Da modesto editor quale sono cerco sempre di salvaguardare il più possibile l’autore, tendenzialmente agisco il meno possibile sulla storia

Intervista a Sandro Battisti

L’obiettivo di Quaz Art è di combattere tre tendenze disgreganti dell’Uomo e della Cultura contemporanea: l’omologazione, che ci trasforma in automi, capaci solo di pensare, produrre e comprare ciò che ci impone il Potere, e la frammentazione del Sapere che ci impedisce di comprendere la complessità e l’Unità di ciò che ci circonda, rendendoci simili a ciechi in una notte buia, e la paura del Futuro, che ci ruba la certezza che le cose possano mutare.

 

Uno dei nostro principali alleati in questa battaglia è il Connettivismo, avanguardia multimediale memore di altre esperienze  del '900 (Surrealismo, Cubofuturismo russo, Futurismo, Cyberpunk etc.) che stabilisce nuovi rapporti col futuro, rapportandolo al Postumanismo, alla Matematica del Caos e alla Fisica quantistica.

Così ne intervistiamo uno dei fondatori, assieme a  Marco Milani e Giovanni De Matteo, il buon Sandro Battisti.
Per chi lo conosce, è un gigante buono, le cui parole sono rare, ma piene di saggezza, che dietro un’aria pacata, nasconde un vulcano di idee.
Ogni giorno, sul suo blog http://hyperhouse.wordpress.com esplora ed evidenzia idee innovative ed eretiche, capaci di far riflettere sui paradigmi che diamo per scontato.

 

Ha scritto racconti e romanzi visionari, tali da far impallidire tutti i soloni che parlano della crisi della sperimentazione nella narrativa italiana. E’ coeditor con Francesco Verso e l'editore Lukha Kremo Baroncinij dell'etichetta Avatar della Kipple Officina Libraria, è direttore della rivista NeXT, la grande erede delle riviste di avanguardia del Novecento.

 

Ciao Sandro chi sei? Come ti descriveresti a un estraneo?

Ciao Alessio. Bella domanda questa: chi sono e come mi descriverei. Mah, ho smesso da lungo tempo di interrogarmi su questi aspetti narcisistici, credo di essere un’immagine sfocata sulla retina del mondo. Vorrei confondermi il più possibile tra gli elementi: scomparire sarebbe il massimo.

 

Quale è la tua formazione? Umanistica o Scientifica? Come ha influenzato la tua visione del mondo e la tua scrittura?

Scientifica, ho fatto il Tecnico Industriale Elettronico, ma all’epoca avrei potuto studiare al Turistico, tanto non avevo nessun traguardo specifico da pormi. Anche lì, però, in quell’ambiente tecnofilo e scientifico, ho avuto modo di conoscere persone (un professore in particolar modo) che mi hanno suggerito orizzonti umanistici, e metafisici. I primi germi del Connettivismo, insomma.

 

Dal punto di vista artistico, quale è stato il tuo percorso formativo? Come ti sei avvicinato alla fantascienza?

Sono partito dai Pink Floyd, dal loro periodo acido però. Ricordo che tutto partì da un desiderio di approfondimento di The Wall, e poi da lì ho voluto conoscere il loro percorso artistico; ma è stato con i loro primi dischi lisergici, fino a Echoes, che l’immenso si è smosso in me. Ero penetrato in un mondo fantastico e trascendente in cui la fantasia correva sfrenata: ricordo che la sera chiudevo gli occhi e, da solo, con il sottofondo sonoro acido dei Floyd, viaggiavo ovunque, anche nello spazio profondo. Da lì, dato il periodo storico (primi ’80) è stato facile per me approdare al Post-punk, al Dark, al Gothic e alla New Wave, e a tutto il sottobosco Fantastico indipendente musicale e non solo che uscito fuori dopo il Punk; il Fantastico giungeva quindi a me in altri modi, ma tutto era lì a indicarmi che la realtà ha aspetti molteplici, e bizzarri.
La Fantascienza è entrata tardissimo nei miei interessi, invece, e solo grazie al Cyberpunk: ho amato visceralmente quell’attitudine dissonante e innovativa che Sterling Gibson e soci hanno saputo instillare nel panorama culturale di 30 anni fa.

