Francesco Troccoli, è scrittore, traduttore e speaker. Nel bel mezzo di una invidiabile carriera in una multinazionale farmaceutica, cambia

Intervista a Francesco Troccoli

Francesco Troccoli, è scrittore, traduttore e speaker. Nel bel mezzo di una invidiabile carriera in una multinazionale farmaceutica, cambia vita per  dedicarsi, in gran parte, alla scrittura. Ha vinto numerosi premi letterari, tra i quali il Giulio Verne e il Nella Tela, pubblicato oltre trenta racconti su raccolte e riviste e ricevuto numerosi apprezzamenti della critica.

 

Blogger tra i più attivi del settore in Italia, firma le pagine di «Fantascienza e dintorni» ed è membro del collettivo di autori «La Carboneria letteraria». Quest’anno un suo racconto concorre al Premio Italia per la categoria “racconto professionale”. Ferro Sette è il suo primo romanzo, pubblicato da Armando Curcio Editore.

 

Romanzo ambientato in un futuro remoto, in cui l’umanità ha tradito la sua stessa natura. Due vecchi commilitoni si ritrovano, nemici. Il primo, Tobruk Ramarren, è una ignara pedina di un potere occulto; il secondo, seguendo un’antica intuizione, si ribella a quella che sembra l’unica vita possibile. Nelle viscere di un piccolo pianeta minerario ai confini dell’Alleanza il protagonista s’imbatterà in una sorprendente comunità di reietti, custodi del segreto che li rende liberi. Lo scontro tra i Dominatori e lo sparuto gruppo di rivoluzionari è inevitabile, così come la sorpresa di Tobruk Ramarren di fronte alla scoperta che gli cambierà la vita.

 

Una sorprendente visione di un possibile futuro della civiltà del nostro tempo, e di una ribellione che scaturisce dalla natura più segreta e preziosa dell’essere umano.

Approfittando del suo esordio letterario, ho colto l’occasione per un’interessante chiacchierata sul suo modo di intendere la vita e la letteratura

 

Ciao Francesco, chi sei ? Come ti descriveresti ad un estraneo?

Sono uno che ha capito tardi cosa voleva fare da grande. O forse, che è diventato grande con un po’ di ritardo. Ho cambiato vita quando avevo trentotto anni, lasciando un’azienda per dedicare più tempo a me stesso, ridimensionando i miei bisogni materiali e dando più spazio alle mie esigenze.

Per sopravvivere (in senso economico), traduco testi scientifici. Per vivere (nel senso più alto del termine), scrivo.

 

La tua formazione è in Farmaceutica… Quanto dei studi e della tua esperienza lavorativa ha influenzato la tua immaginazione e scrittura?

Fatta eccezione per la capacità di descrivere una reazione chimica, una patologia o un processo metabolico (inerente la seconda parte della parola “fantascienza”), non molto, a dire il vero. Nel mio romanzo, ad esempio, ho inventato vari farmaci immaginari che accompagnano l’odissea del protagonista.

Diciamo però che la vita d’azienda mi ha insegnato parecchie cose sulle persone, sui meccanismi interni dei pachidermi multinazionali e sulla differenza fra ciò che è ciò che sembra, oltre a permettermi di viaggiare spesso, attività sempre foriera di stimoli creativi.

 

Dal punto di vista artistico, quale è stato il tuo percorso formativo? Come ti sei avvicinato alla fantascienza?

Come fruitore, è una passione che proviene dall’infanzia, in parte stimolata dalle montagne di volumetti Urania disseminati per casa da mio padre, lettore onnivoro di qualsiasi forma di narrativa. Come autore, galeotto fu un corso di scrittura di genere presso la Scuola Omero in Roma, che mi fu regalato e frequentai nel 2005. Prima di allora non avevo mai scritto nulla.

Noi discenti fummo iscritti a un concorso letterario (il Trofeo RiLL) e così iniziai con i primi racconti. Mi divertivo e continuai a scrivere. Quando poi lasciai la mia azienda il tempo libero crebbe, e così pure i risultati in termini di piazzamenti e vittorie. Poi sono passato al romanzo: il primo, “Intrigo intermondiale” finì dritto nel cestino. Il secondo è quello che sto per pubblicare.

