Non si guarisce dal mare di vivere. Ma ci si salva innamorandosene. Nuotandoci e aggrappandosi agli scogli più vicini e possenti, quando si

Intervista a Giò Lacedra

Ricordo bene l’ultima volta che ho incontrato Massimo Prizzon. Era a Roma. Scese dalla sua stanza, presso l’albergo Napoleon, a Piazza Vittorio.

Aveva un sorriso raggiante. No, non avrei mai sospettato che fosse ammalato. Mi abbracciò, mi fece un paio di battute, mi diede un buffetto sulla guancia, come faceva sempre.

Due passi per via dello Statuto, un aperitivo in un locale fighetto a via Merulana e poi una cena a base di pesce. Massimo mi parlava del suo progetto sui disturbi alimentari, una grande mostra fotografica per scuotere le coscienze sul tema.

Io annuivo. In qualche modo, gli avrei dato una mano per realizzare il suo sogno. Ma il Destino, balordo, non me l’ha permesso.

L’unica cosa che rimane è onorare il ricordo di Massimo e fare in modo che i suoi sogni non muoiano. Ed è quello che sta facendo Giò Lacedra, con le sue performance.

Un’erede spirituale del mio buon amico…

 

Ciao Giò, chi sei ? Come ti descriveresti a un estraneo?

Sono una creatura di 34 anni, con il cuore nello stomaco e lo stomaco nel cuore.

Prigioniera di un’infanzia che aspetto ancora di vivere. Forse è per questo che il passare del tempo mi fa una paura tanto atroce e vivo giorni in cui trovo inaccettabile il fatto di non poterne domare il flusso, di non poterlo fermare a mio piacimento. Questa impossibilità delle volte mi distrugge. C’è stato un tempo in cui col mio corpo ho provato a fermare il tempo. Ma il prezzo di una simile illusione, era la vita…

 

Sono una donna con poca pazienza. E troppa, inutile sensibilità (è questo il tubo digerente che mi inghiotte). Sono ipercinetica e iperfagica. Perfezionista e un po’ ossessiva. Molto selettiva. Meticolosa ma inconcludente. Generosa. Sono un’amazzone disorientata. Una bambina con gli artigli. E una madre, da sempre, pur non avendo figli.

 

Basilicata, Firenze, Milano…. Tre tappe della tua vita. Come ti hanno cambiata?

Più che cambiata, trovo che mi abbiano rivelata a me stessa. Mi hanno “sbucciata”. Sono nata in Basilicata, primogenita di due figli. In una famiglia modesta. E poco comunicativa. I miei genitori devono avermi amata tanto, ma di un amore congelato dai silenzi e dalle tensioni. Un amore impronunciabile. Che mai nessuno mi diceva. Così muto da non esistere quasi. Invece oggi so che è esistito e dolcemente esiste. Per fortuna la vita “sbuccia” anche le verità dalla scorza più dura. Ero una bambina timidissima. Mi raccontano che all’asilo le suore si preoccupavano per me; in primo luogo perché ero mancina, e desideravano “guarirmi”; in secondo luogo perché trascorrevo intere giornate completamente sola, avevo molta paura di interagire con gli altri bambini. Me ne stavo per ore a disegnare e in alternativa, come ho scritto nell’introduzione del primo comunicato stampa della mia performance “Io Sottraggo”, camminavo per ore lungo il perimetro rettangolare dell’ampio salone vuoto dell’asilo. Lo facevo quando gli altri bambini erano tutti fuori in giardino.

 

Mi chiedo a cosa pensassi in tutto quel tempo, mi ricordo le ombre lunghe che si proiettavano dalle finestre su quel pavimento, mi ricordo che osservavo i miei piedini avanzare, mi ricordo come ondeggiava il mio grembiule, mi ricordo una strana serenità, ma non ricordo davvero quali fossero i miei pensieri. Sì, sono stata una bambina piuttosto sola. Poi è arrivata l’adolescenza, e mi ha scoperta selvaggia, impulsiva e aggressiva… Esplosiva e piena di desideri. Erano gli anni del Liceo Artistico e della mia grande passione per il disegno e per il colore… Ecco, sicuramente l’elemento di assoluta continuità tra la mia infanzia e l’adolescenza è stato il disegno… non ho mai potuto farne a meno. E questo è un grande, grandissimo privilegio. Con gli anni la timidezza è scivolata via, trasformandosi in una sorta di riservatezza buona. Ma in quell’aggressività c’era una domanda che restava senza risposta, e cresceva una rabbia che con il mio trasferimento a Firenze mi avrebbe portata ad incontrare l’anoressia.

 

A Firenze mi sono trasferita nel 1995 per frequentare l’Accademia di Belle Arti. Un luogo meraviglioso per me che lo sognavo da sempre. Trascorrere lì le giornate intere a dipingere, disegnare, seguire corsi di storia dell’arte, fotografia etc… era un sogno che si realizzava. Ma allontanandomi da casa mi sono imbattuta in quelle fragilità di me che l’aggressività aveva sino a quel momento tentato di dissimulare. E in quella crepa dell’anima si è fatto posto un disturbo del comportamento alimentare… con il quale per anni ho duellato.

 

A Milano mi sono trasferita nel 2004 per lavoro. Sono ufficialmente un’insegnante statale. Ma su questo argomento sorvolerei. Il cambiamento è stato devastante. Lo desideravo eppure non ho saputo gestirlo. Nel 2005 la caduta a picco… quella verso i 39 chili. Da lì è stato faticosissimo risalire la china, ma tutto quel dolore è diventato negli anni materiale creativo.

 

Perchè crei?

