non fa altro che riflettere la crisi della nostra “cultura” in senso antropologico, in altri termini della nostra civilizzazione, che si caratterizza sempre più come una civilizzazione senile, museale, che vive beandosi del suo grande passato, e così facendo lo tradisce perché ciò che è tradizione oggi è stato innovazione, rottura, e rivoluzione, ieri.


Le nostre società non hanno più poeti (“coloro che fanno”) perché rifuggono dall'idea di “fare la storia” - al massimo fanno cattiva economia. Così, al posto di fare filosofia insegnamo la storia della filosofia, e al posto di fare arte facciamo compiaciute e coltissime citazioni – oppure prodotti di marketing precotti, innocui e sciropposi utili solo a confermare e rincorrere il pubblico nei suoi gusti preesistenti
Perciò, per rompere il gap tra Cultura e Vita comincerei ad agire sulla Vita. "La Cultura seguirà", parafrasando De Gaulle.


Il Digitale rappresenta lo spirito dei tempi contemporanei?

Certo, e “dove il pericolo è più grande, là nasce ciò che salva” (Hölderlin). Il digitale rappresenta una grandissima potenzialità di massificazione e rimbecillimento e controllo sociale così anche come la vera chance di emancipazione e creatività che ci viene oggi offerta. Inoltre, ad esso strettamente connessa è ogni prospettiva di trasformazione postumana, e non solo per quello che riguarda la nostra possibile trasformazione in cyborgs (o almeno in fyborgs, “functional cyborgs”), ma anche per tutto ciò che concerne la rivoluzione biologica: il DNA stesso è intrinsecamente digitale, e solo attraverso elaboratori digitali siamo in grado di mapparlo o trasformarlo.

 

Cos’è il Transumanismo? Cosa ti ha avvicinato a tale movimento ? Perché può essere definito il futurismo contemporaneo?

Il transumanismo è al tempo stesso un punto di vista molto semplice, ed una galassia semiorganizzata di associazioni, autori, fondazioni, iniziative presenti soprattutto in Internet. Come tale, effettivamente costituisce uno dei due poli attorno cui ruota il cambio di paradigma che va sotto il nome di "rivoluzione biopolitica", l'altro essendo ovviamente quello che i transumanisti definiscono un po' spregiativamente "neoluddita" - anche se i rispettivi schieramenti sono tuttora in via di formazione, e restano in parte oscurati dalla importanza spesso predominante ancora attribuita ad appartenenze di altro tipo.


Ora, non solo credo risulti chiaro a chiunque conosca le mie idee che io mi situo decisamente nel campo transumanista, ma negli ultimi anni ho anche partecipato attivamente alla vita del transumanismo "organizzato", assumendo in particolare il ruolo di consigliere nazionale dell'Associazione Italiana Transumanisti, partecipando attivamente a forum internazionali e conferenze sull'argomento, etc.


D'altronde, il transumanismo in senso ampio, ridotto al suo “meme” centrale (per usare il concetto avanzato da Richard Dawkins in Il gene egoista con riguardo alle unità culturali fondamentali), significa semplicemente: è lecito e desiderabile utilizzare mezzi tecnoscientifici per impadronirsi del proprio destino e superare la condizione umana. In questo senso, il transumanismo rappresenta oggi al tempo stesso qualcosa di più e qualcosa di meno rispetto alle mie idee personali in materia biopolitica. Qualcosa di più, in quanto è composto da un arco di posizioni e provenienze molto variegato, che per quanto su un percorso di progressiva convergenza includono tuttora quelli che a mio avviso sono residui delle vecchie concezioni di matrice monoteista, benché per lo più in una forma radicalmente secolarizzata. Qualcosa di meno, in quanto appunto la mia visione delle sfide e delle trasformazioni radicali che incombono si inserisce in una opzione filosofica precisa, che per gran parte degli autori o delle correnti transumaniste è acquisita, anche nella migliore delle ipotesi, solo implicitamente.
Chiaramente, la mia opinione è che la versione "fondamentalista", futurista, socialista e postumanista che io propongo rappresenta in ultima analisi lo sbocco obbligato di qualsiasi transumanismo coerente. E, viceversa, che il rifiuto della decadenza, della fine della storia, dell'entropia culturale ed antropologica, in una parola della civilizzazione, che oggi vuole farsi eterna, dell'"ultimo uomo" di Nietzsche, della "tarda cultura" di Gehlen o dell'“oblio dell'essere” di Heidegger, non può che essere coniugato al futuro se non in un "nuovo inizio" di matrice transumanista. La tecnica moderna, con le sue capacità futuriste di introdurre mutazioni nel nostro ambiente e in noi stessi, è un Moloch che è stato risvegliato da duemila anni di repressione monoteista sull'inconscio europeo e di desacralizzazione del mondo, ma è anche qualcosa che è destinato a condurci o ad esiti probabilmente catrastrofici, o ad una rottura tanto radicale con il nostro passato recente quanto lo è stata la rivoluzione neolitica rispetto ai modi di vita precedenti.