 

Cos’è il Connettivismo? Come vi è venuta in mente questa idea?

I tre interpreti iniziali del Connettivismo (Giovanni De Matteo, Marco Milani e io) hanno avuto modi di avvicinamento al concetto connettivista diversi tra loro: Giovanni è un profondo teorico e dotato com’è di una splendida testa e cultura ha sempre ragionato sui memi coinvolti dalla cultura SF e Fantastica; è quindi stato naturale per lui elaborare il Manifesto e guardare oltre il nostro naso, così da costruire l’impalcatura di tutto il Movimento. Marco, invece, ha sempre agito anche sugli aspetti organizzativi, le infrastrutture web e le catene di contatti che è capace di costruire dal nulla e che, uniti al suo entusiasmo inattaccabile, gli hanno permesso di accedere al concetto connettivista da un punto di vista inaccessibile a noi altri: adoro scrivere con loro, gli approcci e la creatività di cui sono dotati sono totalmente diversi ma, comunque, emanano fascino siderale. Personalmente, infine, penso di aver scritto protoconnettivismo per almeno 10 anni, ma più che altro era una forma minore di Cybergoth avanzato, qualcosa che aveva motivo di esistere principalmente nel mondo internettiano che si stava formando allora.
Tutti quanti, unendoci, abbiamo trovato la giusta miscela per far esplodere ciò che allora era latente in Rete e che cercava il canale giusto per uscire: ecco, se proprio dobbiamo avere un merito, direi che noi abbiamo creato quel canale, lo abbiamo reso palese e identificabile.

 

Perché scrivi? Che ti spinge a dar forma ai tuoi pensieri ed emozioni?

È un bisogno feroce di raccontare. Qualcosa che fa da contraltare alla mia natura taciturna e che mi spinge a far fuoriuscire le immagini enormi che, improvvisamente, mi sovrastano. Devo esser rapido a farlo, altrimenti tutta l’impalcatura emozionale che subisco evapora, come scoperchiare una pentola con dell’acqua bollente dentro.

 

Un mio amico ha paragonato lo scrivere racconti al correre i 100 metri piani, mentre lo scrivere romanzi alla maratona. Nel primo conta lo scatto, la capacità di colpire immediatamente l’immaginazione del lettore, nel secondo la resistenza, la capacità di catturare a lungo la sua immaginazione, avvincendolo. Tu che ti sei dedicato a entrambi i generi, che ne pensi?

È un’immagine calzante e, per quanto mi riguarda, assolutamente veritiera. Non c’è molto altro da dire. E anche le esigenze e gli scopi che spingono a scrivere un racconto piuttosto che un romanzo sono completamente diversi, e assolutamente personali.

 

La contaminazione tra linguaggi, conoscenze e percezioni è la base della fantascienza… È il pensiero di un mio amico scrittore americano. Che ne pensi? In un’Italia dove si spacca il capello sui generi letterari e si discute su cosa è mela e cosa è kiwi, è un’eresia o un pensiero sensato?

Con me, e con i connettivisti in toto, su quest’argomento sfondi una porta aperta. Siamo tutti impegnati in una ridefinizione totale del Fantastico e della SF, tentiamo nuove strade mainstream, anche, e quindi è ovvio che non vogliamo mantenere nessuno status quo culturale. Secondo il mio parere, chiunque voglia e persegua le barriere applicate ai generi culturali è un conservatore.

 

I manuali di scrittura servono a qualcosa oppure spacciano aria fritta?

Aggressivamente ti rispondo che sì, molto spesso spacciano aria fritta. Ma coloro che escono dai corsi di scrittura vendono e vincono premi letterari, io nessuno dei due, per cui la ragione sembra stare dalla loro parte; solo che tutto questo strutturare rigidamente mi appare stereotipato, non ci credo che a pagina 20 debba esserci un certo passo narrativo, a pagina 30 un altro e così via: dov’è la creatività selvaggia, allora?

 

Il tuo rapporto con l’editing? Hai avuto mai la tentazione di strozzare chi revisiona i tuoi testi?

