La contaminazione tra linguaggi, conoscenze e percezioni è la base della letteratura fantastica

Intervista a Emanuela Valentini

Tra le tante cose belle di Steampact 1813, Vis Vaporis è stata la possibilità di conoscere altri scrittori steampunk e confrontare le diverse esperienze e visioni del mondo e della scrittura, con una contaminazione intellettuale che ci ha arricchito tutti.
Così, ho avuto la fortuna conoscere Emanuela Valentini, autrice di Ophelia e le officine del tempo che ho convinto a concedermi un’intervista, per raccontarmi il mondo che nasconde nella sua anima.

 

Ciao Emanuela chi sei? Come ti descriveresti a un estraneo?

Innanzi tutto buonasera! Chi sono. Bella domanda. Una ragazza come tante, con qualche problema a trovare il suo spazio nel sottomondo quotidiano, visto che gli spalti dei sogni realizzati, quelli esposti al sole, sono molto difficili da conquistare. Sono una molto introspettiva, che cerca sempre di vedere oltre, oltre le apparenze, oltre le righe, oltre i fattacci della vita, come se ogni cosa fosse permeata di segni ultraterreni da cogliere per comprenderne il senso. Mi arrovello. Lo faccio da sempre e molto spesso sono distratta dal concreto. Ho sempre una decina di idee per la testa, di ogni tipo, che vorticano in cerca di un fortuito contatto neuronale che le trasformi in fatti. Leggo, cucino, amo il mio cane. Scrivo. Sono una molto solitaria. Ho fatto mio il concetto di tana quando anni fa ho abbandonato il tetto dei miei per vivere per conto mio e mai termine fu più appropriato. Sono idealista fino allo sconforto. Odio il calcio. La cosa che più amo al mondo è raccontare storie: questo non significa che io sia una bugiarda.

 

Quale è la tua formazione culturale ... Come ha influenzato la tua visione del mondo e la tua sensibilità?

Nasco e cresco nella periferia di Roma. Passo l’infanzia e la prima adolescenza in parchi gioco di cemento coi lampioni sfondati e realtà difficili da cui imparo presto a difendermi. Tento di frequentare un liceo classico, data la mia sempre covata passione di scrivere e studiare, ma il background è più forte e desisto. Concludo le superiori in un istituto professionale per disegnatori. Sempre in merito a quella voglia senza nome di dare un significato alla mia esistenza mi iscrivo alla Sapienza, Lettere e Filosofia. Vado bene. Supero ogni esame con dei bei voti ma… mi viene offerto un lavoro in una tipografia industriale e accetto, trascurando gli studi senza mai più riprenderli. Ho sempre odiato la scuola così come ce la propinano. Da piccola scrivevo storie ma non interessavano a nessuno, l’importante era che conoscessi a memoria delle regole, dei fatti accaduti nel passato, dei numeri. E in somma sono cresciuta così, sempre un po’ allo sbando. Sempre in equilibrio tra il senso del dovere, la realtà imposta e le mie propensioni folli. L’amore per le storie da raccontare non mi ha mai abbandonata, e con lui la passione della lettura. Ricordo le pile di fogli ripieni di caratteri sbilenchi. La mia Olivetti e io eravamo indivisibili, dopo interi pomeriggi trascorsi a scrivere avevo le dita fratturate, ah ma come ero felice. Mi sono così costruita, negli anni, una cultura tutta mia, da autodidatta. Sono passata attraverso esperienze fantastiche in ambienti artistici fuori dal comune, dove la libertà d’espressione, la creatività e la speranza riempivano le piazze e i cuori. La mia visione del mondo si è forgiata con me mentre crescevo. Il lato strettamente legato al surreale non è mai scomparso, anzi, con l’età adulta esso ha abbracciato il cinismo e la razionalità del reale che mi circonda, con un occhio sempre puntato al sociale. Questa sono io. Un miscuglio di cose evanescenti e metalliche. Cemento e nuvole.

 

Perché scrivi? Che ti spinge a dar forma ai tuoi pensieri ed emozioni?

Scrivere per me è prima di tutto un gioco. Inventare mondi, dare vita a personaggi e vederli muoversi in ambiti difficilmente riscontrabili nella realtà ordinaria è un piacere fortissimo. Poi è terapia. Affogo tutto nella scrittura. Da ragazzina ci affogavo la solitudine. Da adolescente il disagio esistenziale. Da adulta dolori di ogni tipo, speranze, rivincite, riscatti. È il mio modo di vivere. Non posso scindere la vita dallo scrivere. Nulla avrebbe più senso e io probabilmente impazzirei.

 

Tu e Roma... Quale è il tuo rapporto con la città? La useresti mai come sfondo per un tuo libro?