 

Perché scrivi ? Che ti spinge a dar forma ai tuoi pensieri ed emozioni?

Non saprei dirlo. è qualcosa che viene da dentro, un’esigenza creativa che credo tutti abbiamo; si tratta solo di trovare la maniera per esprimerla che ci è più congeniale.

Nel mio caso si tratta della scrittura, magari un giorno potrebbe essere qualcosa di diverso. In generale, comunque, quando scrivo prediligo l’improvvisazione alla progettazione.

 

Un mio amico ha paragonato lo scrivere racconti al correre i 100 metri piani, mentre lo scrivere romanzi alla maratona. Nel primo conta lo scatto, la capacità di colpire immediatamente l’immaginazione del lettore, nel secondo la resistenza, la capacità di catturare a lungo la sua immaginazione, avvincendolo. Tu che ti sei dedicato a entrambi i generi, che ne pensi?

Il paragone regge fino a un certo punto. Il racconto è una gara di velocità, su questo siamo d’accordo, ma il romanzo è più complesso di una maratona. è  più simile a una gara a tappe, come... il giro d’Italia. Devi sì reggere sul lungo termine (resistenza) ma in ogni tappa (il capitolo) devi dare quanto e più del singolo racconto.

In ogni capitolo devi stupire e colpire, devi scattare verso il finale, sorprendere e accendere la voglia di ripartire per la tappa successiva. Altrimenti il lettore ti molla. Personalmente, nel mio romanzo mi pare di esserci riuscito, ma il giudizio dei lettori sarà determinante.

 

Scrivere è come starnutire, secondo quanto afferma la Strazzulla ? Oppure è un esercizio lungo e faticoso?

Direi proprio di no. Assimilare una forma di creatività umana a una funzione corporea, per di più produttiva di scarti biologici, è a mio parere inaccettabile. La scrittura, se autentica, è espressione dell’inconscio, con tutto il suo corredo immaginativo, creativo e fantastico.

è un’affermazione di identità realizzata in una forma di solitudine in cui ti ritrovi a esprimere il meglio di te, che proviene dai tuoi migliori rapporti umani con gli altri. Amicizia, amore, incontri.

 

I manuali di scrittura servono a qualcosa oppure spacciano aria fritta?

Esistono ottimi testi, il cui scopo è aiutare a conseguire o ad affinare doti tecniche che sono indispensabili. Ma la creatività all’origine del processo non la puoi imparare. Devi ritrovartela dentro, e quasi sempre, se cerchi bene, la trovi. La creatività è molto più democratica di quanto si pensi.

 

Il tuo rapporto con l’editing? Hai avuto mai la tentazione di strozzare chi revisiona i tuoi testi?

Sì, spesso. Poi però, dopo l’accesso iniziale, ho quasi sempre trovato un buon compromesso, che nell’insieme ha sicuramente migliorato il prodotto finale. Quello che manca oggi, a mio parere, non sono i bravi autori; di quelli a me pare ce ne siano molti.

A esser troppo pochi sono i bravi editor. Al di fuori dalle case editrici, dove finiscono i migliori, è quasi impossibile trovarne.

 

Perché l’intellettuale italiano guarda il fantastico e la fantascienza con la puzza sotto al  naso?

Non sono certo che sia così. Ci sono molti critici esperti, recensori, che non disdegnano affatto il fantastico. Il problema è che a decidere cosa si debba leggere non sono loro e non sono nemmeno i lettori. Oggi la fantascienza sta lentamente uscendo da un declino che ha fatto seguito a un’epoca d’oro in cui essere intellettuale, giornalista, ricercatore, significava spesso saper scrivere fantastico.


Pensa a Borges, Buzzati, Calvino, Ursula K. Le Guin. La vera domanda è “perché oggi non è così?” (e non solo in Italia), e non credo che gli intellettuali, che oggi contano molto meno di un tempo per la cultura dominante, siano i responsabili. Temo che le ragioni siano ben altre. A (tentare di) controllare lo sviluppo del pensiero sono interessi puramente economici in virtù dei quali, oggi, la fantascienza rende solo al cinema. Pensa ad Avatar, o a Inception: sono fra i più grandi successi degli ultimi anni, e sono fantascienza.

 

Cos’è per te la Bellezza? Che ruolo ha nel mondo e nella vita dell’Uomo?

