L'Avanguardia come movimento non credo sia più possibile; diverso è il discorso sull'avanguardia come atteggiamento di rottura, di speriment

Intervista a Simone Ghelli

Simone Ghelli, in questa Italia sempre più superficiale, è una perla rara: uno scrittore che non indugia in manierismi, ma che esplora il Reale, sbattendocelo in faccia, per ricordarci ciò che siamo.

 

Un invito all’umiltà, ricordandoci che non siamo il centro del mondo, e soprattutto all’azione: piangerci addosso è inutile, per cambiare le cose dobbiamo sporcarci le mani, mantenendo la speranza per il futuro.
E la Scrittura, l’Arte, la Filosofia, se non ci invitano a cambiare noi stessi e il mondo, non sono che occasioni sprecate.

 

I libri di Simone sono un invito a non arrenderci, a scavare il nostro angolo di Paradiso nell’Inferno che ci circonda, a difenderlo con le unghie e con i denti.

 

Perché scrivi? Cosa ti spinge a dar forma con le parole ai tuoi pensieri? E' una ribellione a ciò che ci rende meno umani? Un sezionare i propri abissi? O un rendersi un pellegrino nel mondo, specchi del cammino che compie ogni uomo?

Penso che si possa scrivere per svariati motivi, e non è detto che ogni volta siano gli stessi. Per quanto mi riguarda, posso dire che scrivere è un puro atto egoistico – anche quando lo carico di una funzione etica. Il primo impulso è quello di liberarmi di tutto il materiale che accumulo – i pensieri, di origine visiva e auditiva – e per farlo ho trovato nella scrittura un canale privilegiato.

 

Ti sei laureato in Storia e Critica del Cinema. Quanto questo ha influenzato la tua visione del mondo e la tua scrittura?

Il cinema e la cultura dell'immagine in generale influenzano moltissimo la mia scrittura. Quando scrivo mi piace procedere per montaggio d'immagini, per associazioni. Da tempo ho in mente di scrivere proprio un romanzo sul cinema, ma in un anno ho buttato giù soltanto qualche riflessione e qualche abbozzo di incipit.

 

Domanda banale, ma che ci sta tutta… Il film che ami di più, quello che fuggi come la peste e quello che consideri un grande capolavoro mancato…

Se proprio devo fare dei nomi, direi che il film che amo di più è L'Atalante di Jean Vigo, su cui ho scritto anche un libro nel 2000. Di film che fuggo come la peste ce ne sono tanti, ma dirò del primo che mi ha fatto scappare da un cinema (era alla Mostra del Cinema di Venezia): Come te nessuno mai di Gabriele Muccino. Quanto ai capolavori mancati, davvero non saprei: dovrei prima trovare una definizione di capolavoro.

 

Com’è vivere e scrivere al Pigneto? Quanto dei suoi colori, rumori e profumi e della sua follia vive nelle tue storie?

Il Pigneto è stato il luogo che mi ha accolto quando sono arrivato a Roma, e per anni è stato il mio punto di riferimento. Adoravo il suo modo di essere “popolare”, che poi ho ritrovato in altri quartieri. Negli ultimi 3-4 anni il Pigneto (soprattutto l'isola pedonale) è cambiato molto, e ormai di quello che ho conosciuto io è rimasta soltanto la parte più turistica – mi riferisco al moltiplicarsi dei locali e di altre attrazioni che ha portato nella zona non soltanto studenti, ma anche persone che possono permettersi di spendere qualcosa in più dell'euro a bicchiere di vino come funzionava al vecchio Vini e Olii. La trasformazione geografica ha di conseguenza influenzato il modo di socializzare: oggi la maggior parte dei locali ha i tavoli fuori, mentre anni fa si era costretti a stare in piedi – e quindi anche a muoversi e a scambiare più facilmente delle parole anche con persone sconosciute.

 

E' più difficile scrivere un racconto o un romanzo? L'Uomo può essere descritto meglio nella sintesi di poche righe o nell'analisi di centinaia di pagine?

Si tratta di due modi diversi di dare forma alla narrazione, ognuno con le sue specifiche difficoltà. Quello che posso dire, nel mio caso, è che preferisco per vocazione la forma breve (per il semplice motivo che mi viene naturale scrivere storie che abbiano un respiro per così dire corto, forse anche perché sono un maniaco della lingua e della punteggiatura, e dunque, essendo costretto a scrivere con le mie zavorre, faccio fatica a prendere il largo).

 

I manuali di scrittura servono a qualcosa oppure spacciano aria fritta?

Non so, non ne ho mai letti né scritti.

 

Nell’Italia di oggi, in cui domina il virtuale e la propaganda, raccontare le cose così come sono, è un gesto rivoluzionario o una velleità? La scrittura può ancora cambiare il Mondo?