Da modesto editor quale sono cerco sempre di salvaguardare il più possibile l’autore, tendenzialmente agisco il meno possibile sulla storia e vorrei limitarmi ai soli banali errori di battitura o poco più. Vorrei far risaltare l’autore, insomma, non me stesso.
No, strozzare mai. Forse ho soltanto disapprovato alcuni interventi che capivo nell’intenzione ma che non condividevo ideologicamente; in ogni caso, l’editor è un amico, non un nemico, perché vede cose che lo scrittore non sempre riesce a cogliere.

 

Esiste la Realtà, oppure è solo percezione e interpolazione del caos quantistico che ci circonda?

La seconda che hai detto :) Tutto è illusione, esiste solo l’energia e il modo con cui la plasmi. Sono leggi esoteriche e quantistiche, che vanno al di là di qualsiasi comprensione umana e postumana.

 

Cos’è per te la Bellezza? Che ruolo ha nel mondo e nella vita dell’Uomo?

Oh, la bellezza… È uno dei miei motori. Adoro le cose belle, che puoi definire in un modo del tutto personale: adoro quindi vedere un panorama mozzafiato, adoro la plasticità dei movimenti meccanici di un’auto in corsa, adoro ascoltare l’eleganza di un discorso verbale e mimico, adoro perdermi nella concretezza fantastica di una sequenza visiva e sonora affascinate, quindi bella. Il mondo è bello, tutto, e il cosmo, e ognuno di noi è attratto dal bello, secondo il suo canone.

 

Lo Scrittore, secondo te, è più mago, sciamano o alchimista?

Alcuni non sono nulla di tutto ciò, perché non ascoltano la Corrente e scrivono solo aridi calcoli. Altri sono semplicemente fantastici nel lasciarsi trasportare dal flusso, e sono quindi sia sciamano, che mago, che alchimista.

 

Come è stata l’esperienza per Stampa Alternativa?

Fu controversa perché in realtà fu frutto di un errore d’interpretazione (mia): all’epoca (’90 o ’91) avevo scritto il mio primo racconto e il desiderio di pubblicarlo fu forte. Andavano, di quei tempi, i libretti 1000 lire di Stampa Alternativa e così riuscii a contattare Marcello Baraghini e a proporgli il mio scritto: Il gioco. Era la storia di un utente di computer che rimaneva stritolato dalle macchine computatrici, e tutto ciò nasceva dal mio odio di allora per i pc, derivante dalla mia attività di programmatore. La visione del film Hardware aveva completato il mood e così, sull’onda dell’emozione, scrissi quel racconto che Baraghini rifiutò ma che, così mi parve, mi concedeva di stampare e distribuire con il logo di Stampa Alternativa, a mie spese, indicandomi la stamperia presso cui potevo rivolgermi.
Ricordo ancora l’emozione quando portai a casa le mie mille copie di 1.000 lire, con sopra il mio nome, che cominciai a diffondere un po’ in giro per Roma. Baraghini mi fece avere presto sue notizie con minaccia di causa perché sosteneva di non avermi mai dato l’autorizzazione a stampare con i suoi brand. Riuscii a incontrarlo di nuovo e a chiarire il tutto, e lui mi lasciò continuare nella faticosa opera di diffusione del libercolo.

 

Cos’era Noir No War? In generale la Scrittura è semplice testimonianza o può influire concretamente sul mondo circostante?

Era un progetto editoriale dell’allora neonato editore Giulio Perrone, volto a dare lustro e non solo a Emergency di Gino Strada. Il progetto era seguito da Alda Teodorani e Marco Milani, che curavano una sezione di sei autori ciascuno. Ripensare ora a quella raccolta ha per me un senso pioneristico, è stata un’ottima fucina umana e culturale e in quell’occasione ho conosciuto persone che tuttora stimo tantissimo, che ho voluto coinvolgere in progetti connettivisti di punta.
La scrittura di certi temi apre la mente, il cuore, l’anima. Parlare di cose di guerra e scenari di povertà legata alla guerra aiuta a non far dimenticare cosa succede a una popolazione quando vive il dramma della guerra. E a cosa vedono, terrificati, i soldati.