Perché ne ho il diritto. Per non dimenticare che la vita ha un senso più profondo. Per eccedere, ma in modo costruttivo. Per gridare, ma senza far rumore. Per sentire, fluire e arrivare. Per sublimare la rabbia. Per incontrare l’altro. E per dirla in termini buddisti, per trasformare il mio veleno in medicina.

 

Cos’è il buddismo di Nichiren Daishonin? Come ti sei avvicinata a questa religione? Che risposta dona al mistero di vivere?

Lo scorso settembre un caro amico mi invitò ad uno Zadankai (meeting buddista in cui si prega e si affrontano tematiche riguardanti il Buddismo.). Decisi di partecipare, perché affascinata e incuriosita. E devo dire che l’incontro fu determinante. Proverò a spiegarmi: il buddismo non è semplicemente una religione. Il Buddismo è anche ragione. Il Budda non è una divinità esterna, distante, ultraterrena, alla quale bisogna rivolgere le proprie preghiere o chiedere perdono. Budda sono Io. Budda sei tu, Budda è ciascuno di noi. Perché ciascuno di noi ha in sé le potenzialità per avviare la propria rivoluzione umana e vivere il proprio risveglio alla vita. Lo stato di Buddità è una condizione interiore. È lo stato di illuminazione che ciascuno di noi può attivare, ora, nel presente, con coraggio e determinazione.

 

Il Buddismo è una religione senza dei. Ha origini molto lontane, nasce nell’India del VI secolo a.C. Il Budda storico è il celebre Shakyamuni, anche conosciuto come Siddharta (‘colui che ha raggiunto la sua meta’),il quale si risvegliò alla legge mistica che muove tutte le cose e predicò, sino all’ultimo giorno della sua vita, affinché tutti potessero comprendere quanto egli stesso aveva compreso, ovvero che ciascun essere umano ha in sé quella terra illuminata che si chiama Buddità. Il Buddismo si diffuse prima in Cina e poi in Giappone. Nichiren Daishonin, monaco giapponese vissuto nel XIII secolo non fece altro che studiare approfonditamente tutti i Sutra lasciati da Shakyamuni, fino a scoprire il nucleo essenziale, la vera perla della rivoluzione era dichiarata in un Sutra preciso: il Sutra del Loto. Lì era rivelata la legge mistica, quella che può consentire a chiunque di perseguire lo stato di Buddità: Nam myoho renge kyo. Questa frase è diventata la “pratica” Buddusta. Facendo “Daimoku” , ovvero ripetendo a ritmo incalzante questa frase per mezz’ora o un’ora davanti al Gohonzon (il mandala o oggetto di culto buddista) io attivo lo stato vitale di Buddità. Può sembrare assurdo a chi non ha mai sperimentato. Ma i primi cambiamenti nella mia interiorità e nel mio modo di agire e reagire, si sono verificati immediatamente. Come se dopo il daimoku io mi sentissi nuova, più energica, più autentica, più positiva, più padrona di me stessa, più consapevole delle mie azioni, più compassionevole, vicina al mondo.

 

Il Buddismo è una religione che restituisce all’individuo la percezione della propria straordinaria grandezza, insieme all’imprescindibile consapevolezza che egli e nessun altro, è responsabile della propria vita; perché ogni accadimento non è che l’effetto di una causa precedentemente posta. Il buddismo si basa sul principio di causalità che muove tutte le cose nell’universo. Ad ogni causa corrisponde un effetto. Dunque, modificando le cause, muteranno gli effetti. Questa è la legge mistica e questa è la legge karmica. E il karma è quel bagaglio di effetti dovuti a cause poste nelle nostre vite precedenti. Ma non è una condanna, lo si può anzi cambiare, oggi, ponendo cause positive, creando valore. Il Buddismo mi sta rendendo più forte, più consapevole, più vasta. Oggi vedo e so che recitando Nam myoho renge kyo è la mia buddità ad emergere. È la mia rivoluzione umana ad attivarsi.

 

Mettere a nudo il proprio io, nell'Arte, è una forma di esibizionismo ? Oppure è farsi carico del peso di vivere che rende fratello ogni individuo?

È senza ombra di dubbio – almeno per me – una forma di esibizionismo catartica e in un certo senso salvifica. Mi metto a nudo per me stessa e per milioni di altre donne che non riescono a farlo. Per paura o per vergogna. Ma poi mi scrivono. E quello che leggo nelle loro mail mi basta a credere sempre di più che questo mio lavoro ha un senso profondo. Sto creando valore. Il mio è un lavoro autobiografico ma non autistico. Non sono piegata a guardarmi l’ombelico. Sono la narrazione in chiave creativa e performativa, di una realtà che non riguarda soltanto me. Presto corpo e voce e segno e azione a chi non riesce a farlo. Non sono stoica. Sono autentica. Sono una verità. Come il poeta che pare scriva per se stesso quando dice “io” …e invece parla una lingua universale, vestendo con le sue parole l’anima di innumerevoli lettori. È questa l’alchimia dell’atto creativo, quando di atto introspettivo ed espressivo si tratta.

 

QUANTO A ME,

IO SONO UN ACQUERELLO.

MI DISSOLVO

La vita è un dissolversi verso il nulla?

Ecco! A proposito di poesia e confessione! Questi sono versi scritti da una delle voci che, della poesia Confessional degli anni 60’/’70, amo particolarmente: Anne Sexton. Ma il senso di questa citazione non ha nulla a che vedere con la dissoluzione della vita. Al contrario. È un modo di sentire la vita. È la vita che si muove leggera e mutevole. È la vita che si dissolve per trasformarsi. È la vita liquida. Come una macchia d’acquerello che si sparge su un foglio bianco. Libera e incontrollabile. È, più semplicemente, la materia di cui sento di essere fatta: una goccia di colore che dilaga su un foglio, prende la forma che desidera, lascia la traccia che desidera. Una traccia velata, una traccia che non solca, non spacca e non sporca. Una carezza priva di forma…che nel dissolversi già si trasforma in altro. Sono una divoratrice di poesia, soprattutto femminile.