Perché l’intellettuale italiano guarda il fantastico e la fantascienza con la puzza sotto al naso?

Per la verità, qualche volta fantastico e fantascienza... puzzano davvero. C'è un libro di Daniel Dinello, Technofobia!, secondo cui il messaggio fondamentale della fantascienza letteraria e cinematografica è esattamente l'antifuturismo, l’umanismo e la diffidenza per la tecnologia. Questo vale d'altronde per il “rassicurante” e “buonista” messaggio superficiale e ufficiale della maggior parte delle opere del genere (ma non di classici come Poul Anderson o Robert A. Heinlein, non di correnti contemporanee come il Connettivismo, non secondo me dello stesso cyber-punk).

 

In realtà, però, se si gratta appena appena la superficie del messaggio umanista della maggiorv parte della fantascienza, quasi tutti coloro che vanno a vedere Blade Runner tengono per i replicanti, e non perché vorrebbero estendere ad essi i “diritti dell'uomo”, ma perché si identificano nella figura tragica e postumana di Roy Batty, che muore lottando per superare le sue limitazioni e che, al contrario dell'umanità “naturale” che vive la sua vita brulicante, squallida ed insensata sulla terra, ha “visto cose che voi umani...”.


Ecco, credo sia questo aspetto eroico e faustiano, condiviso anche da molte opere in cui il protagonista brandisce una spada o una bacchetta magica anziché un laser, che può creare fastidio ad un intellettuale medio con sogni mediocri, e che crede il suo mestiere sia celebrare in modo pomposo e complicato rassegnazione e mediocrità.

 

Che rapporto esiste tra Post Moderno e Transumanismo? Il rifiuto dell’idea di morte e decadenza come motore del cambiamento della Storia e dell’Evoluzione li accomuna?

Tanto postmodernismo è esercizio accademico compiaciuto e sterile, e del peggiore (vedi la famosa burla di Sokal); e altre volte finisce per rinchiudersi in una political correctness e un moralismo ancora peggiore di quella modernisti. Ma molta cultura postmoderna si abbevera in fondo alle stesse fonti esistenzialiste, volontariste, superomiste del transumanismo, e soprattutto decostruisce magistralmente la pretesa reazionaria della cultura occidentale dominante di rappresentare una sorta di formulazione ultima di valori pretesamente universali ed eterni, un portato necessario ed insuperabile di un percorso storico provvidenziale.


Rispetto a questo, sì, almeno nella mia versione di transumanismo il rifiuto della stagnazione e della decadenza, e la coscienza del fatto che ciascun momento storico è il luogo di un possibile nuovo inizio, è davvero il motore della storia e della evoluzione. E ad esempio Jean-François Lyotard o Donna Haraway, per non citare che due “classici” della corrente, hanno ben chiaro che non stiamo parlando solo di evoluzione culturale.


Così, io faccio di tutto per favorire, anche come coanimatore con Riccardo Campa della collana Divenire. Rassegna di Studi Interdisciplinari sulla Tecnica e il Postumano, il confronto e l'incontro tra i post-umanisti con questo genere di background postmoderno e i postuman-isti di matrice più strettamente transumanista e/o futurista.


Perfezione è sinonimo di stasi? Con il Transumanismo non si è oltre qualsiasi base dialettica della Storia?

Non tutto ciò che è statico è perfetto, ma tutto ciò che è perfetto è in un certo senso statico. Senonché, parlare di perfezione rappresenta più che altro un “accontentarsi” di qualcosa e non riuscire ad immaginare qualcosa di meglio. O, più spesso, immaginarsi uno stato irraggiungibile cui si anela proprio perché statico – proprio perché uno stato in cui non ci saranno più conflitti, sforzi, desideri, traguardi da raggiungere, resistenze da superare...
In questo senso, la “dialettica”, con il suo “divenire” falso e provvisorio, è un po' l'antitesi della vera visione storica dell'uomo.

 

Che si tratti della dialettica monoteista tra bene e male, di quella di certe forme di marxismo che vedono la rivoluzione come il giudizio universale che instaurerà per sempre il paradiso in terra, di quella stracciona ed inebetita del cittadino globalizzato che non si augura altro che di avere sempre meglio e di più quello che già ha; ma anche di quella di coloro che immaginano la Singolarità tecnologica come una “fine dei giorni” in cui finalmente un robot-dio risolverà tutti i nostri problemi e ci consegnerà definitivamente ad un'era di felicità e abbondanza.

 

Vero è invece che le sfide si rinnovano sempre, perché ogni limite oltrepassato chiama, come Faust o come l'Ulisse dantesco, ad un nuovo superamento-di-sé. Il successo non è mai garantito, e il suo raggiungimento non porta comunque appagamento, perché mentre i risultati, comunque estesi, restano limitati, il desiderio non ha limiti, ed è sempre in grado di generare nuovi orizzonti.


Cos’è per te la Bellezza? Che ruolo ha nel mondo e nella vita dell’Uomo?

