La paura, e solo la paura, faceva vedere a Sancio, e fa vedere a noi semplici mortali, mulini a vento nei prepotenti giganti che seminano il

Nausea e Coraggio

Roma Contemporary Art

Una volta, quando andavo a visitare qualche fiera dell’Arte, ero felice come un bambino in un negozio di giocattoli: entravo in tutti gli stand, chiacchieravo, emettevo gridolini di stupore e di gioia. Ora invece, sarà l’età, il disincanto o gli affanni e i dolori del quotidiano, al massimo provo a trattenere qualche sbadiglio.

 

E’ quello che è successo a Roma Contemporary Art: la sede, il Macro Testaccio, all’ex Mattatoio, è bella e suggestiva, anche se le dimensioni limitano crescite e sviluppi futuri. L’organizzazione è di altro livello. A sentire Quaz Art, mi hanno fatto entrare gratis, il che non guasta mai.

 

Il problema però non è il contenitore, ma il contenuto: un piattume e una banalità impressionanti. Le gallerie note, in tempi di celebrazioni dell’Arte Povera, hanno tirato fuori dagli sgabuzzini gli scarti di Alighiero Boetti. Qualche artista ha pure scopiazzato senza ritegno le sue mappe. In giro, disegni di Sol LeWitt come se piovessero. In uno stand, mi sono ritrovato per l’ennesima volta dei quadri Burri, di Fontana e di Baj, visti e stravisti in altre fiere. Insomma, la perseveranza è una virtù, specie per i galleristi, ma se certe opere rimangono invendute, piuttosto che riproporle ad oltranza, sarebbe il caso di interrogarsi sui motivi del perché i collezionisti non vogliono accattarseli.

 

Per le gallerie meno famose, il discorso non cambia. Di installazioni che spaccano, un paio al massimo. Nel neofigurativo, trionfa il banale, con pittori che ripropongono sempre lo stesso quadro, cambiandogli il titolo e qualche minimo particolare.
L’unica cosa positiva, un maggiore interesse per la fotografia e l’arte digitale, rispetto al passato. Non un’apertura verso il futuro. A sentire un gallerista "Aho, co’ ‘sti chiari de luna, è robba che costa meno e se piazza mejo".

 

Ancora peggio, il settore dedicato alle riviste: tranne qualche rara eccezione, tutte di una sciatteria assoluta.
Insomma, complice anche il caldo infernale, sono scappato più di fretta che di paura, con una profonda amarezza nel cuore. Perché Roma Contemporary Art è lo specchio veritiero e feroce di un paese in crisi, prima che di portafoglio, di idee e sentimenti. Un paese che si concentra sull’usato sicuro e non ha il coraggio di scommettere sul futuro. Un paese che si adagia nella mediocrità e non esplora e rischia. Un paese che emargina l’avanguardia. Un paese che tende all’omologazione e rifiuta il diritto all’individuo di gridare la sua diversità. Un paese vecchio ed impaurito.

 

Mi vergogno un po’ di questa Italia. Siamo come il Prufrock cantato da Eliot. Conosciamo noi stessi e ne siamo nauseati. Siamo schiavi dell’odiosa vita di ogni giorno, ma invece di agire, ci consoliamo sul fatto che verrà un tempo in cui le cose cambieranno.

 

Ma i giorni fuggono e le voci umane distruggono i sogni. Noi di Quaz Art ci opponiamo con coraggio a questo, perché siamo convinti, come diceva Unamuno "La paura, e solo la paura, faceva vedere a Sancio, e fa vedere a noi semplici mortali, mulini a vento nei prepotenti giganti che seminano il male sulla terra".

 

Il nostro sforzo è inutile? Forse, ma qualcuno deve pur farlo…

12/12/2012

Alessio Brugnoli

brugnolialessio@gmail.com

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