 

Perché l’Impero Connettivo?

Perché amo Roma antica, perché amo il periodo imperiale di Roma; perché amo Roma, e le sue emanazioni, e il passato che spesso sento accanto a me. Ma amo anche il futuro e allora ho semplicemente cercato di unire le suggestioni con un legante cybergoth prima, connettivista poi. Sento quando è il momento di scrivere dell’Impero, non lo decido, e allora mi faccio attraversare dal flusso, e racconto.

 

Olonomico…. Come racconteresti a un bambino la tua esperienza di scrittura?

Forse un bambino potrebbe capirmi meglio di un adulto, basterebbe dirgli che racconto le immagini che si susseguono non tanto nella mia mente, ma in me, nella mia sensibilità, come se fosse una fiaba. È fantasia allo stato puro, mediata pochissimo e quindi gli direi semplicemente che è un flusso d’immagini, di emozioni, di fantasia. Proprio come sarebbe concepire storie per lui.

 

Come si rapporta il Connettivismo con le altre avanguardie artistiche e letterarie italiane?

Non essendo un dogma, i connettivisti si pongono un po’ alla come ci pare su una stragrande varietà di svariati temi. Le pulsioni verso le altre avanguardie è uno di quei temi “variabili”. Personalmente posso dirti che sono curioso ma amo sperimentare solo con chi davvero sento prossimo a me, per cui ho un approccio selettivo che mi porta a interessarmi solo di ciò che sento vivere dentro: è una questione di risparmio di energia, avendo il bisogno di interpretare e vivere le emozioni non posso calarmi in tutte le empatie che mi arrivano, per cui discrimino ciò che sento lontano e abbraccio solo cosa mi è affine.

 

Per te, cos’è l’inquietudine?

Dio… È un sentimento così potente, capace di scardinare l’animo; è una lama affilata che disseziona finemente le tue carni e provoca dissanguamenti, cose negative, colpi al cuore. Ne rifuggo il più possibile.

 

Il sonno della ragione genera mostri o percezioni più ampie del Reale?

Senza ragione non si va da nessuna parte. Di mostri nati dall’assenza della ragione ne sono pieni i libri di Storia, anche recente.

 

Quale è  il tuo metodo di lavoro? Da dove nasce la tua ispirazione? Come la rendi forma e sostanza?

Scrivo esclusivamente se folgorato da una scena, un’immagine, una frase, quant’altro. Devo farlo subito, senza studiare impalcature che rovinerebbero tutto quanto. Mi metto a scrivere spessissimo senza sapere dove andrò a parare, senza avere il titolo della storia, con dentro soltanto il senso di cosa voglio espletare; solo seguendo quel filo capisco cosa il racconto vuole dirmi e provo a interpretarlo al meglio. L’ispirazione può nascere da moltissimi fattori, non c’è limite, dalla quotidianità alla Storia alla suggestione di una parola buttata lì, durante un ragionamento assolutamente tranquillo; l’ispirazione nasce dalla vita psichica come dalla vita fisica, l’importante è far trascendere il concetto in immagine usando la capacità evocativa di ogni parola, frase, periodo. Tutto è immagine, è come se parlassi per fumetti complessi e la vera sfida diventa ricreare le icone nella mia mente sul foglio di carta elettronica. È un lavoro notevole, da parte mia ma anche da parte del lettore, che deve sintonizzarsi con l’archetipo immaginifico di quelle mie parole.

 

Come è nata l’idea di fondare la Kipple?

La Kipple è stata fondata nel ’95 da Lukha Kremo B., che fino al 2010 credo sia stato l’unico operante all’interno della casa editrice. Di più non so dirti :)

 

Quale sarà il futuro degli ebook in Italia? Che impatto avranno sulla nostra editoria? Rimarranno un fenomeno di nicchia o cambieranno il suo modello economico?

È la letteratura del futuro, non ho dubbi. La carta rimarrà per usi particolari, prestigiosi, oppure mirati alle esigenze specifiche di una data situazione. Con l’editoria digitale c’è meno margine di guadagno, ma di contro permette una diffusione davvero capillare della cultura che è sempre disponibile, non va mai in esaurimento scorte, non si deperisce. Cosa chiedere di più?

