Ogni ostinazione nel mantenerci dentro il nostro orizzonte abituale significa debolezza

L'Arte Post Umana

Venerdì sera, dopo essere sgattaiolato, sono andato al Mangiaparole, una Libreria Caffè letterario in zona Furio Camillo, nota, oltre per gli ottimi aperitivi e dolci, per essere uno dei punti di riferimento, con presentazioni e laboratori letterari, della poesia e della prosa d’avanguardia a Roma.

Il motivo era la presentazione di Olonomico, il nuovo romanzo di Sandro Battisti, di notevole interesse e professionalità. Al termine di questa, con alcuni amici, sono andato ad abbuffarmi in un ristorante vietamita da quelle parti.

Se un giorno non avrete mie notizie, sarà perché avrò realizzato il mio sogno: girarmene a oltranza nell’Indocina, tra Angkor Wat e Saigon… Ahimè è l’effetto dei troppo film visti da giovane.

Così, mentre mangiucchiavamo gli antipasti, si presenta con colpevole ritardo il buon William Herbeff, stavolta stranamente non in compagnia femminile.

Lo guardo accigliato. Lui mi sorride con la sua faccia da schiaffi e se ne esce con un

“Meglio tardi che mai”
“Sì, ma ti aspettavo alla presentazione”
“Lo so, ma mi sono messo a dipingere… Lo sai come vanno queste cose… E’ come una droga per me. Mi scordo di mangiare, di bere, persino delle donne. A proposito che mi consigliate? Che non la conosco proprio questa cucina”
Non faccio in tempo ad aprire bocca che ci si presenta davanti il proprietario, nonché maestro di sala: il suo unico difetto è di voler trasformare ogni pietanza in un oggetto di conferenza. Non so se per curiosità o per un pizzico di perfidia, Will gli da spago.
Così, dopo una mezz’ora di elucubrazioni sulle salse tipiche e sull’aggiungere il cumino al brasato di manzo, finalmente riusciamo ad ordinare i primi e i secondi.
Herbeff ci guarda sardonico, mentre si gode la sua porzione di gỏi cuốn
“Non si finisce mai di imparare. Allora di che parlava il romanzo? “
Gli accenno rapidamente i vari temi, in attesa dei vermicelli di riso con salsiccia vietnamita.
“Mi intriga il tema del postumano, specie per l’Arte”
“L’Arte è specchio dell’Uomo. Soltanto se questo supera i suoi limiti contingenti, può farlo anche l’Arte”
“Io la vedo in maniera differente. Ti cito una frase di Ortega Y Gasset

 

Conta poco la vita se non batte dentro di essa un’ansia irrefrenabile di ampliare le sue frontiere. Si vive nella proporzione con cui si anela di vivere di più. Ogni ostinazione nel mantenerci dentro il nostro orizzonte abituale significa debolezza, decadenza delle energie vitali. L’Orizzonte è una linea biologica, un organo vivo del nostro essere; finché godiamo di plenitudine, l’orizzonte avanza, si dilata, ondeggia elastico quasi all’unisono con il nostro respiro. Viceversa, quando l’orizzonte s’immobilizza, vuol dire che si è atrofizzato e che noi siamo entrati nella vecchiaia.

 

L’Arte è una delle forze che ci spinge oltre l’Orizzonte. Per questo la ritengo una dei motori del Postumano”

