Gabriele Basilico - noto fotografo italiano che ha lavoratosu diverse città: da Milano a Beirut da Bolzano a Berlino

Percezione dell’Infinito

la fotografia di Gabriele Basilico

I primi tempi che vivevo a Milano. Uno di quei sabati pomeriggio della tarda primavera, in cui il tempo sembra non passare mai. Avevo un appuntamento con degli amici, per un aperitivo. Un Negroni, qualche schifezza unta e bisunta, tanti pettegolezzi.
Per una volta, strano a dirsi, ero in anticipo. Mi stavo annoiando. Più per caso, che per una desiderio, mi infilai nello spazio Oberdan. Tra gli eventi di una manifestazione che neppure ricordo, vi era una mostra di fotografia.
Essendo gratis, decisi di visitarla. Riconobbi subito il soggetto delle prime foto: le "Sette Sorelle", un gruppo di grattacieli di Mosca, figli della megalomania di Stalin. Anche a Riga avevamo qualcosa del genere. Era la sede dell’Accademia delle Scienze. La chiamavamo amichevolmente torta di compleanno.

 

Edifici brutti? No, non credo che l’aggettivo giusto fosse questo. Ripensandoci, sarebbero più adatti quelli di ridicolo e pretenzioso. Eppure quel fotografo aveva dato una dignità alla loro architettura: ne aveva scoperto la grandezza tragica e silenziosa, il loro essere specchi d’infinito. Apparivano come prue di navi, pronte a sfidare l’Orizzonte o lance scagliate contro il cielo, dimora di un Dio ignoto e indifferente alle tragedie umane.

 

Passai alla sala successiva. Vi erano foto di rovine. Ogni muro sbrecciato, ogni edificio cadente, era un grido di dolore. Lessi le didascalie. Beirut. Uno scatto catturava la tragedia della guerra e della morte più di migliaia di parole, scavando nell’anima.

 

Fu il mio primo incontro con Basilico. Per lui la fotografia è stata qualcosa di più e di diverso dalla rappresentazione. E’ stata una trasfigurazione. Un edificio, uno scorcio, una strada non hanno valore in sé, come dichiarazione dei limiti del mezzo percettivo, ma come immagine malinconica della condizione umana. Per Basilico non esistono luoghi, ma tracce e reliquie che, a differenza di quanto dipinto da De Chirico nelle sue Piazze d’Italia, non si pongono al di fuori del tempo e dello spazio, ma lo completano.

 

Se dovessi paragonarlo a un pittore, penserei al Sironi che rappresenta le periferie milanesi. Entrambi esplorano la dimensione del tragico.

 

Le loro città non conoscono bellezza, ma solo un'implacabile volontà di esistere. Come dice bene Elena Pontiggia "Sono una metafora dell'esistenza, perché non è la periferia a essere dura, ma la vita".

Però entrambi pongono al centro delle loro immagini una dimensione grandiosa. L’edificio, per quanto rovinato dal Tempo e dalla nostra follia, rappresenta il nostro desiderio di lasciare traccia nel Mondo, la nostra ambizione, sempre frustrata, di vincere la Morte.

 

Sempre parafrasando Pontiggia, la fotografia di Basilico "È, anzi, l'emblema stesso del costruire, nel senso più ampio del termine: un costruire sentito come un imperativo categorico, come un compito etico".

 

Il compito etico di sopravvivere a noi stessi, di dare sostanza ai nostri sogni, di trascendere il caos che pervade il nostro vivere.

Per questo le sue foto ci entrano nel cuore: perché rappresentano ciò che dovremmo essere, fiamme nella notte, e dovremmo fare, dar voce all’Infinito nascosto dentro il nostro cuore

19/02/2013

Alessio Brugnoli

brugnolialessio@gmail.com

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