 

Esistono Tempo, Spazio e Causalità?

Le prime due no. La terza, di riflesso, no: la causalità si rispecchia nella Sincronicità, ma essa è espressione dell’energia che tutti ci anima, e costituisce.

 

Quale autore della fantascienza classica ami di più? Il tuo rapporto con la space opera e con l’hard science fiction?

Come dicevo prima, il mio approccio alla SF è stato tardivo, e mirato dal Cyberpunk in poi. Non amo immergermi nella SF classica per cui forse potrei dire Stanislaw Lem, o forse alcune cose di Dick, ma il peso degli anni che quasi sempre la SF classica mostra mi induce a lasciar perdere: il problema delle avanguardie è che invecchiano presto. Forse, solo il Futurismo è in parte sfuggito a questa regola.
Adoro, invece, la Space Opera, ma solo se di classe, vedi Sterling o Reynolds o Harrison; l’hard SF invece, mi piace a priori, ma spesso ho problemi seri nel seguirla perché non ho conoscenze scientifiche così evolute e perché, anche, ho trovato che spesso quelle storie sono in funzione della dimostrazione scientifica stessa.

 

Il Cyberpunk è morto? In termini più ampi la narrativa di Fantascienza muore quando i problemi che pone al lettore da ipotetici divengono concreti?

Sìssì è morto, defunto sotto la lapide del presente. È un altro problema delle avanguardie, che è strettamente legato al precedente che ho detto e che anzi, ne dà la spiegazione: quando un’idea rivoluzionaria diventa presente o peggio, passato, significa che si è passati alla contemplazione del ricordo. Il che va bene se si è romantici o giù di lì, o se si guarda esclusivamente al passato, ma non va bene nella stretta economia delle avanguardie.

 

Come ti poni con i cardini ideologici del cyberpunk ossia la sfiducia nella tecnologia, l’impossibilità del futuro e il degradarsi della carne nella materia?

Posso capire la sfiducia nella tecnologia ma correggerei il tiro spostando la sfiducia su chi maneggia la tecnologia. Il futuro è una forma di tempo possibile, sempre, bisogna solo essere abbastanza forti da crearlo, e la carne che si degrada nella materia è un tema che ha fatto un po’ di storia ormai, è demodé, sa di robot, di racconti vecchi, ed è comunque sotto gli occhi di tutti al presente, basta guardare Pistorius o le istanze dei transumani: bisogna andare oltre.

 

Ha ragione Severino, quando parla della Tecnica come morte dell’Essere e trionfo del Nichilismo dell’Occidente?

No, direi proprio di no. La tecnica e la tecnologia possono ancora stupirci, se le togliamo dalle mani degli operatori del marketing. Finché saranno sotto il loro dominio, avremo i fenomeni che attualmente stiamo sperimentando: sostanza della tecnologia che rimane invariata rispetto a quello che c’era lustri fa, e innovazioni soltanto nei metodi di accesso ai contenuti, pagate a carissimo prezzo (sì, se non si fosse capito ce l’ho con gli smartphone touch e in particolare con una determinata casa costruttrice).

 

La Singolarità, con la ridefinizione del concetto e dei limiti di ciò che chiamiamo Umano, è possibile e prossima ventura? Concretamente, in cosa si può attuare?

Il concetto di Singolarità, come diffuso soprattutto da Vernor Vinge, è un’ipotesi, suggestiva e potente, ma soltanto un’ipotesi. Personalmente penso sia probabile che l’umanità vera e propria stia terminando, lasciando spazio a una diversa forma antropica, si spera più evoluta non soltanto nel carapace biologico. Se e quando ciò avverrà, la Singolarità ci capiterà tra capo e collo con la potenza e la repentinità di una fucilata, e tutto comincerà da qualche dettaglio insignificante che acquisirà significati quasi senzienti, una suggestione minimale da cui trascenderà poi tutto un sistema semiotico di memi.