Domande difficili. La bellezza è una dimensione interna, strettamente connessa allo star bene, fisicamente e, soprattutto, psichicamente. Se ciò avviene, la probabilità che diventi anche una apprezzabile condizione esteriore, poco importa se più o meno “oggettiva”, è certamente maggiore.

Definita in questo senso, penso che il suo ruolo nella vita dell’Uomo sia determinante. Oggi c’è poca voglia di perseguirla, oppure ci sono problemi materiali urgentissimi, a livello mondiale, che riducono le possibilità di farlo.

 

Come giudichi il livello medio dei critici italiani che si dedicano alla Fantascienza?

Non mi piace giudicare ed è un compito che lascio appunto ai critici. Mi limito a esprimere l’auspicio che l’interesse per il genere cresca.

 

Lo Scrittore, secondo te, è più mago, sciamano o alchimista?

L’alchimia, a patto che sia depurata della componente più mistica, è una buona metafora della scrittura e della creatività in generale: trasformare qualcosa in altro. Magia e sciamanesimo non c’entrano: la creatività nasce indubbiamente dal pensiero dell’essere umano, e non dallo spirito assoluto esterno, alienato dalla mente umana. Le idee dello scrittore non gli pre-esistono.

Non sono magiche, sono umane. Nascono dall’esperienza del mondo e dai rapporti con gli altri, durante la vita. E poi, come ex-farmacista, non posso che votare per quella proto-chimica che un tempo fu l’alchimia, non credi?

 

In Italia possono nascere ancora avanguardie artistiche?

Onestamente non credo di saperti rispondere. La mia formazione, anche nella fantascienza, è più vicina al canone classico che a quello contemporaneo. Ma qualsiasi forma di sperimentazione, quando è intelligente e realmente creativa, va a mio parere salutata con favore.

 

Per te, cos’è l’inquietudine?

Penso che tu alluda (correggimi se sbaglio) a quella sottile forma di angoscia che secondo molti sarebbe un propulsore dell’arte, come anche della scrittura di genere. Ma per me l’inquietudine è semplicemente una possibile reazione a un evento infausto, a un problema, a un dispiacere, a una delusione. Non è uno status di cui compiacersi, né un buon carburante per la creatività.

Al contrario. Intendiamoci, un momento di crisi nella vita può diventare l’occasione per trovare qualcosa di nuovo, anche nella scrittura, questo sì. Ma deve trattarsi di una fase, e non di uno status perenne. Una fase da cui voler uscire. Anche scrivendo.

 

Il sonno della ragione genera mostri o percezioni più ampie del Reale?

Penso che l’espressione “il sonno della ragione” sia una tautologia. A me pare chiaro, in altre parole, che nel sonno la ragione non ci possa essere. E proprio in questo metterla da parte si verifica, appunto quando si dorme, l’emersione dell’inconscio, che per quanto ne so io, in assenza di malattia mentale, genera sogni e non mostri.

Ovvero, libera la Bellezza, con la B maiuscola, della quale mi chiedevi prima. Quella stessa Bellezza che è alla base anche della scrittura. Più che di percezione più ampia del Reale, parlerei di una sensibilità che non è mediata dalla ragione, né dalle facoltà sensoriali in senso stretto. Un sapere vedere a occhi chiusi, se mi passi l’espressione. Un sentire.

 

In questa società, in cui il potere nasce dal controllo dei media, esiste ancora il libero arbitrio?

Il “libero arbitrio” è un’altra di quelle espressioni alle quali a mio parer siamo assuefatti da secoli, la cui origine è più teologica che filosofica o etica. Parlerei, se me lo consenti, di libertà di scelta. Se questa libertà è basata su una consapevolezza di sé sufficientemente solida, su un’identità fondamentalmente sana, nessun mezzo di informazione potrà mai sopprimerla, nemmeno nel buio di una cella di prigionia.

Il che non diminuisce la gravità del problema a cui fai riferimento, che è reale e che impedisce comunque a molti di poter godere appieno dell’esercizio pratico, concreto, della propria libertà.

 

Quale è  il tuo metodo di lavoro ? Da dove nasce la tua ispirazione? Come la rendi forma e sostanza?