Come per Marinetti, per me la nuova bellezza, o forse semplicemente il nuovo modo di vedere la bellezza – anche retrospettivamente –, sta nella velocità. La velocità che ci impartisce un'accelerazione crescente, ci comanda una fuga in avanti, verso il sublime, fisico come artistico come storico, mentale come tecnologico come scientifico.
Questo, da un punto di vista futurista, è ciò che ha fatto la grandezza dell'avventura dell'uomo sinora e che potrà tornare a fare la grandezza dei successori dell’uomo quale lo conosciamo oggi. Questo è anche ciò che, nel campo dei valori, ricompone la scissione contemporanea tra estetica, etica e politica in una sintesi superiore.


Come risponderesti alle tesi di Severino sulla Tecnica?

Non è tanto che abbia da “rispondere” qualcosa alle sue tesi (si può condividere le conclusioni descrittive di un autore e poi prendere posizione per il campo esattamente avverso al suo), quanto da notare che Severino, così come il suo allievo Ivo Laghi, autore di La volontà di potenza e il passato, sono preda della Sindrome di Stoccolma. Scrivono trecento o cinquecento pagine sulla questione della tecnica, Nietzsche, Leopardi, Gentile, sulla natura intrinsecamente faustiana dell'anima europea, pagine piene di lirismo, analisi, osservazioni penetranti, spunti intriganti, ridicolizzazioni di chi crede di poter addomesticare queste cose; e poi credono di salvarsi l'anima con una chiusa in cui notano che comunque tutto ciò non funziona, è “male”, o comunque loro non sono d'accordo.


Se l'inferno umanista esiste, temo che finiranno in qualche girone del medesimo, perché tra chi ha predisposizioni transumaniste e futuriste sono stati di più quelli che si sono ritrovati confermati e radicalizzati nelle loro idee dalle loro opere di quelli che le loro opere sono riusciti a convertire...


Biopolitica… Non c’è il rischio che tale saggio possa essere letto in chiave eugenetica? La riproduzione è un diritto del singolo o una materia di competenza dello Stato?

Bella domanda. Tanto per cominciare, oggi eugenetica è una parolaccia, ma nel corso di gran parte del Novecento l'idea di prendere in mano la propria identità ed evoluzione anche biologica è stata un'idea ampiamente diffusa, in tutto l'arco filosofico e politico, inclusi beninteso i movimenti fascisti, ma non diversamente dagli esempi analoghi nel campo dei liberali, conservatori, socialdemocratici e marxisti-leninisti che cito ampiamente nel mio libro suddetto.


E ad esempio ancora negli anni settanta Francis Crick, il Nobel scopritore del DNA insieme con Watson, si dichiarava apertamente eugenista, così come molti suoi colleghi.

 

Cosa è cambiato da allora? Da un lato la demonizzazione crescente del concetto in sé, che proprio in coincidenza con la nascita del transumanismo viene percepito ormai (non a torto) come comunque e perfettamente blasfemo dall'umanismo religioso e laico che parla infatti al riguardo di “giocare alla divinità”. Dall'altro, l'accentuarsi del crollo progressivo dei costi umani delle relative pratiche (per intenderci, in quella direzione che va dalla esposizione dei neonati verso la diagnosi prenatale o addirittura preimpianto, dalla sterilizzazione forzata e dai divieti matrimoniali alla ingegneria genetica che guarisce l’embrione e tutta la sua discendenza), così che la naturale empatia nei confronti dei soggetti coinvolti milita ormai interamente in senso favorevole, al punto da renderne imbarazzante il rifiuto preconcetto a fronte degli stessi valori umanitari ed individualisti della visione del mondo dominante.
Agli anti-transumanisti ed anti-eugenisti intelligenti come Jürgen Habermas (vedi Il futuro della natura umana. I rischi di una genetica liberale) è così ormai perfettamente chiaro che per loro il problema oggi con le misure eugenetiche è semmai quello di vietarle – così come i Testimoni di Geova hanno il problema di vietare o impedire le trasfusioni di sangue ai loro adepti, che diversamente si precipiterebbero ad approfittarne come tutti senza alcun bisogno di incoraggiamenti.


Quando ad esempio ho scritto apertamente nel saggio Biopolitica. Il nuovo paradigma, che la mia opinione personale è che una donna al cui feto sia stata diagnosticata, che so, la sindrome di Tay-Sachs, abbia il dovere morale di abortirlo, alcuni benpensanti e anti-eugenisti meno intelligenti, o semplicemente in malafede, si sono messi a starnazzare in materia di una paventata introduzione dell’“aborto obbligatorio”. Ora, l’idea stessa è ridicola, perché sarebbe sufficiente al contrario che diventino routine i relativi esami prima del parto (come è routine per tutti l’esame del sangue prima di un intervento chirurgico), e obbligatoria l’informazione alla madre sulle conseguenze personali, famigliari e sociali della patologia citata, perché l’unico oggetto plausibile di un intervento poliziesco diventi immediatamente quello di... impedire l’aborto, non certo di forzarlo! Già oggi le statistiche su quanti genitori, "cattolici" compresi, siano davvero incline a portare deliberatamente a termine gravidanze di feti affetti da gravi tare, o addirittura a farseli impiantare, sono eloquenti a sufficienza.