Non credo che esistano “le cose come sono”, ma soltanto infiniti modi di vederle. Ogni rivoluzione parte dalla chiara denuncia del proprio punto di vista. Quanto alla possibilità della scrittura di cambiare il Mondo, non saprei: mi accontento di pensare che possa essere uno strumento per aiutarci a comprenderlo un po' meglio.

 

Il dramma di noi Italiani è nella nostra scarsa memoria. La scrittura è come il tafano di Socrate, ciò che ci costringe a ricordare, a guardare le nostre radici e riflettere sul nostro presente?

In effetti pare proprio che la scarsa memoria sia caratteristica del nostro popolo, e d'altronde nel nostro paese ha trovato terreno fertile un certo modo di fare televisione. La scrittura può essere sicuramente un mezzo per aiutarci a ricordare, ma come tutti i mezzi dipende da come viene usato – non riconosco insomma alla scrittura in sé una nobiltà più alta rispetto ad altri strumenti.

 

Perché Scrittori Precari?

Perché a riunirci non è stato un manifesto letterario, ma una condizione umana e lavorativa che appartiene ormai a tanti, troppi.

 

Come racconteresti  Voi onesti farabutti a un bambino?

È la storia di un nonno che ha fatto la guerra di Resistenza e che da vecchio non ha mai accettato di arrendersi.

 

Quale è  il tuo metodo di lavoro? Da dove nasce la tua ispirazione? Come la rendi forma e sostanza?

Diciamo che il mio è un “non metodo”, nel senso che parto da un'idea di cosa voglio raccontare, ma poi finisco sempre col farmi trasportare dalla scrittura. Quanto all'ispirazione, penso che venga semplicemente da ciò che vedo e che ascolto.

 

Sul compianto Pubblico Giornale c’è stata una polemica tra critici e scrittori sulla presunta povertà della lingua del romanzo contemporaneo italiano e sulla crisi della sperimentazione narrativa. Ha ragione chi afferma questo?

Partendo dal presupposto che le lamentele non mi piacciono granché (quelle robe tipo il cinema è morto, il romanzo è morto e simili), posso dire che in Italia ci sono diversi scrittori che stanno venendo su bene (alcuni hanno anche già scritto romanzi importanti). Sicuramente i critici e gli scrittori di cui parli avranno letto molti più libri di me, anche se mi pare impossibile star dietro alla mole di roba che viene pubblicata ogni giorno. Insomma, io ci starei molto attento ad usare certe espressioni, che magari fanno colpo, ma che poi rischiano di ricadere nel vuoto.

 

In Italia, è ancora possibile l’Avanguardia?

L'Avanguardia come movimento (come ce ne sono state nel corso del Novecento) non credo sia più possibile (suonerebbe forse un po' anacronistica); diverso è il discorso sull'avanguardia come atteggiamento di rottura, di sperimentazione, che non solo è possibile, ma deve essere sempre auspicabile.

 

Quale è la tua opinione sul memorandum New Italian Epic? E’ invecchiato male o è ancora attuale?

Penso che sia stato un lavoro importante, che ha avuto il merito di “mettere in movimento” la critica, oltre ad aver rappresentato un esempio virtuoso di come si possa lavorare senza mettere in contrapposizione il mondo della rete con quello dell'editoria tradizionale – da questo punto di vista mi pare che abbia segnato uno spartiacque preciso, che ha “costretto” la critica accademica a sporcarsi le mani anche in rete.

 

Cos’è la Fantascienza? È una letteratura d’idee? Una proiezione nel Futuro d’incubi e di paure del presente? Una transizione oltre l’Umanesimo? Oppure semplice disimpegno?

Adoro la Fantascienza, pur non avendone mai scritto. Io la vedo innanzitutto come una chiave di lettura del presente, che può aiutarci ad aggiustare la mira sulle cose ponendosi a una certa distanza. Ma è anche un modo d'immaginarsi il futuro, e dunque di mostrarci le conseguenze di quello che può essere, ancora una volta, il nostro agire nel presente.

 

La Scrittura ha responsabilità?

Per quanto mi riguarda sì, ed è il motivo per cui sono così lento nello scrivere.

 

Progetti per il Futuro?

Come ho già detto, mi piacerebbe riuscire a scrivere un romanzo sul cinema.

 

Don Chisciotte, simbolo dell'uomo che non rinuncia al proprio sogno, è specchio dell'essere artisti e scrittori oggi?

No, direi tutt'altro. Mi sembra che oggi sia più facile essere artista che operaio.

24/01/2013

Alessio Brugnoli

brugnolialessio@gmail.com

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