 

Amo i versi di Anne Sexton, Silvia Plath, Antonia Pozzi, Jacqueline Risset, Marina Cvetaeva, Wisława Szymborska, Joumana Haddad e molte altre…Credo nella delicata ferocia e nella spietata eleganza che solo le donne in poesia sanno sfoderare. Amo questa possibilità che ha la poesia, di dire l’immenso, servendosi di una sintesi impeccabile.

 

L’Arte può cambiare il mondo?

Dostoevskij ha scritto “la bellezza salverà il mondo”. Il suo “idiota” voleva essere un portatore di bellezza in un mondo spietato. L’arte potrebbe salvare il mondo? Un artista è forse un “idiota”? Certo, se mi fermo a fare un esame di realtà e guardo al sistema dell’arte oggi, al trionfo del business, alle mode più che alle tendenze artistiche, alle frotte di concorsi a pagamento,e alle tante gallerie d’arte che sembrano essersi trasformate in outlet…

Ho la sensazione che l’arte possa fare ben poco per cambiare il mondo, e che anzi questo sistema abbia impoverito l’arte, sottraendole la sua vera missione. Credo piuttosto che l’arte possa contaminare, con qualcosa di buono, di alto, di profondo e supremo, le coscienze di spettatori attenti, di anime in ascolto autentico.

Credo, infine, che l’arte abbia il potere di salvare l’artista.

 

Da dove nascono i disturbi alimentari? Dal non amarsi abbastanza? Dall’essere schiacciati dalle aspettative di chi ti è accanto o dai modelli sociali?

I disturbi alimentari nascono da una fenditura nella comunicazione, da una crepa che si dilata nella relazione affettiva, da un malamore o da una mancanza d’amore. I bambini si nutrono d’amore prima che di cibo. Il nutrimento primario è l’amore. Come cantano i Subsonica, gruppo che ascolto dagli esordi e che a mio avviso propone testi decisamente intelligenti, “il corpo è l’innocenza che si può spezzare…”.

 

Come hai vissuto la tua condizione di anoressica? Cosa ti aiutato ad uscirne?

Hilde Bruch la chiama “La Gabbia D’Oro”. Perché inizialmente l’anoressia è una sorta di rifugio. Un rifugio che presto si trasforma in una prigione. Quella prigione che ricostruisco ad ogni tappa di “Io Sottraggo”, attraverso un perimetro-trincea triangolare, fatto di vasetti di yogurt vuoti. E in quel perimetro mi muovo, come mi sono mossa in questi anni nella vera gabbia della patologia: la triangolazione cibo-corpo-peso. Ma non accade più in segreto. Ciò che accade nella gabbia della patologia, io lo mostro a chi non sa. Perché chi non sa, sottovaluta. E invece ha il dovere di sapere.

 

L’anoressia con il suo ipercontrollo, la sua pianificazione di tutto, dalla quantità di cibo da mangiare al numero di calorie da non superare, al peso corporeo da ridurre…dona l’illusione di una forza di volontà che non ci si aspettava di avere. Anoressia non è mancanza di appetito Al contrario, la persona anoressica pensa ossessivamente al cibo. È assillata dal pensiero del cibo. E teme profondamente il cibo. Quindi, riuscire a rinunciarvi diventa più importante di qualunque altra cosa. Saper rinunciare mi dimostra che sono forte, che so resistere, che so perseguire un traguardo, che so trasformarmi in quello che voglio. Riuscire a trasformarsi attraverso un atto tanto stoico, restituisce valore. Un valore distorto, ma si tratta proprio di quel valore che la vittima del disturbo non aveva mai pensato di avere. Inizialmente non appare come una prigione, ma come un atto di forza e di coraggio. Io so rinunciare a qualcosa. Io so raggiungere un obiettivo. Io sono padrona di me stessa. Ci vuole del tempo prima di riuscire a dire “ Io sono malata”.

 

Forse questa performance, mi sta aiutando ad uscirne. Perché, anche se fisicamente sono fuori pericolo, io non sono ancora libera dall’ossessione anoressico-bulimica. È vero, non peso più 39 chili come mi è accaduto 7 anni fa, nella fase più drammatica della patologia, quando ho rischiato di morirne. Ma come dice la volpe al Piccolo Principe “l’essenziale è invisibile agli occhi”. E come ha scritto Chiara Gamberale nel suo primo libro ‘Una vita sottile’: “… l’essenziale è invisibile agli occhi e di piccoli principi non ce ne sono in giro molti…”. Infatti quando mi guardano mangiare normalmente a cena, in pizzeria etc… e mi dicono “Ehi! Vedo che mangi, quindi sei guarita!”, capisco che l’essenziale di questa patologia è davvero invisibile agli occhi. Non si guarisce di solo cibo. Niente affatto. Liberarsi da questa gabbia d’oro, dall’ossessività di questa triangolazione cibo-corpo-peso, e soprattutto dal disagio che soggiace a tutto questo, è un lavoro molto molto più profondo. E a volte non sono sufficienti anni di psicoterapie per venirne a capo. La guarigione non è semplicemente tornare a mangiare. E soprattutto: sapreste dirmi voi come fate a riconoscere una donna bulimica?