 

Il tuo rapporto con il movimento transumanista? Può essere visto, assieme all’esoterismo, al teoria del caos e alla meccanica quantistica una fonte di ispirazione della tua scrittura?

A volte sì, ma sicuramente la suggestione del Transumanesimo era più forte in passato. Il Movimento attuale deve cominciare a mantenere le sue promesse, sennò avrà parlato di aria fritta per tutto il tempo, e il mio tifo è per loro a patto che, però, si tengano lontane le frange in odor di tecnofascismo. Rimane inalterato, invece, il mio rapporto col Postumanismo, proprio perché è più lontano nel tempo: esso diverrà vero, però, solo se il Transumanesimo riuscirà a sua volta a diventare vero, e solo se i fondamenti del Postumanismo rimarranno vitali.

 

Recentemente, c’è stata una polemica tra i critici italiani relativamente alla povertà della lingua del romanzo italiano. Quale è il tuo punto di vista? Non è che i critici, chiusi nella loro torre d’avorio, non si accorgono di chi veramente sperimenta nuovi linguaggi?

In Italia l’ambiente culturale è asfittico, baronie varie che NON si fanno guerra vera tra loro e che cercano di mantenere il più possibile lo status quo. C’è bisogno di mettersi in gioco, sempre, e non so quanti, pure tra i critici, vogliano farlo. E ciò vale anche per gli autori, per coloro che sperimentano sulla lingua usata. Sperimentare, sempre, ovunque, guardare oltre lo steccato: la ricetta è semplice, a patto che non si abbia paura di perdere le posizioni acquisite. Ovvero, a patto che NON ci si mantenga su posizioni conservative.

 

Che ne pensi dello Steampunk?

Divertente, molto intrigante. Bisogna saperlo fare bene, altrimenti diventa un’accozzaglia di cliché in cui non ci si diverte più, nemmeno a leggere; è un genere in cui c’è bisogno di conoscere perfettamente la Storia per stravolgerla, dove c’è necessità di avere fantasia a iosa per inventarsi situazioni verosimili e alternative.

 

Cos’è la Fantascienza? È una letteratura d’idee? Una proiezione nel Futuro d’incubi e di paure del presente? Una transizione oltre l’Umanesimo?

È un po’ tutto quello che dici, una miscela sempre nuova che va ricalibrata di anno in anno, di epoca in epoca, di suggestione in suggestione. Innovare continuamente, altrimenti non ci saremmo mai allontanati dalle prime raccolte SF di quasi 100 anni fa.

 

Che valore dai alla metafora del Robot?

Scarso. Come dicevo, non sono interessato al mondo dei robot, mi pare una deviazione ormai sterile del corso storico, oltretutto sono stati soppiantati dai cyborg.

 

Tu e l’Arte Contemporanea… Apprezzi qualche corrente o autore in particolare?  E che ne pensi della Digital Art?

Ammetto la mia ignoranza sull’arte contemporanea. La Digital Art è interessante, è uno dei segni di questi tempi e non si può ignorare, ma la lascio fare a chi sa farla, a chi ha idee in merito, io mi ritengo un perfetto ignorante su questi argomenti e quindi preferisco astenermi.

 

Alessio Brugnoli, più invecchia e più diventa un vecchio caprone intrattabile?

Ah, ce ne fossero di persone come lui! Non invecchia ancora, ed è in piena crescita artistica e intellettuale. Il meglio deve ancora venire.

 

Progetti per il Futuro?

Continuare su questa strada, con i molteplici progetti che ho aperti e cercare di sondare tutte le strade immaginifiche che mi si aprono dentro. Sono soddisfatto di me stesso.

 

Esiste qualcosa al termine del viaggio chiamato Vita?

Al momento credo di sì, ma durante la mia vita ho cambiato più volte opinione. Quello che posso fare è affinare i sensi e cercare di percepire misticamente cosa c’è oltre, ma in questo genere di cose, come dice Gustav Meyrink: "il pericolo dell’illusione è forte e bisogna saper stare sempre in guardia, per riuscire a proteggersi".

10/01/2013

Alessio Brugnoli

brugnolialessio@gmail.com

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