D'altronde, la comunità di appartenenza non può disinteressarsi interamente delle relative scelte. Prendiamo ad esempio il caso delle cause americane per wrongful life, promosse da figli handicappati nei confronti di genitori al corrente del loro problema, e cui viene imputata la sofferenza (e comunque i costi...) cui gli stessi sono specialmente soggetti; il verdetto che la giuria pronuncia in una causa del genere comporta ovviamente un giudizio sul fatto se sia stato violato o meno, da parte di tali genitori, un obbligo di prevenzione di rilevanza giuridica. O, all'estremo opposto, le cause promosse da genitori sordi per imporre ai propri medici, in una procedura di fecondazione assistita, di selezionare deliberatamente solo embrioni sordi, a tutela della “identità dei sordi” e di un miglior inserimento dei propri figli nella loro famiglia e comunità; cause in cui gli stessi hanno contestato ai medici di voler imporre un concetto arbitrario di “salute” e “ottimalità” di natura essenzialmente “razzista”. Di nuovo, che deve fare la giuria? L'unica cosa che certamente non può fare è evitare di scegliere, perché un verdetto lo deve pur pronunciare...


Infine, gli anti-transumanisti si preoccupano che quella che Rifkin chiama la “cultura eugenetica” porti ad una riduzione della biodiversità, stante l'esistenza di “modelli” (di salute, bellezza, intelligenza, etc.) sempre più uniformi, globalizzati ed omologati, come del resto le richieste dei pazienti dei chirurghi estetici o la paranoia in materia di test di QI stanno già a dimostrare. Ebbene, questa prospettiva preoccupa anche me, perché non vedo certo con favore ad una società composta (a livello mondiale!) esclusivamente da esemplari grosso modo identici di altrettanti di Ken e Barbie, tanto “felici” e sottomessi e produttivi quanto interamente adattati al paradigma culturale occidentale contemporaneo.


O consideriamo ancora la selezione di tratti certamente non patologici, come il sesso del nascituro, in voga soprattutto in Asia, in particolare attraverso l’aborto selettivo o la scelta degli embrioni nella fecondazione assistita. Da transumanista, sono ovviamente a favore delle tecnologie che consentono di predeterminarlo, e ne incoraggio l'utilizzo. Ma sempre da transumanista non posso non preoccuparmi delle conseguenze del fatto che in una data società statisticamente le relative scelte individuali finiscano per favorire in modo ultra-preponderante un sesso piuttosto che un altro, perché non anelo certo a vivere in una società in cui la norma sociale, se non giuridica, discrimina gli embrioni di sesso femminile, con le ovvie conseguenze sulla composizione della sua popolazione nelle prossime generazioni.


Cosa sono i diritti umani? Realtà fattuali o convenzioni determinate dalla Storia?

L'Europa ha una tradizione plurimillenaria di sistemi giuridici e costituzionali in cui i singoli membri della comunità godevano di diritti e doveri gli uni verso gli altri e verso l'ordinamento in cui vivevano. La realtà di tali libertà e diritti civili è sempre stata in trasformazione, e legata del resto almeno in certo misura alla specificità ed alla volontà, oltre che alle possibilità concrete, del popolo, della cultura, e della situazione storica coinvolti.

 

Un'eredità tuttora ben viva di questa tradizione è l'idea diffusa che la sovranità popolare comporti in linea di principio una voce in capitolo, in un modo o nell'altro, di ciascun popolo sulle leggi da cui vuole essere governato, salva restando la discussione sui come tale voce in capitolo possa o debba esprimersi (referendum, consultazioni, organi rappresentativi eletti in vario modo, partecipazione di giurati o giudici popolari all’attività giudiziaria ed alla formazione degli orientamenti giurisprudenziali, etc.).


A questo punto di vista si oppone una tradizione del tutto inversa, che naturalmente fa a pugni con il concetto letterale di democrazia, secondo cui la Legge è scritta – una volta per tutte e per ogni luogo - da Dio, dalla Natura o dalla Ragione; riguarda tutti e solo gli uomini; e il legislatore al massimo è un “tecnico” che deve soltanto interpretarla o applicarla, senza dover rendere conto a nessuno quanto ai principi che applica, salvo appunto a tale Legge eterna e universale.
Ora, se è vero che l'autodeterminazione, individuale come collettiva, così come  l'antispecismo, sono valori fondanti del transumanismo credo ci sia ben una qualche connessione tra tutto ciò e la scelta che io, nel mio saggio Indagine sui diritti dell'uomo. Genealogia di una morale, faccio a favore della prima visione dei “diritti” rispetto alla seconda, sulla linea ad esempio di Slavoj Žižek nel suo famoso articolo “Against Human Rights” (New Left Review n. 34). Purtroppo, buona parte anche della sinistra, che ancora all'epoca della Dichiarazione Universale dell'ONU criticava apertamente la natura ipocrita, moralista e polemogena di questa ideologia, ormai si è quasi completamente allineata, e non fa che applaudire ogni avventura militare imperialista che per tanto che la stessa sia almeno propagandisticamente giustificata dalla pretesa esigenza morale di ammazzare la gente per salvarla da se stessa.