Se un’anoressica, giunta allo stato più grave della patologia, è riconoscibile dal suo aspetto fisico, denutrito, emaciato, scheletrico, una bulimica invece non ha caratteristiche fisiche peculiari. Può essere una donna magra, normopeso, dal fisico atletico, con qualche chilo di troppo. Una donna bulimica può avere qualsiasi corpo. Non è il corpo a rivelarne la patologia. Eppure anche di bulimia si muore, perché una crisi bulimica è un atto a tal punto violento nei confronti della propria persona e del proprio corpo, da mettere a rischio di morte la vittima a causa di complicazioni polmonari, renali, lesioni all’esofago o allo stomaco, emorragie interne causate dal vomito autoindotto. Ne sono morte di donne così! Ma tutto questo è invisibile agli occhi, giusto?

Accade in segreto. La crisi bulimica non la manifesto. Mi aggredisce quando sono sola. Nessuno vede e nessuno sa. Quindi se poi esci a cena e mangi la tua pizza come tutti, e prendi pure una fetta di dolce allora sei guarita! Ma anoressia e bulimia esistono anche quando il corpo non lo “mostra” palesemente. Le foto che proietto durante la performance mostrano un corpo ischeletrito, emaciato, mortalmente scolpito dall’anoressia. Quello era il mio corpo. Ossa iliache che sporgono come lame, costole che creano giochi chiaroscurali di un contrasto estremo, seni inesistenti…Mentre mi sottraevo alla vita, chilo dopo chilo, verificavo i risultati di questa operazione attraverso una serie di autoscatti. Volevo verificare cosa mi stava accadendo. Era il 2005 e ho toccato il fondo. Solo un lungo ricovero mi ha restituito un corpo. Due mesi in un reparto per Disturbi Alimentari di una nota azienda ospedaliera milanese, dove, per mancanza di letti, venivano ricoverate nella stessa corsia donne anoressiche (di ogni età, dai 10 ai 55 anni) e donne obese; un luogo in cui veniva adottato il metodo dell’alimentazione “forzata”, ovvero: o mangi tutto quello che ti portiamo o ti nutriamo con il sondino e la sacca. Un luogo in cui c’erano le telecamere accese nei bagni, per controllare che una volta lì dentro ti limitassi a fare i tuoi bisogni senza provare a vomitare. Un luogo in cui ti dicevano di stare ferma e non muoverti, altrimenti avresti bruciato le calorie prese col cibo del pranzo, dello spuntino o della cena, e invece quelle servivano a recuperare peso. Una questione di numeri, di calcoli matematici anche lì, insomma. Non mi era possibile sentirmi libera dall’aritmetica… Dal primo giorno mi è stato detto “raccogli le briciole”. Ho eseguito. Non volevo fare storie, ero una donna di quasi 27 anni, avrei potuto firmare e andarmene fuori a morire quando avrei voluto. Ma non era la morte che cercavo, non l’avevo mai cercata. La patologia ti illude di avere il controllo sulla situazione, esattamente come un tossicodipendente è illuso che da un giorno all’altro potrà smettere di farsi, da solo. Ma così non è, ed io avevo bisogno che mi restituissero un corpo. Perché ormai ero uno scheletro senza più muscoli né energia, il mio cuore era pericolosamente bradicardico,ero finita più volte in pronto soccorso nei mesi del dimagrimento, e ora non riuscivo neppure più a fare una rampa di scale.

Oggi mi sento di dire che l’anoressia è stata una carestia avvenuta nella mia vita, a causa di un cattivo raccolto nei terreni dell’affettività e della comunicazione, dunque anche dell’autopercezione. Il rispetto per se stessi, la legittimazione ai propri desideri, il diritto alla propria felicità, sono frutto di una buona semina d’amore, di parole, di vicinanza, di accoglienza, di dialogo. L’anoressia inizia quando in tutto ciò vi è un errore. Quando qualcosa di fondamentale nella semina è mancato.

Ma da quell’errore è nata una missione: trasformare in arte la patologia.

 

Come guarire dal mare di vivere?

Non si guarisce dal mare di vivere. Ma ci si salva innamorandosene. Nuotandoci e aggrappandosi agli scogli più vicini e possenti, quando si ha paura di annegare. Vivendo a pieno le maree della vita, siano esse alte o basse. Standoci dentro, con grande consapevolezza. E con grande amore.

 

Perché sei passata dalla Pittura alla Performance? Quale dei due linguaggi di esprime maggiormente?

Perché sono passata alla performance? Per caso… per uno strano caso del destino. E perché non riuscivo più a dipingere. Il mio sogno più alto, più grande, più intimo, più viscerale, è sempre stato quello di dipingere. Ma tutto quello che ho dipinto sino a qui ha sempre mancato in qualcosa, mi ha sempre fatta sentire distante dall’idea di pittura che avevo coltivato in me… In realtà credo di aver dipinto migliaia di opere nella mia testa, ma non sono mai riuscita a riportarle sulla tela reale. Esiste dentro me una galleria virtuale, immaginaria, fatta di tutti i quadri che ho immaginato ma che non ho mai dipinto. Come se fossero tutte idee platoniche, o come se non avessi mani per realizzarli…

 

Sono anni che vivo questa amputazione. Credo che sia un meccanismo perverso, mosso ancora una volta da quell’ossessiva ambizione alla perfezione che sta alla base dell’anoressia-bulimia. Sognare di raggiungere un corpo perfetto, sino ad estinguersi; sognare di realizzare il quadro perfetto, senza dipingere. Come avere le mani legate. Come voler raggiungere la riva, da uno scoglio in mezzo all’oceano, ma senza tuffarsi, perché si è certi di non saper nuotare. È un meccanismo così complesso! È tremendamente difficile da spiegare per me… mi sembra di confondervi le idee con queste mie metafore esemplificative, piuttosto che chiarirvele. Insomma… non riuscivo a realizzare il sogno più autentico che ho: dipingere in assoluta libertà, fluendo. E allora la dimensione performativa mi ha colta e accolta alla sprovvista, mi ci sono buttata a capo fitto, perché l’esigenza di spremermi ed esprimermi mi stava divorando dentro. E ho scoperto che con questo corpo, a cui tanto ho tolto, tanto posso fare…Con un corpo che ho stancato posso invece creare…

 

Cos’è per te la Bellezza? Che ruolo ha nel mondo e nella vita dell’Uomo?