“Will, però chiariamoci sui termini… Non credo che tu abbia la stessa concezione degli autori della Fantascienza”
“Invece, sospetto che sia simile: Postumano è la condizione che otteniamo superando i nostri limiti biologici e concettuali. Posso essere strumenti tecnologici, che vanno dal sasso che lanciavano gli australopitechi per colpire il fagiano che altrimenti sarebbe volato via, alle più strane fantasie cyberpunk, e intellettuali.
Postumana è la scrittura che permette di fare sopravvivere le nostre idee alla morte biologica. Postumano è il ragionamento che riesce a farci superare le superstizioni, gli inganni del potere e tutto ciò che il buon Bacone definiva cause degli errori intellettuali: dar preferenza alle proprie idee piuttosto che all’esperienza concreta, l'insofferenza per il dubbio, l’attribuzione di false finalità alla conoscenza”
“E’ una bella visione, ma come siamo messi oggi in Italia, l’Arte tutto è, tranne che uno strumento per andare oltre l’Orizzonte. E’ priva di idee, oggetto di un vortice speculativo che ha reso le opere pure merci, prive di qualsiasi contenuto spirituale”
“Diceva Picasso
La pittura non è fatta per decorare gli appartamenti. È uno strumento di guerra offensiva e difensiva contro il nemico.
E il nemico è il Potere, tutto ciò che vuole condizionare la nostra vita. L’Arte è rivoluzionaria, perché costringe l’Uomo a guardare con altri occhi la propria vita, a rimettersi in discussione”
“Ad essere Postumani”
“Sì, nella mia ottica, sì. Invece se la si svuota di significato, la si rende innocua, la si trasforma in uno strumento per addormentare le coscienze e garantire lo status quo. Ti ricordi cosa diceva la Yourcenar ne le Memorie d’Adriano riguardo la schiavitù?”
“Vagamente”
Non credo che alcun sistema filosofico riuscirà mai a sopprimere la schiavitù: tutt'al più, ne muterà il nome. Si possono immaginare forme di schiavitù peggiori delle nostre, perché più insidiose: sia che si riesca a trasformare gli uomini in macchine stupide e appagate, che si credono libere mentre sono asservite, sia che si imprima in loro una passione forsennata per il lavoro, divorante quanto quella della guerra presso le razze barbare, tale da escludere gli svaghi, i piaceri umani".
Ebbene, il Potere ha realizzato questa forma di schiavitù, non della carne, ma dello Spirito. E noi, poveri illusi, ne siamo felici. O fingiamo di esserlo. Ti dirò chiunque affermi che l’Arte è decorazione, è simile a un Kapò in un campo di concentramento. Si fa volontariamente complice del processo di nullificazione dell’individuo, in cambio di briciole”
“Un nemico dello Spirito umano”
“Sì. Sai una volta sostenevo che soggetti del genere dovessero essere privati dei pennelli e portati a scavare latrine… Poi, non ne vale la pena. E’ il Tempo che rende giustizia, facendoli cadere nell’oblio”
“Allora come recuperare il ruolo rivoluzionario dell’Arte?”
“Libertà, basta volerla. Bisognerebbe fare una cosa semplice a dire, ma purtroppo complicata da mettere in pratica. Riporre l’Uomo, con le sue aspirazione, il suo sdegno, le sue utopie al centro dell’Arte”
“E questo come si traduce, dal punto di vista formale?”
“Io la vedo come Ortega Y Gasset. La dittatura della verosimiglianza, l’accostarsi il pittore più, o meno, stentatamente verso la Realtà, è più un impaccio che un merito per il pittore. A che serve annullare il proprio Io, appiattirlo sul visibile?
Costringe l’osservatore a trattare con oggetti con cui è impossibile comunicare e generare empatia. Dobbiamo generare invece degli ultra-oggetti, delle icone capaci di trascendere il Reale e caricarlo di significato.
Generare delle contaminazioni, che evidenzino le metamorfosi e le contraddizioni della Vita”
“Secondo me, ciò che dici è più semplice nell’Arte digitale che nella Pittura, proprio per la sua natura polivalente.
L’Arte digitale da una parte trascende la Realtà, dematerializzandola. Dall’altra concretizza il mondo onirico. Mischia linguaggi e sogni. Ogni immagine è un organismo che genera metafore e interpretazioni”
“Sicuramente. Buona questa carne. Secondo te se gli chiedo un contorno di puntarelle, me lo fanno?”
“Non è un piatto vietnamita”
“Questo è il problema dell’Arte e della Vita. Ci fissiamo delle regole a priori, togliendoci il piacere di osare, imprigionandoci nell’abitudine. Torniamo ad essere eretici, senza avere paura del rogo…”

17/01/2013

Alessio Brugnoli

brugnolialessio@gmail.com

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