Sono più una vittima degli impulsi del momento che un artefice di grandi meditazioni progettuali. Se mi diverto a scrivere, posso andare avanti a oltranza, isolandomi completamente dall’ambiente esterno. Quando questo non accade, mi fermo, perché so che accanirsi sarebbe improduttivo.

Se invece l’alchimia si realizza, forma e sostanza si integrano, diventando l’una produttiva dell’altra. L’ispirazione è capricciosa e imprevedibile, si lega moltissimo ai rapporti e agli incontri del momento.

 

Ferro Sette… Da dove è nata l’idea?

“Ferro Sette” è il nome della miniera sede dell’incipit della narrazione. Il romanzo è nato nel 2009 da un mio promettente racconto, dal titolo “Il cacciatore”, che vinse il Premio Giulio Verne, e che iniziai ad allungare via via. Quando sollevai lo sguardo dal PC, un anno dopo, era diventato un romanzo. Cose che per fortuna capitano...

 

In questi giorni che si parla tanto di articolo 18, è possibile dare una lettura politica e sociale al tuo romanzo come ribellione ad una società che ci limita sempre più al ruolo di produttori e consumatori?

Assolutamente sì. Hai colto una delle più importanti chiavi di interpretazione del romanzo. L’imperativo dominante il mondo di Ferro Sette è esattamente quello della produzione, in questo caso l’estrazione di metalli pesanti da centinaia di miniere sparse per il pianeta.

E il romanzo è la storia di una ribellione del protagonista, che prende via via coscienza della verità che è stata sempre nascosta alla maggioranza degli esseri umani. Ti ricorda qualcosa?

 

Con che criterio hai scelto una copertina così evocativa?

La copertina è opera dell’illustratore napoletano Ettore Biondo, che ha fatto davvero un gran lavoro nell’assecondare ogni mio capriccio. Gli avevo chiesto un’inquadratura della superficie planetaria con i tre soli del sistema in cui la storia si svolge, ma da un lontano punto di osservazione nello spazio esterno.

Ma nel primo briefing Ettore ed io non ci siamo capiti e lui ha spostato il punto di vista sulla superficie planetaria. Il nostro malinteso è stata una benedizione, perché ha portato al risultato che vedi oggi.

 

Cos’è Carboneria Letteraria? Quali sono i suoi fondamenti intellettuali e obiettivi?

Rispondo citando il nostro manifesto: “La Carboneria Letteraria, come dice il nome stesso, è un'associazione segreta di Pulcinella volta alla cospirazione letteraria, al consumo di carboidrati con degno accompagno di beveraggi ed altre espressioni artistiche.

Ti confesso che non abbiamo velleità intellettuali di alcun tipo; a unirci sono la passione per la scrittura e l’amicizia che fra noi si è creata negli anni. Siamo un collettivo di poco più di venti autori, con diverse estrazioni e diversi orientamenti, abbiamo realizzato molte raccolte antologiche a tema e stiamo anche lavorando a un romanzo a quaranta mani, un’opera senza precedenti.

 

Quale sarà il futuro degli ebook in Italia? Che impatto avranno sulla nostra editoria ? Rimarranno un fenomeno di nicchia o cambieranno il suo modello economico?

Difficile dirlo. Augurandomi che l’e-book non sia l’ennesima bolla speculativa delle aziende informatiche, penso che editoria cartacea ed elettronica dovranno prima o poi incontrarsi, generando una qualche forma di ibridazione di cui non saprei prevedere le caratteristiche.

Personalmente, non ho un reader, mi sento ancora molto legato alla carta. Al momento l’impatto mi pare marginale, benché il trend sia in crescita. Ma temo che per il verdetto finale ci vorranno ancora diversi anni.

 

Quale autore della fantascienza classica ami di più? Il tuo rapporto con la space opera e con l’hard science fiction?

La Ursula K. Le Guin del Ciclo dell’Ecumene innanzitutto; il mio protagonista, Tobruk Ramarren, è idealmente il padre del Falk Ramarren del suo “Il pianeta dell’esilio”, romanzo strepitoso di quel ciclo. E poi Michael Bishop, autore che ho il piacere di aver conosciuto in rete personalmente e che ho intervistato nel mio Blog (http://fantascienzaedintorni.blogspot.it/). Il suo “Il tempo è il solo nemico” è uno dei miei libri preferiti.