La bellezza è la trasparenza della verità.

Ed ha, nella vita dell’uomo, un ruolo assoluto: è illuminante, rivelatrice. Avvicina l’uomo al luogo più puro della sua anima. La bellezza purifica. La bellezza salva l’uomo.

 

Cos’è l’Ironia? L’esprimere idee che violano la censura dei tabù sociali ? Lo svelare le maschere che ci costruiamo ogni giorno?

A volte sì. A volte è una strategia che mediante antifrasi permette di esprimere ciò si cela dietro una maschera e dietro un tabù. L’ironico è un acuto osservatore e un astuto pensatore. Personalmente penso che “ironia” sia sinonimo di grande intelligenza, di lungimiranza e raffinata capacità di riflessione. Tutte le persone ironiche e soprattutto autoironiche, che ho incontrato nella mia vita, erano dotate di queste virtù.

 

Perché Io sottraggo? Da dove è nata l’idea?

L’idea nasce dall’insopportabilità di quella vergogna. Dall’insostenibilità di quel segreto. Dalla condivisione confidenziale con quella che poi è diventata la curatrice del mio progetto: Grace Zanotto. Dal desiderio di esporre una verità che molte donne tacciono e troppa gente ignora. Dalla sensazione che da sempre avevo, di dover portare nel mio fare artistico quella grande amalgama di dolore che neppure in anni di psicanalisi e psicoterapia ero riuscita a districare del tutto. Dall’urgenza di dare un senso più alto a quella ferita. Dalla convinzione che confessarmi con una performance sarebbe equivalso a denudarmi, svuotarmi, alleggerirmi. Dunque sarebbe stato purificatorio.

 

La Perfomance, scavando nell’animo dello spettatore, gli permette di acquisire coscienza del dramma dell’anoressia?

Un performer non esiste senza i suoi spettatori. E per quanto mi riguarda, la cosa essenziale è il contatto che viene a stabilirsi tra performer e spettatore. Lo spettatore va catturato empaticamente. Secondo Marina Abramovic, artista che evidentemente io quasi idolatro, una performance, soprattutto se di lunga durata, ha il potere di “ creare una trasformazione mentale e fisica, sia per il performer che per lo spettatore”.

 

Durante la performance io tremo. Lo sento. Ho le ginocchia di yogurt e una gran paura ogni volta. Ho paura soprattutto di essere fraintesa. Ho paura, ogni volta, di non saper veicolare bene il messaggio. Per questa ragione, un elemento imprescindibile per me durante l’esibizione, è il contatto diretto con il pubblico. Un contatto che cerco mediante lo sguardo. Mentre parlo, mentre urlo, mentre agisco, mentre mi peso, mentre cammino, mentre mi specchio, io guardo molto i miei spettatori. Li guardo negli occhi, uno ad uno. Mi soffermo anche per diversi secondi, nello sguardo di uno spettatore. Secondi che sento essere interminabili, soprattutto per lui che si sente catturato dalla verità, e non può abbassare lo sguardo, perché sarebbe un gesto vigliacco. Io sento tutto questo. E so che lascia nell’altro un segno profondo. Crea una nuova consapevolezza.

 

Inoltre, le mail che mi arrivano, i commenti post performance, sono un utile riscontro che mi permette di capire cosa sto seminando. Capisco che sto dando qualcosa, il mio lavoro di sensibilizzazione dà i suoi frutti, anche se non tutti gli spettatori sono disposti a mettersi in discussione e quindi ad accogliere questo messaggio. Ma anche tapparsi occhi e orecchie è una scelta individuale.

 

Perché la nostra società continua a sottovalutare i disturbi alimentari?

Perché superficializzare è molto più comodo. Perché non vedere alleggerisce gli animi. Perché è più semplice. Siamo donne capricciose, un po’ isteriche e un po’ viziate, donne che non hanno di meglio da fare che mettersi a dieta o mangiare e vomitare. Come se mangiare e vomitare fosse uno sport facoltativo, e come se rischiare la vita per fame fosse uguale a seguire una dieta da rivista… Trovo che questo sia un atteggiamento poco intelligente e molto offensivo, per chi soffre di questa patologia. Oggi l’ignoranza è una scelta. Oggi, chi non ne sa abbastanza è perché ha scelto di non sapere.

 

Malgrado tutti ormai sappiano di me dopo questo progetto performativo col quale mi sono letteralmente esposta in carne viva, c’è ancora molta gente che, pur sapendo, mi parla in maniera superficiale. Si, c’è ancora moltissima superficialità, moltissima resistenza alla comprensione, moltissimi preconcetti… e allora capisco che chi continua ad avere questo atteggiamento ha palesemente scelto di non vedere, di non sapere, di ignorare. Io svelo tutto, io mostro la verità, ma c’è sempre qualcuno che preferisce voltare le spalle a tutto questo.

 

L’Artista, secondo te, è più mago o sciamano?

L’artista non è che un medium. Dunque, uno sciamano.

 

L’incontro con Grace e Famiglia Margini? Hanno subito creduto nella tua idea? Come ti hanno aiutato a realizzarla?