Ma per capire meglio di cosa stiamo parlando, la Legge delle Dodici Tavole, la Magna Charta, la dannunziana Carta  del Carnaro (ispirata tra gli altri da Marinetti) si iscrivono nella prima visione. La Torah mosaica, il giusnaturalismo tomista, la Costituzione americana nella seconda. In mezzo, come compromessi più o meno riusciti, ci stanno la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino della rivoluzione francese o la risoluzione della Lega Araba negli anni settanta sui “diritti della persona araba”.

 

L’Artista, secondo te, è più mago o sciamano?

Mago, certamente. Lo sciamano si immerge nella sua naturalità fondamentale e irriflessa, il mago (e chi è più mago dell'artista?) la trascende per ergersi a Signore e Creatore delle Forme.


In Italia possono nascere ancora avanguardie?

Se l'Italietta dell'inizio del Novecento ha finito per esprimere Marinetti, divenendo così l'occhio del ciclone di un ripensamento storico ed artistico di dimensioni epocali e (almeno) continentali, chissà, forse qualche sorpresa le nostre terre potrebbe riservarcela anche oggi.


Per te, cos’è l’inquietudine?

Un dovere morale, se intesa come come restlessness, come irrequietezza, insoddisfazione ed eterna (ri)cerca: la felicità lasciamola all'“ultimo uomo” di Zarathustra che saltella su un pianeta sempre più piccolo strizzando l'occhio. Se intesa invece come preoccupazione, come Sorge heideggeriana, rappresenta per me il senso di responsabilità anziché la fiducia  nella Provvidenza, e il coraggio di guardare in faccia la realtà e i suoi rischi invece di cullarsi in fantasie escatologiche o indifferenze nichiliste, così da coniugare il pessimismo della ragione con l'ottimismo della volontà.


Il sonno della ragione genera mostri o percezioni più ampie del Reale?

Ci sono due tipi di razionalità. Quella del razionalismo, che cade nella “fallacia naturalistica” persuadendosi che i valori possano essere dedotti dai fatti, e che tutto in ultima analisi si riduca ad una discussione “tecnica”. E quello di chi usa la ragione semplicemente per mettere in ordine i propri mezzi con i propri fini, per esplorare il mondo intorno a sé appunto per cambiarlo, e che sa usare la fantasia per generare tanto monstra (“cose da degne di essere mostrate, mirabili”) che per giungere tramite il pensiero trasversale e l’intuizione estetica ad una comprensione più vasta del Reale e di ciò che il Reale potrebbe diventare.


In questa società, in cui il potere nasce dal controllo dei media, esiste ancora il libero arbitrio?

I media tradizionali restano in un regime di oligopolio, e caratterizzati da una censura sempre più invadente, interiorizzata ed occhiuta (e “la libertà di parola non è nulla senza la libertà di parlare alla radio”, come diceva Ezra Pound), ma sono anche in caduta libera, intanto che le barriere all’accesso si abbassano sempre più, dal fatto di andare in stampa con un saggio al fatto di gestire un canale televisivo.


Il rischio principale dei nuovi media che comunque stanno prendendo il loro posto è d’altronde il fatto che il rumore di fondo affoghi qualsiasi cosa, in un mondo dominato dalla “metafisica della soggettività” in cui si può (entro certi limiti, beninteso) dire tutto, ma nulla di ciò che dici conta davvero qualcosa. La cosa è in particolare discussa nel libro Per una nuova oggettività. Popolo, partecipazione, destino, cui ho partecipato con numerosissimi altri intellettuali che affrontano (per la verità da punti di partenza ideologicamente del tutto disparati) il disfacimento dei significati e dei linguaggi.


La prima preoccupazione, in ogni modo, resta quella di tenere aperti sui nuovi media spazi di informazione e di libertà parola rispetto al tentativo di chiuderli anche qui, in particolare colpendo le persone fisiche che sia possibile identificare come facilitatori se non come responsabili. La vicenda di Wikileaks è al riguardo esemplare. Un’altra iniziativa per esempio che supporto di cuore è Freenet. Ma guardo con attenzione anche al’esperienza dei Pirate Party, seppure non dimostri necessariamente di avere le idee chiare su come retribuire l’attività creativa e di ricerca.


Quale è il tuo metodo di lavoro quando scrivi e crei? Da dove nasce la tua ispirazione ? Come la rendi forma e sostanza?

