Viva la libertà - nel film si rievocano profusamente dall’oltretomba la commedia dell’arte all’italiana e Fellini

“Viva la libertà”… stranalibertà

[..] Ed il più grande

conquistò nazione dopo nazione,

e quando fu di fronte al mare si sentì un coglione

perché più in là
non si poteva conquistare niente:

e tanta strada per vedere un sole disperato,
e sempre uguale e sempre uguale [..]”

 

Trama
Il segretario del maggiore partito d'opposizione, Salvatore Oliveri, dopo il crollo dei sondaggi e l'ennesima, violenta, contestazione, decide di scomparire e si rifugia in segreto a Parigi, in casa di un'amica che non vede da trent'anni, Danielle, una segretaria di edizione conosciuta all'epoca in cui ancora accarezzava l'idea di fare il regista. Unici, e parziali, depositari della scomoda verità, Andrea Bottini, collaboratore di Oliveri, e Anna, la moglie dell'onorevole, in realtà continuano ad arrovellarsi sul perché della fuga e sulla possibile identità di un eventuale complice. Bottini propone ad Anna di usare il fratello gemello di Oliveri, un filosofo geniale segnato da una depressione bipolare, come sostituto dello scomparso. Il filosofo si trasferirà a casa sua avviando uno strano mènage e un'involontaria carriera politica. (mymovies.it)

 

Recensione
l proiettore sparava ancora sullo schermo i titoli di coda del film “Viva la libertà” di Roberto Andò quando iniziarono a risuonarmi in testa i versi della canzone “Stranamore” di un altro Roberto, Roberto Vecchioni. E questi pochi versi racchiudono in sé le mie impressioni sul film del regista, sceneggiatore e scrittore siciliano tratto dal suo romanzo “Il trono vuoto”.
Proprio come per il testo di Vecchioni – ma qui in maniera involuta e involontaria – questo lavoro cinematografico sembra raccontare (non considerando poi la tematica del “doppio” tanto cara al cantautore e fil rouge del film) l’impotente vacuità di questi tempi, il disagio per l’incomunicabilità e la velleità di una generazione di dirigenti politici che non ha strade da percorrere se non quelle gravate da un sole disperato, e sempre uguale.
Ho letto numerosi commenti entusiastici a proposito di questa pellicola; chi parlava di una nuova rinascita per il cinema italiano, chi scriveva di un film “profetico” e chi con toni trionfalistici e, spesso, ingenuamente smodati, decisamente spropositati, rilanciava l’aforisma “L'unica alleanza possibile oggi e' con la coscienza della gente” citato da Servillo/Ernani/Oliveri/capopartito davanti ad una folla oceanica vedendovi una strizzata d’occhio alla politica grillina (ogni riferimento non è puramente casuale:http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/03/03/viva-liberta-e-politica-diretta-al-cuore/518561/).

 

In verità io ho riscontrato pochissime aderenze con la realtà politico-sociale che attanaglia l’Italia in questo periodo – a meno che non si tratti di un reale “più reale del reale” inteso alla Vittorini - né tanto meno sono riuscito ad individuare la pretesa svolta del cinema italiano, ché anzi mi appare sempre più privo di idee originali e ripiegato su se stesso, sui suoi fasti passati (nel film si rievocano profusamente dall’oltretomba la commedia dell’arte all’italiana e Fellini). Non parliamo poi del suo preteso profetismo; il film, che è stato girato prima delle elezioni politiche, dava per scontato il trionfo del “maggiore partito di sinistra”, come suggerivano i sondaggi preelettorali, prevedeva una decisa vittoria di quel “maggior partito di opposizione” che nella realtà non c’è stata.

 