Tutta colpa di Giuseppe Veneziano! È stato lui a presentarmi Grace Zanotto… e lei non è che l’anima, il cuore pulsante di Famiglia Margini. Posso dire con assoluta certezza che Grace mi ha “scoperta”. È così. L’incontro è stato del tutto casuale, e se vogliamo anche apparentemente superficiale. Ma lei è una che vede lontano. Ci siamo conosciute durante il vernissage di una mostra di Vanni Cuoghi qui a Milano, in una galleria del centro. Erano i giorni del MiArt 2011. Io ero lì con Veneziano, lei con Daniele Alonge e Max Papeschi. Giuseppe ci ha presentate, e lei, immediata come nessun altro, dopo avermi detto il suo nome e il nome della sua galleria, mi ha chiesto: “…senti… io e Daniele stiamo cercando una donna che venga a piangere sulla bara del bastardo, sai… una performance… tra una settimana… tu saresti perfetta per farlo, ti va?” Giuro che io non avevo mai pensato in vita mia di esibirmi in una performance!

 

Ma sarà stata la sua immediatezza mista al mio desiderio di rimettermi in gioco in campo artistico, e mi sono ritrovata in mezzo frangente e senza rifletterci un minuto, a rispondere “ Ma sì…dai… perché no? Ci sto!” Si può dire, quindi, che io sia nata come performer per caso… esibendomi per la prima volta e senza pensarci troppo, in un happening firmato Daniele Alonge, e andato in scena lo scorso 19 Aprile 2011 presso lo spazio della galleria Famiglia Margini: “ La bara del bastardo”. In quella performance vestivo i panni di una prefica dalle vesti succinte e stivale nero con tacco 12, un po’ folle e un po’ sgualdrina, tutta di nero vestita (naturalmente in abito mini) e ampollosamente disperata per l’improvvisa morte del suo noto amante. Urlavo, ululavo, sbraitavo piangevo e mi dimenavo su una bara chiusa. Una escort isterica. Che ogni tanto si interrompeva per sistemarsi i capelli e rifarsi il trucco. È stato tremendamente divertente!

 

E mi ha permesso di scoprire una parte della mia creatività che ignoravo, la capacità di improvvisare e interpretare… la capacità di creare un’altra me stessa…e inchiodare gli spettatori. Grace è stata molto contenta del risultato,e io ho continuato a frequentare la sua galleria, mi sono esibita il mese successivo in una performance firmata Manuela De Merito, dal titolo “Yummy Good!” insieme a Ophelia Queen. E intanto la relazione umana con Grace cresceva, e un giorno mi sono ritrovata a confidarle tutta la verità sui miei disturbi alimentari, ancora presenti e su come alcuni anni prima avessi toccato il fondo: 39 chili documentati da un autentico reportage di autoscatti amatoriali in bianco e nero coi quali tentavo di controllare e verificare i mutamenti del mio corpo. Fotografie come testimonianze di un dimagrimento-annichilimento. Le raccontai di come i disturbi alimentari mi avessero impedito di realizzare il mio percorso artistico, congelando i miei slanci, e imprigionando la mia creatività in gabbie di paura. Le dissi che ancora conservavo i diari di quei mesi, in cui avevo registrato tutto: stati d’animo, peso, calorie, verità di una patologia che pur vittimizzando e martirizzando il corpo, ha scaturigini ben più profonde. Insorge per una fame d’amore mai appagata.

 

Grace mi ha ascoltata con una attenzione e un’empatia a dir poco rare… e quando le dissi che forse con tutto quel materiale avrei potuto progettare una performance, lei rispose: “ Come no! Butta giù il progetto che lo realizziamo qui in Famiglia Margini”. Ci ha creduto da subito. E mi ha seguita. È la curatrice del mio progetto. Se non ci avesse creduto lei non ci avrei creduto io. Non lo avevo mai proposto a nessuno. L’idea di una performance autobiografica è nata proprio come conseguenza all’essermi esperita come performer in progetti di altri autori, in quei mesi… è accaduto tutto in modo naturale, come infilare perle per realizzare una collana… un avvenimento dopo l’altro, per costruire questa realtà attuale e nel giro di pochissimo tempo!

 

Era fine maggio, ho buttato giù il progetto in un lampo: ho preso un foglio di carta e una bic… e tutto è nato repentinamente. Lo schizzo dell’allestimento: il perimetro triangolare come metafora della triangolazione cibo-corpo-peso, una prigione di ossessioni, arredata solo da uno specchio, da una bilancia e da diciotto tabelle caloriche . Il testo del progetto, del comunicato stampa e del mio monologo. Tutto è fluito. Era fine maggio, e il 30 giugno Io Sottraggo è andato in scena. La Galleria Famiglia Margini era gremita di spettatori. Non credevo ai miei occhi. Massimo Prizzon si era offerto di realizzarmi il servizio fotografico. Pensavo che la performance si sarebbe conclusa lì, con quella esibizione e un video e delle foto a documentarla. Invece è diventato un tour. Una performance-mostra itinerante, oggi alla sua sesta tappa…

 

Per te, cos’è l’inquietudine?

È l’impossibilità di risolversi. Ed è il travaglio che ne consegue.

 

Il sonno della ragione genera mostri o percezioni più ampie del Reale?

A volte, percezioni più ampie del Reale contengono mostri. Se mandi a dormire la ragione, semplicemente li vedi per quello che sono. Tutto sta a non lasciarsi sopraffare.

 

 

In questa società, in cui il potere nasce dal controllo dei media, esiste ancora il libero arbitrio?

È una domanda che mi pongo spesso, più volte al giorno. Temo che in questa società il libero arbitrio sia ricercato, e quindi latitante. Ma non ne sono troppo convinta. Penso anzi, che ognuno di noi tenti di difenderlo con le unghie e con i denti. Almeno, credo lo facciano coloro che provano a vivere pienamente la propria vita.

 

Quale è il tuo metodo di lavoro? Da dove nasce la tua ispirazione?