Scrivere per me è abbastanza faticoso, perché tendo ad avere una intuizione sintetica delle cose, e questo (soprattutto in italiano, che è la mia lingua madre) si tradurrebbe in uno stile ancora più barocco e complicato di quello che già ho, se seguissi la mia vena. Per cui il lavoro di scrittura per me significa essenzialmente spezzare, semplificare, spiegare... All’inizio comunque c’è sempre una idea che penso valga la pena di comunicare, e che poi cerco di sviluppare, anche dando dei riferimenti e un contesto che (spero) consenta meglio al lettore di capire cosa davvero intendo dire.


Bisogna forse rassegnarsi però al fatto che ogni idea con un certo grado di originalità non ha davvero parole che la esprimano perfettamente, e deve inventarsi il proprio linguaggio per appropriazioni ed approssimazioni successive. Il vantaggio è che questo non è necessariamente e solo un processo individuale. Per esempio, il postumanismo e il transumanismo negli ultimi decenni si sono creati linguaggi propri che non sono solo idiomi tribali, ma anche “intuizioni condivise del mondo”, secondo l’espressione di Noam Chomsky.


Poi, ritrovandomi a godere - in aggiunta alla normale opposizione che incontrano transumanismo e futurismo nella mentalità corrente - dell’attenzione pressoché in esclusiva di un paio di reazionari frustrati che passano la vita a spulciare ciò che scrivo per tentare di farne materia di “denuncia”, esiste l’esigenza di dare luogo al  minimo possibile di equivoci. Non mi curo del fatto che le mie vere idee possano essere controverse o non condivise, ma naturalmente mi preoccupo di evitare per quanto possibile che quello che scrivo possa prestarsi ad essere deliberatamente deformato o frainteso per allontanare chi altrimenti le condividerebbe.


Tu e il cyberpunk… Come ti rapporti dinanzi con i cardini ideologici di quel movimento ossia la sfiducia nella tecnologia, l’impossibilità del futuro ed il degradarsi della carne nella materia? Sono antitetici al pensiero transumanista oppure lo completano?

Questo è *un* modo di vedere il cyberpunk: il futuro distopico, l’utilizzo della tecnologia per asservire la gente a poteri insensati ed autoreferenziali, bla-bla-bla. Ma sia che parliamo della famosa trilogia sul cyberspazio di William Gibson o della Matrice spezzata di Bruce Sterling, i protagonisti invariabilmente combattono la tecnologia utilizzata contro di loro con un “di più” di tecnologia, oppure con una tecnologia di tipo diverso.


Non vedo in nessun autore di questa corrente una nostalgia tolkieniana per il bel tempo andato, la promessa di un impossibile ritorno all’indietro, o tanto meno una presa di posizione a favore di uno status quo governato da coloro “who know better”. In Gibson abbiamo semmai la glorificazione di gruppi che nell’utilizzo della tecnologia, informatica in particolare, sono una gaussiana al di là dell’establishment che li combatte. In Sterling, il confronto interplanetario tra transumanisti “hard” e transumanisti “wet”, ed individui che si barcamenano tra le due alternative, non vede traccia di neoludditi da nessuna parte.

 

Noam Chomsky in un'intervista, pubblicata nel '75 da Laterza, su Linguaggio e Ideologia, diceva che il limite stesso delle persone è di appartenere al genere umano. E' possibile che la Tecnica, secondo permetta una ridefinizione del concetto di Umano?

Certamente sì. Il limite delle persone sarà anche quella di appartenere al “genere umano”, ma caratteristica del genere umano è quello di spingere sempre più in là i propri limiti, tra l’altro in direzioni anche divergenti. La ragione della notevole diversificazione della nostra specie a partire da un gruppo piccolissimo, fortemente omogeneo ancora nell’epoca abbastanza recente della sua emigrazione dall’Africa, è, oltre ovviamente alla diversificazione culturale ed ai diversi “fenotipi estesi” cui questa dà luogo, una autodomesticazione ed una selezione orientata (sopratutto sotto il profilo della selezione sessuale) davvero radicali, cui oggi si aggiunge ovviamente in prospettiva la capacità di manipolare direttamente il nostro bagaglio genetico in direzioni arbitrarie, e/o di integrarci con supporti non-biologici in modo enormemente più spinto di quanto abbiamo fatto sinora..


I nostri successori biologici, e non, saranno perciò essenzialmente definiti dal fatto di essere un prodotto del medesimo clade, ma in linea di massima faranno esplodere il concetto di “umano” sotto il profilo descrittivo prima ancora che sotto quello normativo. Salvo naturalmente che una estrema forma di totalitarismo bioluddita riesca davvero a congelare per sempre una “Umanita 2012” destinata a ripetere se stessa per i secoli dei secoli, magari riducendo anzi progressivamente il proprio grado di varianza interna.


Che ne pensi dello Steampunk? E’ una testimonianza delle angosce neoluddiste di una società spaventata dal futuro?

