Gli italiani non leggono per scoprire nuove idee, ma per vedere confermati i propri pregiudizi, il fallimento di orwell

Il fallimento di Orwell

Circa quattro mesi fa, giorno più, giorno meno, è uscito nelle edicole un nuovo giornale, Pubblico, diretto da Luca Telese: un tentativo ben riuscito di dare voce alle storie di ordinaria speranza e disperazione dell’Italia qualunque, da affiancare ad opinioni eretiche.
Una voce fuori dal coro, in un panorama editoriale sempre più piatto e banale, in cui gli articoli sembrano essere figli della fotocopia.

 

Purtroppo, Pubblico non se la passa in buone acque: vende poco e già si paventa una sua chiusura.
E’ la riprova di quanto afferma il buon Herbeff, tra una sbronza e l’altra "Gli italiani non leggono per scoprire nuove idee, ma per vedere confermati i propri pregiudizi".

 

Per salvare il giornale, i suoi editori hanno adottato un approccio molto simile a quello del governo Monti, i cui effetti sono dinanzi agli occhi di tutti: ossia ha incrementato le entrate, ossia ha aumentato il prezzo della testata diminuendo le spese, ossia eliminando alcuni supplementi.Il primo a cadere sotto la mannaia è stato Orwell, quello del sabato dedicato all’Arte e alla Letteratura: mi spiace per i vari collaboratori e per il fatto che in Italia, anche in quelli che si dichiarano ambienti culturali progressisti, vi sia ancora l’idea che la Cultura sia un costo e non un’opportunità. Detto questo, però devo anche dire come Orwell sia stato anche un esperimento fallito. Il suo primo, grande limite è stato il tono: noioso, pedante, paludato, da pessimo professore di Ginnasio.

 

E’ l’idea passatista, che Marinetti provò a combattere più di un secolo fa, della Cultura come qualcosa di morto e di lontano dalla vita.
Gli articoli erano eunuchi: mancavano di pathos ed energia, di ironia e di coraggio. Non combattevano la Realtà o sferzavano il lettore. Questo perché il pubblico a cui aveva scelto di rivolgersi, le tante mitizzate camarille intellettuali, che poi nella realtà dei fatti, contano poco o nulla, era intrinsecamente conservatore.
Pubblico autoreferenziale, chiuso nella sua torre d’avorio, pronto a disprezzare ciò che non è capace di capire. Pubblico pronto a piangersi addosso, non per cambiare le cose, ma per ottenere il suo piccolo posto al sole. Per soddisfarlo, Orwell si è impegnato in inchieste cervellotiche, come quella della medietà della lingua della lingua dei romanzi italiani, o meglio di quelli che capitano sotto gli occhi delle camarille, di cui non frega niente a nessuno.

 

In compenso ha ignorato con colpevole consapevolezza quel magma di sperimentazione, fatto di artisti eretici, di gallerie e locali underground, di case editrici marginali, che lottano ogni giorno per cambiare dalle fondamenta la cultura italiana. Non c’è stato un accenno alle nuove avanguardie che tentano di farsi largo ogni giorno nel deserto del nostro passatismo e se si è parlato dei nuovi linguaggi, ad esempio le performance e la body art, lo si è fatto con supponenza e superficialità, senza capire le motivazioni profonde del fenomeno.

Invece, il discorso culturale dovrebbe essere orientato all’Uomo Comune e a guardare oltre l’Orizzonte. I redattori di Orwell potrebbero ribadirmi che è pura utopia….

 

Nel 1913 però cominciò ad essere pubblicata una certa rivista fiorentina, chiamata Lacerba. Papini vi scriveva articoli provocatori come Freghiamoci della politica, Soffici parlava del Cubismo e teneva la rubrica fissa Giornale di bordo, Palazzeschi era presente con numerose liriche sperimentali come Una casina di cristallo, Postille, Pizzicheria, Tavolato scriveva articoli scandalistici come Elogio della prostituzione, Bestemmia contro la democrazia. Più avanti faranno capolino i futuristi. Lacerba teneva un atteggiamento opposto a Orwell: scorretto, provocatorio, comprensibile, innovativo.

 

Ebbene, Lacerba, in un’Italia ancora analfabeta, è arrivata a vendere sino a trentamila copie mensili… Numeri che se li avesse raggiunto Orwell, gli editori di Pubblico si sarebbero ubriacati senza ritegno. Orwell non è stato solo ucciso da editori miopi e pulciari: si è anche suicidato.

 

E la tragedia più grande è che la sua scomparsa non lascia dietro di sé, né vuoti, né rimpianti.

01/01/2013

Alessio Brugnoli

brugnolialessio@gmail.com

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