 

Ancora, Fritz Leiber, il cui “Il grande tempo” mi ha travolto. L’elenco proseguirebbe a oltranza, ma mi limito a citare Robert Heinlein (in particolare “Universo”, capolavoro assoluto, e “Fanteria dello Spazio”) e, su un piano molto più leggero, Lois McMaster Bujold (“Gravità zero” è frutto secondo me di un’intuizione geniale), per rispondere alla seconda parte della tua domanda.

 

Il Cyberpunk è morto? In termini più ampi la narrativa di Fantascienza  muore quando i problemi che pone al lettore da ipotetici divengono concreti?

Non sono mai riuscito a entrare davvero in sintonia con il cyberpunk. Benché abbia colto la fascinazione delle invenzioni di Gibson, ho faticato molto nel leggerlo. La successiva evoluzione in forme meno criptiche o magari ibridate con elementi più noir, come nel ciclo di Takeshi Kovacs di Richard K. Morgan, mi trova molto più aperto e disponibile. Non credo comunque che la fantascienza esaurisca il suo compito nella premonizione o nell’anticipazione, per rispondere alla seconda parte della tua domanda.

 

Altrimenti non si capirebbe come mai fra i più letti, anche al giorno d’oggi, ci siano J. Verne, G. Orwell, H. G. Wells, che restano fra i più affascinanti affabulatori di sempre. La fantascienza crea mondi la cui potenza immaginativa va al di là di una simile prospettiva. Per dirla in un battuta, finché saremo capaci di sognare, scriveremo e leggeremo fantastico e fantascienza.

 

Come ti poni con i cardini ideologici del cyberpunk ossia la sfiducia nella tecnologia, l’impossibilità del futuro ed il degradarsi della carne nella materia?

Come accennavo, il cyberpunk letterario mi crea qualche difficoltà. Stranamente, però, ho trovato affascinanti le sue declinazioni nel mondo dell’animazione (penso ad esempio a Ghost in The Shell). Accetto quindi questi cardini come motivo ispiratore di un universo immaginario violento, coercitivo e quindi “inquietante” e perturbante, purché in esso via sia, come spesso accade, un eroe positivo che si ribella in nome del recupero della propria e dell’altrui umanità.

In quest’ottica, anche nel cyberpunk ritrovo lo spirito più autentico della fantascienza di qualsiasi epoca.

 

Noam Chomsky in un'intervista, pubblicata nel '75 da Laterza, su Linguaggio e Ideologia, diceva che il limite stesso delle persone è di appartenere al genere umano. E' possibile che la Tecnica permetta la ridefinizione del concetto di Umano?

La tecnica è uno strumento sempre più potente, ma non è un fine e non deve esserlo. Il concetto di “Umano” si colloca in un’altra dimensione, che è quella creativa, inconscia, immaginifica, la stessa che produce arte, rapporti interumani e sogni. La tecnica potrà essere d’aiuto, ma non potrà mai rimpiazzare tutto ciò, o sovrastarlo.

Trovo pertanto che l’Umanità non sia un limite ma, al contrario, un plus. Pensare che sia un limite mi sembra che riveli una religiosità di fondo, perché legittima a ritenere che ci sia un essere più alto verso cui mirare, un trascendente, un’essenza metafisica.

 

Che ne pensi dello Steampunk?

Per quel che conosco, lo trovo geniale. Ecco, per tornare al discorso di prima, lo steampunk dimostra, a mio parere, che anche quando la tecnica è del tutto diversa, non mediata dall’elettronica, basata su un’ipotesi di progresso così specifica, precisa, paradossale, l’Uomo non solo non ne è diminuito, ma al contrario, esprime il meglio di sé. Eravamo uomini e donne completi già quando dipingevamo nelle caverne. Il progresso tecnologico è prezioso, ma non è indispensabile per definirci esseri umani.

Un mondo Steampunk “costringe” infatti un uomo a far tesoro delle sue doti migliori in mancanza di leve tecniche avanzate, a usare la fantasia per fare progressi tecnici. E getta le basi per un registro narrativo dal timbro ironico, distaccato, quasi favolistico, che nella fantascienza è raro e prezioso. Spero che un esperto di questo genere come te non trovi troppo malsane queste mie illazioni.