Lo steampunk a mio avviso riflette un po’ la difficoltà di pensare un futuro se non a partire da un passato che un futuro ancora ce l’aveva - e che infatti ha in pochi anni prodotto il futurismo! Non so se lo steampunk sia intrinsecamente neoluddista (in effetti, l’idea che le identiche questioni con cui siamo confrontati oggi siano pensabili anche a partire dalla tecnologia della Belle Epoque è intrigante e non necessariamente reazionaria), ma quello che trovo divertente è che in romanzi come The Difference Engine i protagonisti grosso modo tecnofili siano confrontati non con i neoluddisti ma... con il Luddisti nel senso letterale del movimento inglese dell’epoca.


Cos’è la Fantascienza? E’ una letteratura di idee? Una proiezione nel Futuro incubi e le paure del presente? Una transizione oltre l’Umanesimo?

La fantascienza nasce come genere povero, sulla falsariga del giallo, della letteratura rosa, del porno, della spy-story, ma intanto che la letteratura “culta” si insterilisce, soprattutto nella sua capacità di immaginare miti per la società contemporanea, finisce per rappresentare il canto del cigno e la mitologia finale di un periodo di incandescenza storica, ideologica, scientifica, tecnologica che va a frangersi sugli ultimi decenni del novecento; e trova in fondo le sue radici in opere come Mafarka il futurista di Marinetti oppure La fine del mondo di Volt, alias Vincenzo Fani Ciotti, o ancora Metropolis di Fritz Lang.
In questo senso, non credo che ci sia transumanista o futurista contemporaneo che nella fantascienza non abbia trovato motivi di interesse. E la critica letteraria postumanista di stampo postmoderno sulla fantascienza si è esercitata molto.

 

Che valore dai alla metafora del Robot?

Il Robot è una metafora, ma anche un progetto. Al di là della grottesca e incorente parabola umanista dei robot asimoviani (cui fanno giustamente da pendant gli Umanoidi di Williamson o i Berserker di Saberhagen), nel mio saggio “Intelligenze artificiose” uscito su Divenire 5, e oggi in circolazione sul Web anche in inglese, i robot sono lo specchio concettuale di una trasformazione postumana in cui animato e inanimato si mescolano, macchina e biologia si fondono, come appunto nel Gazurmah marinettiano che spicca il volo per sfidare il sole dopo che il padre gli ha insufflato la “vita”.
I robot e le “intelligenze artificiale” del futuro non sono perciò né Dio (come in certe visioni anche transumaniste degli anni novanta) né il Diavolo (come nella prospettiva di Terminator o Matrix), siamo semplicemente noi stessi.


La Digital Art Italiana che esplora i limiti dell'Umano, contaminando il vivente con l'inanimato, è implicitamente transumanista?

Penso di sì, esattamente per il fatto che, in tutti i campi, “l’umano è qualcosa che dev’essere superato”. Formula quanto mai futurista e visionaria, ma che al tempo stesso ci restituisce ad un tipo di integrazione cosmica molto più profonda e costruttiva di quella che l’ecologia del profondo o il gaiaismo rappresentano, sia pure come reazioni allo specismo monoteista e positivista.


Quali sono i tuoi gusti personali nell'ambito dell'Arte Contemporanea? Concettuale o Neofigurativo?

L’arte naturalmente comprende la parola, il suono, la rappresentazione scenica, la riorganizzazione architettonica dello spazio, il gesto, la ripresa e ricomposizione e ricreazione digitale della realtà, l’azione plasmatrice in generale della natura e della società... Ma parlando strettamente delle Belle Arti, di quelle che appunto un tempo venivano definite “arti figurative”, non appartengo ad una confessione precisa, cerco di tenere la mente aperta. 
Anche se forse inclino un po’ per le espressioni “concettuali”, dato che il neofigurativo in molti casi mi dà la sensazione di un linguaggio un po’ esaurito e come tale inevitabilmente manierista...


L’umanesimo è in crisi?

L’umanismo oggi celebra la sua egemonia pressoché universale, ed in questo ha davvero ucciso l’Umanesimo nel senso rinascimentale o gentiliano del termine, che pure è stato certo precursore del transumanismo nella volontà di prendere in mano il proprio destino rispetto all’imperativo morale di affidarsi invece a forze impersonali e sovraordinate, siano esse la Dio, la Legge, la Provvidenza, il Mercato.


Ma l’umanismo stesso è in crisi nella misura in cui o riesce davvero a distruggere per sempre la possibilità futurista di un Nuovo Inizio, in uno scenario che del resto rappresenta un incubo anche per molti dei suoi sostenitori più naïf, oppure è condannato a veder rimessi sempre più in discussione i suoi postulati di fronte all’eterno fallimento della guerra che dovrebbe “mettere fine a tutte le guerre”. In senso figurato e in senso militare.

 

Il test Turing è valido, oppure è inficiato dall’obiezione della stanza cinese?

Il test di Turing, per chi aderisce ad una visione fenomenica e non essenzialista della realtà, resta essenzialmente valido per definire cosa sia una intelligenza antropomorfa. “Dicesi anitra”, in altri termini, “quell’uccello che cammina come un’anitra, nuota come un’anitra e starnazza come un’anitra”, la discussione di cosa sia “l’anitra in sé” non avendo in tale prospettiva, come ci insegna l’igiene metodologica e concettuale del Circolo di Vienna, neppure senso.


