In un'Italia in cui un ministro ha detto che la Cultura non si Mangia, in cui i musei si chiudono oppure devono bruciare le opere per avere

L’impresa di ArcheoAres

Dopo una settimana difficile e complicata, a volte è necessario rompere con il quotidiano. Abbandonare la propria casa, per godersi un sabato e una domenica lontano da tutti e da tutto. Così. Per sfuggire allo stress, sono scappato a Viterbo, città tanto bella, quanto poco valorizzata.


Passeggio per la il quartiere medievale, pigro e sonnacchioso, finché non sbuco sul ponte che porta nella piazza dove vi è il Duomo e il Palazzo dei Papi.


Incrocio una ragazza che distribuisce volantini. Solita pubblicità, penso dentro di me. Lo prendo, intenzionato a stropicciarlo e gettarlo nel primo cestino disponibile, come mia abitudine. Per caso, gli do uno sguardo distratto.
Si parla di visite guidate al Palazzo dei Priori e al Palazzo dei Papi e di un museo dell'Opera del Duomo. Strano, li ho sempre trovati chiusi. Così, decido di capire di cosa si tratta. Entro nel Museo. Sotto la biglietteria, spicca un cartello con sopra scritto ArcheoAres.


La conosco, per nome, come casa editrice. No, non ho provato a propinar loro racconti o romanzi. Semplicemente, in qualche libreria specializzata, ho visto dei loro testi specialistici di archeologia e di viaggio.
In attesa che arrivi la guida, comincio a chiacchierare con Francesco, uno dei ragazzi presenti che mi racconta la sua storia.


Con altri amici, si è laureato in archeologia e subito dopo si è trovato davanti il problema di cosa fare da grande. Invece di impegnarsi nell'italico sport del piagnisteo, si è rimboccato le maniche e si è buttato anima e corpo in un progetto che a prima vista poteva sembrare folle.


Costituire una società, l' Archeoares s.n.c. e rendere produttivi i beni culturali della Tuscia, secondo un'ottica che lui definisce privatista, mentre io mi limito a definire di buon senso.
In pratica che hanno combinato? Per prima cosa, hanno rinunciato a qualsiasi fondo pubblico. E sì, perché quando Stato ed Enti locali sganciano qualcosa o hanno il braccino corto, oppure lo fanno con tempi biblici. E per la miseria che concedono, pretendono in cambio o favori o di mettere bocca nelle attività.
Rinunciare ai loro soldi è un rischio, ma concede un margine più ampio di libertà nella sperimentazione. La seconda mossa consiste nel valorizzare e nel fornire servizi al turista.


A Viterbo, per decenni delle bellezze straordinarie, penso all'abside barocca del duomo, sono state chiuse al pubblico e ridotte a sgabuzzini. L'Archeoares ha combattuto affinché fossero recuperate e riaperte al pubblico.
In più, ha creato un circolo virtuoso, in cui la visita del museo non è l'obiettivo del turista, ma il punto di partenza per esplorare la città, in ottica che i miei clienti del marketing definirebbero orientata al cliente.
I risultati di tale scelta sono arrivati. Al Museo dell'opera del Duomo di Viterbo, effettivamente non ci sono grandi capolavori: eppure ha superato di gran lunga come visitatori il museo etrusco di Tarquinia.
In un'Italia in cui un ministro ha detto che
La Cultura non si Mangia
In cui i musei si chiudono oppure devono bruciare le opere per avere un minimo di visibilità, l'esperienza di Viterbo è un esempio per tutti noi.
La cultura da pane e companatico.

L'importante è avere idee e impegnarsi per realizzarle.

12/05/2012

Alessio Brugnoli

brugnolialessio@gmail.com

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