Purtuttavia, fosse anche solo per le musiche di Marco Betta e le straordinarie esecuzioni dei solisti Gilda Buttà, Luca Pincini, Leonardo Spinedi e Antonio Caggiano, non voglio dir male di questo lungometraggio, che, comunque, il suo fallimento è forse il suo più grande successo. La sua poeticità è tutta racchiusa nel grande vuoto che offre allo spettatore, vuoto di idee innovative, vuoto di visioni e soluzioni alternative, vuoto di riferimenti locali, vuoto colmato solo con la fuga, fuga ingenua in un altrove non ben definito – neanche il più ottimista dei commentatori potrebbe scambiare l’Italia rappresentata da Andò per quella vera – fuga impotente  verso un altro cinema – quello francese; decisamente più vitale del nostro – fuga nostalgica alla ricerca di un ancoraggio nel passato. Non mancano, e anzi sovrabbondano, infatti citazioni dotte, come ad esempio lo stesso nome del fratello-filosofo Ernani, e momenti di alta poeticità, come quando il nostro Servillo/Oliveri/Ernani cita Bertolt Brecht con gli ultimi versi di “A chi esita”, intonando con voce stentorea dinanzi a migliaia di persone radunatesi per festeggiare in Piazza San Giovanni: “Siamo dei sopravvissuti, respinti via dalla corrente? Resteremo indietro, senza comprendere più nessuno e da nessuno compresi. O contare sulla buona sorte? Questo tu chiedi. Non aspettarti nessuna risposta oltre la tua”. Ma tutte queste citazioni all’interno dell’opera sbiadiscono, perdono la forza che le fece grandi e, a volte, si tramutano in grottesca farsa, come i sopracitati versi brechtiani che, inseriti nel contesto di una piazza che chiede risposte e soluzioni ad una politica sempre più avara sia delle une che delle altre, suonano come sberleffo, quasi a dileggio del popolo; mi chiedo infatti chi avrebbe mai applaudito lungamente, nella realtà, un simile intervento fatto da uno qualsiasi dei nostri leader politici e credo che l’esito sarebbe stato molto diverso. “Se i politici italiani sono mediocri, e perché i loro elettori sono mediocri, e se sono ladri e' perche' i loro elettori lo sono, o vorrebbero esserlo”, altra frase identica mia domanda; questa frase, uscita dal cilindro del folle professore di filosofia Ernai, mi ricorda oltretutto le esternazioni del linguista Tullio De Mauro che, frustrato nelle sue attese politiche così proruppe: “Più della metà degli italiani ha difficoltà a comprendere l’informazione scritta e molti anche quella parlata. Molti sono spinti a votare più con la pancia che con la testa.”, cosa che evoca un certo stanco e sdegnoso accademismo e anche il solito filone antiberlusconiano di cui nel cinema italiano è alfiere Nanni Moretti, col quale Roberto Andò sembra dialogare e persino rispondere alla sua celebre esortazione “di’ qualcosa di sinistra” mettendo in bocca ad Ernani questa risposta: “Il mio e' un messaggio agli italiani, siate onesti, smettete di tingervi”. Tutto questo citare, estrapolare, richiamare, ricorda un po’ – considerata anche la provenienza del regista – la figura di un Calpurnio Siculo o di un Nemesiano, entrambi stanchi e sbiaditi epigoni bucolici di Virgilio, in un contesto non certo povero di tecnica e di ars poetica ma totalmente privo di spunti originali, codificato e apparentemente immutabile. In buona sostanza, “Viva la libetà”, nella migliore delle ipotesi riesce un po’ come quelle eclogae che parlano di un mondo pastorale da lungo tempo estinto e fossilizzato, nella peggiore – continuando il parallelismo con la classicità; o meglio, la postclassicità – ricorda quei poeti che, stretti d’assedio dagli invasori barbari, cercavano di conservare il mondo classico verseggiando con lo stile dell’epoca ciceroniana, o per dirla più poeticamente, seguendo Verlaine, sembra dire: “Je suis l'Empire à la fin de la décadence,/Qui regarde passer les grands Barbares blancs/En composant des acrostiches indolents/D’un style d’or où la languer du soleil danse.”


E con questa mia citazione ci troviamo ad affrontare un altro dei nodi clou del lungometraggio, gli svariati omaggi al cinema transalpino. Andò non lo sa ma anche lui è in fuga come i due Servillo, così il doppio diviene triplo fuggire: da un cinema che non ha sbocchi; da una politica che non ha soluzioni; da una realtà che è meglio trasfigurare nella follia. Non a caso il protagonista, lo spossato segretario di partito Oliveri, cerca rifugio da una mai dimenticata amante francese e parte, lasciando il partito alla deriva, per la volta di Cannes proprio durante il famoso Festival.
I riferimenti non sono neanche troppo lambiccati, il regista strizza infatti l’occhio alle ultime produzioni francesi e soprattutto ai lavori di Philippe Claudel,  Tous les soleils in particolare, ma si può notare anche qualche citazione di François Truffaut e di Mona Achache col suo “Le Hérisson”.
Ciò che ne risulta è un’Italia fra reale e surreale vista con gli occhi distratti dell’alta borghesia francese, un Italia che si rifugia nel sentimento privato, nelle passioni e nel calore del focolare, una politica che maschera cinismo, immobilismo ed i soliti intrighi con una falsa poeticità, con una fatua solennità che nulla concede al fare.

 

Stranalibertà quella espressa dallo scrittore, sceneggiatore e regista palermitano; libertà che lascia un profondo senso di incompiuto, di vuoto impossibile da colmare, libertà di essere fotografi del nulla e del disfacimento di uno Stato, libertà di non potere avere altri mondi possibili se non le solite vie di fuga nel tempo e nello spazio.  

15/04/2013

Armando Di Carlo

armandodicarlo@virgilio.it

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