Rispetto a ciò, l’obiezione della Stanza Cinese di Searle è un’obiezione solo per chi “sente” che in qualche modo la relativa emulazione dell’intelligenza umana non sarebbe “davvero” intelligente, anche se messo alle strette non riesce a spiegare perché. Ora, l’unico aspetto fondato di tale sensazione è che una Stanza Cinese reale, comunque programmata, non potrebbe mai emulare davvero in modo decente le risposta di un intelligenza umana in un test di Turing se non in tempi di ordine di grandezza superiori all’età dell’universo per ogni interazione.
Ma questo non dice nulla sulla possibilità o meno di realizzare “intelligenze artificiali” più performanti, tenendo d’altronde presente che, come sostengo nell’articolo già citato Intelligenze artificiose, se per il Principio di Equivalenza Computazionale di Wolfram tutti i sistemi che raggiungono un livello minimo di complessità sono in sostanza equivalenti, l’intelligenza antropomorfa non deriva da ciò che un sistema è, ma da ciò che un sistema fa, e in ragione della sua storia, non della sua architettura. Salva la possibilità, ovviamente, di reingegnerizzare deliberatamente le funzioni di un cervello biologico esistente, che per definizione è un sistema finito e a stati finiti, per quanto  astronomici, su un supporto diverso. Ad esempio per garantire allo stesso una certa forma di “sopravvivenza”.


Che impatti avrà nel filosofia lo sviluppo tecnologico di un’IA autocosciente? Genererà una singolarità oppure trionferà la capacità umana di adattamento al nuovo e al diverso?

Alcuni transumanisti hanno ad un certo punto cominciato a considerare la Singolarità come un evento escatologico, una rapture destinata ad essere provocata dall’Avvento di Esseri Superiori infinitamente Buoni, Saggi e Razionali dediti a riscattarci da questa Valle di Lacrime.

 

Altri, dopo un po’, hanno iniziato a pensare che era più cool, più responsabile, più di moda fare invece i profeti di sventura, ed hanno iniziato a presentarsi come gli unici che avendo pensato un sacco all’argomento possono prevenire l’avvento di “Big, Bad AIs”, stile appunto Terminator o Matrix, per esempio predicando lo studio di meccanismi volti a garantire che le “onnipotenti” intelligenze artificiali del futuro si rivelino “amichevoli” (cioè schiavi servili di uomini biologici che continuerebbero a stare di fronte ad esse come al Golem il suo creatore).


In realtà, esistono dimostrazioni convicenti del fatto che un computer “autocosciente” (autocosciente in senso etologico, dato che per definizione non possiamo sapere proprio nulla sugli stati soggettivi di un altro ente, che si tratti di un gatto, di un gemello monovulare, di un sasso o di un computer, se non “allucinando” su di esso in senso PNL i nostri propri stati) non può fare nulla di più, e neanche nulla di meno, di quello che può fare un computer “stupido”, di pari potenza e dalla programmazione sufficientemente complessa e flessibile, che contenga come periferica un cervello, o semplicemente che abbia... un umano alla tastiera.


Per cui, il concetto stesso di singolarità in senso storico va ricondotto al senso originale della metafora di Vernor Vinge; che come per le singolarità cosmologiche non predice in realtà quantità infinite, probabilità superiori ad uno, e altri risultati insensati da interpretare in un qualche senso misticheggiante, ma fa semplicemente riferimento a mutamenti di natura sufficientemente radicale da superare le capacità dei nostri strumenti predittivi e teorici attuali (“umani”). E naturalmente, nel caso della singolarità tecnologica, fa riferimento alla volontà, transumanista in senso proprio, di volere che una tale frattura, un tale Zeit-Umbruch, effettivamente si produca.


Progetti per il Futuro?

A livello personale? In questo momento sto lavorando alla pubblicazione di Biopolitica. Il nuovo paradigma in lingua inglese, ed ho in progetto un altro libro (a più mani) sulla biopolitica transumanista e futurista destinato ad un pubblico molto più vasto.  A livello collettivo e storico? Fare la rivoluzione futurista e transumanista, o almeno gettare i semi perché la faccia qualcun altro, in qualche tempo, in qualche luogo. E, se possibile, non in eoni sconosciuti e in una galassia lontana, lontana...


Esiste qualcosa al termine del viaggio chiamato vita?

Per un transumanista non è un peccato di orgoglio, ma un’ambizione legittima quella di voler “vivere per sempre” - o morire nel tentativo, secondo la nota battuta. Anche nel secondo caso, come dice il protagonista del Gladiatore di Ridley Scott, bene esprimendo quel tipo di identità europea ancestrale di cui il futurismo al di là di millecinquecento anni di alienazione monoteista religiosa e/o secolare rappresenta la palingenesi, “ciò che facciamo in vita echeggia per l’eternità”.

31/03/2012

Alessio Brugnoli

brugnolialessio@gmail.com

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