Il metodo è nell’ascolto e nella trasposizione di ciò che si è udito. La mia ispirazione sboccia da questo ascolto intimo. Di me stessa. E dell’altro.

 

E’ pesante ripercorrere durante la performance la tua esperienza di vita? Oppure ha un valore di catarsi?

 

È certamente doloroso. Ed è certamente catartico. Non continuerei a proporre questo lavoro se così non fosse. Ogni volta, durante l’allestimento della performance, il giorno precedente e il giorno stesso, divento legnosissima, rigidissima, vulnerabilissima, ho lunghe crisi di pianto, e mi dico “questa è l’ultima volta che lo faccio… questa performance mi fa soffrire…”. Eppure è proprio questa la catarsi. Buttare fuori, prima dell’esibizione e durante.

E poi … sentirsi un po’ più leggeri, e un po’ meno ossessionati. Ed ho scoperto il valore terapeutico di questo percorso. Perché, di esibizione in esibizione sento qualcosa mutare. Di esibizione in esibizione quel perimetro triangolare si scompone un po’, diventa meno resistente ai miei urti. Ogni volta perde qualche vasetto. Ogni volta, scavalcandolo, riesco a sentirmi un po’ più libera ...

 

La poesia che ami di più? Il tuo romanzo preferito?

Questa è una domanda alla quale non ho mai saputo, né mai saprò rispondere. Perché mi mette in crisi come quando da piccola mia nonna Giovanna mi prendeva in braccio e mi chiedeva

“ Cardellino della nonna, a chi vuoi più bene? Alla mamma o al papà?”:.. ma insomma, come si fa scegliere? Non c’è una poesia che amo di più! Ne amo diverse in diverso modo, ma con la stessa intensità E così anche i romanzi. E soprattutto: oggi potrei citare il titolo di un romanzo che considero “preferito”, e magari tra un mese avrò cambiato idea perché ne avrò letto un altro che dentro me avrà lasciato un solco ancora più profondo. In definitiva, non sono capace di rispondere.

 

Massimo Prizzon… Come l’hai incontrato? Frequentarlo, che ti ha insegnato?

Nei giorni in cui in rete e su Facebook prese a girare il comunicato stampa della mia performance, ricevetti una serie di richieste d’amicizia nate dall’interesse che il mio evento stava suscitando. Una di queste mi arrivò da Massimo Prizzon. Non lo conoscevo, non lo avevo mai sentito nominare, confesso. Ma il 18 giugno 2011 le nostre vite si incontrarono. Fu lui a bussare alla mia, con una semplice richiesta d’amicizia e un messaggio privato che diceva queste testuali parole:

“Giò, ho letto che ti interessi di disturbi alimentari. Io sto da tre anni facendo un lavoro molto grosso intorno a questo tema. Ti andrebbe di parlarne?”. Accettai la sua richiesta immediatamente, e da lì partì un flusso di messaggi privati, carichi di mie confessioni e sue riflessioni, circa la realtà dei disordini alimentari. Fin da subito mi spiegò che il suo interesse nasceva da un progetto fotografico che stava cercando di realizzare. Aspettava di trovare i finanziamenti, gli sponsor. Si trattava di un progetto molto ambizioso e che io trovai estremamente interessante, e mi offrii subito di dargli una mano per concretizzarlo. Mi disse che avrebbe sicuramente partecipato alla mia performance. Gli chiesi se era disposto a documentarla con un servizio fotografico. Ne fu entusiasta e accettò immediatamente la mia proposta.

“Certo che ti fotograferò durante l'esibizione, mi farà molto piacere farlo. Però devo chiederti una cortesia: mi puoi dedicare una mezz'ora prima del 30 per raccontarmi come sarà la performance? Mi renderai più semplice il lavoro, e funzionerà meglio anche per te.”. Così fissammo un appuntamento, per il giorno seguente. Un succo di frutta al tavolino di un bar di viale Monza , a metà strada tra la mia abitazione e il suo studio. Alle sette di sera. Ma era giugno, c’era un gran sole. E lui era cosi sensibilmente concentrato ad ascoltare le mie parole; parole che faticavano a non sentirsi sbagliate. Stavo per fare qualcosa di molto coraggioso e molto delicato per me, e per la mia vita, con quella performance. E ora mi trovavo lì, a quel tavolino di viale Monza a raccontare tutta la mia sofferenza e le motivazioni che mi avevano spinta a trasformarla in evento performativo, ad un fotografo appena conosciuto. Ma il rispetto grande, totale, immenso del suo silenzio in ascolto e del suo sguardo attento, mi hanno fatto capire che in quel momento non esisteva nulla di più puro di quella condivisione.

 

È nato così un rapporto speciale che ci ha portati poi a sviluppare altre idee e altri progetti. La sera del 30 giugno Massimo è venuto a fotografarmi con la sua Nikon in galleria. E dopo l’evento, mi ha telefonato per sapere come stavo, come mi sentivo. Parole pure e rassicuranti. Una persona eccezionale, trasparente, autentica e generosissima. Da quel momento ho preso a frequentare il suo studio, ho posato per lui, avevamo un paio di progetti fotografici insieme, io avrei dovuto interpretare davanti al suo obiettivo versi scritti da poetesse contemporanee, stavo lavorando ad una selezione delle poesie e andavo da lui a studio per leggergli ciò che avevo scelto e sentire cosa ne pensava, quali pose e quali ambientazioni gli venivano in mente… Avevamo anche pensato ad un lavoro in collaborazione con Grace. Ma poi a settembre inoltrato lui ha iniziato a non stare bene… e tutto questo è rimasto nei miei e suoi desideri.