 

Cos’è la Fantascienza? E’ una letteratura di idee? Una proiezione nel Futuro incubi e le paure del presente ? Una transizione oltre l’Umanesimo?

La Fantascienza che amo io, più che una transizione oltre l’Umanesimo, mira al recupero di un autentico Umanesimo. Laico, intenso, egualitario e intelligentemente ribelle. Penso che oggi, soprattutto in Italia, ve ne sia un gran bisogno. Spesso la fantascienza diventa un modo per descrivere il presente travestendolo con i panni del futuro o di una realtà alternativa, operazione che ti dà la smisurata libertà di muoverti come meglio credi per recuperare il senso più profondo dell’essere umano.

 

Persino nelle opere di fantascienza meno “impegnate” è difficile che questa connotazione manchi del tutto. Mi chiedo perché ci si sforzi di andare “oltre” l’uomo (operazione che, come la storia ci insegna, è molto pericolosa) quando ancora dell’uomo si sa così poco. Esploriamo invece l’Uomo di oggi. E la Donna, colpevolmente trascurata con nefaste conseguenze per l’uomo stesso.

 

Che valore dai alla metafora del Robot?

Enorme. Quando si parla di robot la prima cosa che mi viene in mente è l’Olimpia de “L’uomo della sabbia” di E. T. A. Hoffmann. L’automa come metafora, appunto, dell’uomo (donna, in questo caso), privo di emozione, capace perciò di far impazzire l’altro essere umano.

Certamente, da allora la figura del robot si è evoluta verso un modello sempre più “empatico” rispetto all’uomo e quindi più tranquillizzante, ma non ha mai perduto (nemmeno in Asimov) questa connotazione (in)espressiva, questa tendenza a rappresentare a cosa possa ridursi un uomo in assenza di affettività, di emozioni: una statua fredda e razionale che senza le “tre leggi” non è in grado di sentire e capire cosa sia giusto e cosa sia sbagliato, cosa sia “bello” (nel senso di sopra) e cosa sia “brutto”.

Al punto tale che i robot più “simpatici” e accettabili risultano puntualmente quelli che vengono resi più somiglianti agli uomini in termini di emotività. Basti pensare a D-3BO in Star Wars. Ma, così facendo, in realtà non sono più robot.

 

Il tuo rapporto con i fumetti… Quanto hanno influenzato la tua creatività?

Poche selezionate letture hanno avuto un ruolo determinante. Mi riferisco ad esempio al Manga “Planetes”, la cui lettura, appena qualche anno fa, ha indotto immagini e suggestioni da cui sono nati alcuni miei racconti. In Italia i fumetti, un po’ come la fantascienza, meriterebbero molta più attenzione di quella che hanno attualmente.

Scrivere storie a fumetti richiede doti pari o superiori a quelle di un romanziere; non parliamo poi del talento di molti disegnatori, per il quale non nutro che invidia allo stato primordiale.

 

Tu e l’Arte Contemporanea… Apprezzi qualche corrente o autore in particolare?  E che ne pensi della Digital Art?

Ci sono cose di certo interessanti, ma mi pare che la grande varietà dell’offerta imponga la necessità di separare il grano dal loglio, diciamo così. Nell’arte di oggi c’è bisogno di gente coraggiosa che dica davvero quel che pensa e che sente. A me piace molto, ad esempio, quel che realizza la mia amica Barbara Sbrocca (http://www.sbrocca.com/).

La Digital Art è certamente un’area molto interessante, e penso che siamo solo all’inizio di un cammino che riserverà molte sorprese.

 

Progetti per il Futuro?

Essendo un traduttore medico-scientifico e uno scrittore, vorrei innanzitutto continuare a scrivere (con Curcio c’è l’intenzione di proseguire fino a pubblicare una trilogia, poi ci sono vari racconti in arrivo con altri editori), e poi rivolgermi alla traduzione letteraria dall’inglese e dallo spagnolo.

 

Esiste qualcosa al termine del viaggio chiamato vita?

Sì. L’immagine di noi che resterà a chi abbiamo amato, e con essa la Bellezza che saremo stati (più o meno) capaci di disseminare. Mi pare che sia moltissimo.

03/04/2012

Alessio Brugnoli

brugnolialessio@gmail.com

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