In Italia, purtroppo, ci lamentiamo sempre del fatto che la sperimentazione artistica e culturale sia autoreferente, chiusa in sé stessa, in

Voci che si spengono

Ho amato tanto sia Iannacci, sia Califano: due artisti opposti, non conciliabili, ma costituiscono la colonna sonora della mia infanzia. Non c’era gita in cui le loro canzoni accompagnassero curve e controcurve, facendo di sottofondo alle chiacchiere di mio nonno e agli insulti che lanciava a chiunque secondo lui non sapesse guidare, ossia il resto del mondo.

 

Se mi era chiaro cosa nonno, romano doc, avesse in comune con er Califfo, per anni mi è stato difficile capire cosa lo affascinasse di Iannacci.
Forse adesso che ho accumulato un poco di esperienza di vita e sto cominciando a comprendere meglio i miei vecchi, mi è più facile.
Nonno, benché si atteggiasse a viveur conservatore, dentro di sé era un anarchico, amante del nuovo e dell’avanguardia: un futurista inconsapevole.
E lo era anche Iannacci. In Italia, purtroppo, ci lamentiamo sempre del fatto che la sperimentazione artistica e culturale sia autoreferente, chiusa in sé stessa, incapace di parlare all’Uomo comune, schiavo del suo quotidiano.

 

Eppure, ai tempi di Marinetti non era così. Le serate futuriste, unione di arte, propaganda e provocazione, con il loro mix di la recita di poesie, le esibizioni musicali, la presentazione di quadri e la lettura di manifesti erano eventi sociali.
Ciò che permetteva loro di rompere la barriera tra arte e vita non era la provocazione, ma la loro capacità di veicolarla con le tecniche del teatro di varietà, rendendo gli spettatori coautori della performance. Una strategia ereditata dalla commedia dell’arte e di cui era maestro l’ingiustamente dimenticato Gustavo Cacini.
E al contempo, se il futurismo rubava le idee al varietà, avveniva anche il contrario, con il teatro che riprendeva, pur in chiave ironica, le sperimentazioni tematiche e linguistiche di Marinetti.
L’esempio concreto è nell’immenso Petrolini, che pure burlandosi di Marinetti negli Stornelli maltusiani, partecipa con entusiasmo alle "serate" futuriste

Collaborazione che culmina in Radioscopia di un duetto, atto unico definito "simultaneità del teatro di varietà", scritto a quattro mani con Francesco Cangiullo nel 1918 e che permetterà al grande uomo di teatro di rafforzare la sua sperimentazione linguistica, trasformandosi in un funambolo della parole e l’ironia eversiva, nemica dell’ipocrisia dei benpensanti e dei soprusi del potere.
Sperimentazione che è passata alla comicità, che trova la sua ragione d’essere nel sovvertire e rovesciare i dogmi imposti da qualsiasi potere, mostrandone l’arbitrarietà e la pochezze e a una certa canzone italiana, oltre al buon Iannacci penso anche a Rino Gaetano.
E questo ha permesso ai tempi dell’avanguardia di diventare parte della nostra cultura condivisa, di continuare a vivere, al di là di ogni ostracismo.
Per questo Iannacci è stato più influente di qualsiasi trombone de Il Gruppo 63: perché trasformava l’avanguardia in Vita e la parola in sberleffo, in un’ arma contro chi ci vorrebbe rendere meno umani.
A modo suo, Califano compiva un’operazione complementare a questa: non guardava all’avanguardia, ma alla tradizione di una città, Roma, tanto romantica quanto disincantata e priva di illusioni, avendo visto troppe cose assurde nella sua Storia.

Città plebea, scettica contro ogni potere e ideale, convinta che ogni sogno sia destinato a infrangersi con la realtà e che il cinismo vinca sempre.
Città sensuale, ossessionata dalla morte, che non riesce a prendere sul serio neppure se stessa e che si rifugia nella parodia e nella macchietta, per sfuggire al male di Vivere.
Città che, nonostante tutto questo, non si arrende mai. Due ribellioni diverse, quelle di Iannacci e Califano, ma rese simili dall’affermare la fatica di essere uomini, unici e irripetibili, dinanzi alla tentazione di chi, per farci sfuggire alla nostra inquietudine, vuole svuotarci, rendendoci automi.

11/04/2013

Alessio Brugnoli

brugnolialessio@gmail.com

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