 

Massimo mi ha insegnato cosa sia l’ascolto incondizionato, la generosità che nulla chiede in cambio. E soprattutto, mi ha insegnato a vedere la mia bellezza. Immortalando il mio corpo nudo nel suo studio, con la poetica raffinatezza del suo bianco e nero, mi ha fatto vedere una donna diversa da quella che io ho sempre incontrato allo specchio. Una donna che per la prima volta non riuscivo a disprezzare. Un corpo che per la prima volta trovavo “bello”. Una donna più rara e normale al tempo stresso. Una donna autentica. E incredibilmente nitida. Quasi plasmata nell’alba. Ero io. Non un’altra. Io. Eppure sembravo fatta di seta e di luce. Era la luce che di ogni donna lui era capace di catturare.

 

Massimo mi ha insegnato ad essere bella. Massimo ha fatto qualcosa di ancora più importante: mi ha aiutata a sentirmi addosso questo corpo. Fotografandolo e restituendomelo per come la sua genialità lo aveva colto.

Ed ora è commovente rivedere le sue foto… ed è commovente soprattutto leggere, nel nostro scambio iniziale di messaggi, quella sua frase che dice “Sono contento di averti cercata”.

 

Mi manca da morire. Sai quante volte me lo immagino al fianco, che mi sfotte, mi da consigli o mi sorride. Il ricordo è una condanna o una benedizione?

Confesso di fare ancora molta fatica ad accettare la sua scomparsa. Una fatica quotidiana. Penso a lui ogni giorno e numerose volte al giorno. Penso a lui come ad una presenza che non sono capace di convertire in assenza. Perché in verità io so che Massimo è qui, in qualche modo. Lo sento, lo vivo. Lo percepisco come una vicinanza sottile, eterea, ma costante. Ne sento la mancanza, certamente. Avevamo così tanto ancora da condividere.

Una collaborazione che ci avrebbe portati a realizzare grandi cose, ne sono certa. E un’amicizia profonda, che mi avrebbe aiutata a crescere…Ma non c’è stato il tempo. Il ricordo non è né condanna né benedizione. È quello che mi resta di lui. Uno scrigno preziosissimo nella mia memoria. Che apro ogni giorno. E che vive della sua luce.

 

Il suo progetto di una mostra sulla bulimia e sull’anoressia sarà mai realizzato?

“L’anima in corpo”. È questo il nome di quel progetto. Come ho detto prima, me ne parlò immediatamente. Mi scrisse: “Con questo lavoro intendo realizzare una mostra (se troverò i finanziamenti), e con una parte consistente dei ricavi della mostra vorrei finanziare un progetto di sensibilizzazione rivolto in particolare alle giovanissime sui temi dei DCA e dell'immagine corporea. Ecco che ho cominciato, facendo questo lavoro, a entrare nell'universo dell'anoressia e della bulimia - e ho imparato che quasi mai esiste anoressia senza bulimia, ma anche che esistono infinite combinazioni di queste due patologie così legate l'una all'altra. Di questo progetto se vorrai ti illustrerò più a fondo…”. E’ chiara la ragione per cui Massimo Prizzon si interessò ad “Io Sottraggo” e fu felice di realizzarne il servizio fotografico.

 

Aveva capito immediatamente il senso del mio lavoro, proprio perché aveva raffinato personalmente le sue conoscenze in merito al disagio anoressico-bulimico. Più avanti mi illustrò il suo progetto. Lo lessi con attenzione…Mi chiese anche di curarlo… Ma non c’è stato tempo. Non c’è stato tempo per troppe cose. Ora che lui non c’è più il desiderio di chi come me gli ha voluto un benen del cielo, e continua a volergliene, è quello di restituire valore allo straordinario lavoro fotografico che ha lasciato, e in particolare al progetto “L’anima in corpo”.. Stiamo unendo le nostre forze, ci vorrà un po’ di tempo, quel progetto poi è decisamente ambizioso, richiede una location particolarmente ampia e strutturata in maniera complessa. Il lavoro da fare è notevole. Ma io ho dentro il fervido desiderio di realizzarlo. E non sono la sola. Per cui, mi auguro che accada presto…

 

Progetti per il futuro? Ti dedicherai di più alla pittura? Ci saranno altre performance oltre ad Io Sottraggo?

Metto nel mio ‘daimoku’ questa causa; spero, prego, mi auguro che questo lavoro performativo mi riaccompagni un giorno verso il gesto pittorico. Spero, prego e mi auguro di riuscire un giorno a riappropriarmi dello spazio neutrale della tela. Quel bianco totale che oggi mi spiazza e disorienta. Ritrovare la mia libertà equivarrà a ritornare alla pittura.. Ma ho scoperto che l’atto performativo mi esprime e mi seduce. Sicuramente vorrò continuare, in parallelo. “ Io Sottraggo” tour continuerà ancora almeno per un anno o due chissà... Sto cercando location in tutta Italia. Vorrei portare questa verità ovunque. E a chiusura del tour la mia ambizione è quella di pubblicare un libro al quale sto già da tempo lavorando.

 

Il diario di “Io sottraggo”, quello che già viene esposto nelle varie tappe, integrato da un’ampia introduzione sulle diverse questioni relative ai disturbi del comportamento alimentare, e un postfazione in cui avrebbe spazio il testo della performance e alcuni tra i più significativi scatti realizzati dal grande Massimo Prizzon. Ne avevamo parlato insieme, era un desiderio anche suo… La parte più difficile sarà trovare un buon editore!

 

Esiste qualcosa al termine del viaggio chiamato vita?

Esiste la vita, ancora. Inestinguibile. Esiste la ciclicità della vita. Tutti i fenomeni sono sottoposti al ciclo continuo di nascita, morte, rinascita e così via…Il Buddismo mi insegna che non c’è morte, solo trasformazione.

14/04/2012

Alessio Brugnoli

brugnolialessio@gmail.com

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