Risulterò impopolare, lo so e me ne assumo ogni responsabilità. Non amo la mia città. Non la  amo per niente. Non la sceglierei mai come sfondo per nessuna storia perché non mi ispira. Non so perché mi trovo ancora qui, in effetti. La trovo scomoda, triste. Non mi piace il suo profilo al tramonto. È un ammasso di cose vecchie sotto al cielo, ricordo dei fasti di un passato imperiale e di una grandezza storica che non ho mai apprezzato. E comunque viverci è veramente alienante. Almeno così è per me.

 

Se dovessi accompagnarmi in un giro turistico della città, in quale luogo fuori dell'ordinario mi porteresti?

Ti porterei sulla tomba di Shelley, a Piramide. Alla Porta Magica di Piazza Vittorio e sulla cima di uno dei sette colli, dove si trova una serratura. Guardandoci attraverso si vede la grande cupola. Tutto qui.

 

Come mai hai scelto Londra come tua patria spirituale?

Londra è sempre stata la perla del mio immaginario. Sin da piccola, con Dickens, Mary Poppins e Conan Doyle, il profilo di questa città ha arredato i miei sogni coi suoi odori, i suoi incubi.  E col tempo, nutrita di sempre nuove suggestioni, si è impressa nel mio ipotalamo svolgendo in me una funzione ormonale, direttamente legata a tutto ciò che di me non è materia. E dire che l’ho visitata fisicamente tardissimo. Quasi avevo paura che nella realtà essa potesse deludere l’immagine di secoli di storie sorbite dalle pagine dei libri. E invece, come una madre amorevole, Londra ha accolto tra le sue braccia questa sua piccola figlia nata troppo lontano, e ha svelato ai suoi occhi colmi di meraviglia scenari e situazioni persino più potenti di quelli che covava nel cuore. Lì io sono io. Respiro in maniera differente, guardo attraverso i livelli e vedo lo spirito della città aleggiare tra i palazzi e i parchi, nelle strade, tra i comignoli. Conosco intimamente quello che l’aria racconta, quello che esce dai tombini brontolando, quello che si muove sotto ai suoi cieli viola. Ah, Londra!

 

Preferiresti vivere nella Londra di Shakespeare, in quella di Swift, di Dickens o in quella di John Constantine e dei Sex Pistols?

Tutte! Senza alcun dubbio, tutte! Balzerei felice dall’una all’altra senza rispettare la linea temporale, con una fermata più lunga e approfondita nella Londra di Dickens per via della mia vena grottesca e, com’è ovvio, in quella punk, dei Sex Pistols e dei Clash, quando l’arte era il veicolo di messaggi politici e sociali importanti.

 

Un mio amico ha paragonato lo scrivere racconti al correre i 100 metri piani, mentre lo scrivere romanzi alla maratona. Nel primo conta lo scatto, la capacità di colpire immediatamente l’immaginazione del lettore, nel secondo la resistenza, la capacità di catturare a lungo la sua immaginazione, avvincendolo. Tu che ti sei dedicato a entrambi i generi, che ne pensi?

Bel paragone. Sono d’accordo. Il racconto è uno schiaffo, un bacio quando non te lo aspetti, una ventata che ti porta via l’ombrello mulinando. Adoro scrivere racconti, è soddisfacente, intenso, rapido a estinguersi come certe passioni, eppure capace, proprio grazie alla brevità dell’esperienza, di restare impresso dietro agli occhi, più simile a un ricordo vissuto che a qualcosa di letto. Il romanzo è un viaggio. Una vita. Una strada da percorrere. Difficilissimo lavoro di ricamo. Quanto il racconto è sintesi, tensione narrativa, delirio, tanto il romanzo è la quintessenza del giusto dosaggio di fatti, emozioni, colpi di scena, attese, disillusioni, frane emotive, riprese in scatto e brusche frenate. Amo leggere e scrivere entrambi i generi. Regalano emozioni troppo diverse, richiedono un uso differente del cervello, della parola. Esercizi magnifici.

 

La Letteratura può cambiare il Mondo?

Ah, non lo so, davvero. Ci vorrebbe una rivoluzione. In questo momento sarebbe importante anche soltanto risalire, culturalmente parlando, dal baratro degli ultimi venticinque anni di nulla strategico. Ricominciare a produrre arte sotto forma di parole scritte, ricominciare a informare, a lanciare messaggi, a crederci. Anche ripartendo dal passato. A mio parere, per nutrire questo nostro presente strano, perverso, negativo, per l’arte, c’è bisogno più che mai dell’immaginazione; un potere di cui l’essere umano è dotato e che, sostituito dall’iper-stimolazione dei media si sta atrofizzando, come il terzo occhio. Tutto oggi è giudicato in base alla sua commerciabilità, non per il suo valore. Anche il romanzo è relegato a merce e questa è una pecca imperdonabile: un atteggiamento che abitua il lettore alla pace dei sensi, un oblio regalato dalla pubblicità, che gli dice cosa mangiare, cosa bere, cosa leggere. Specchio di un sistema che predilige e mette in luce prodotti selezionati da una mente superiore. Bene. Ma dov’è la bellezza della scelta? Questo intendo quando parlo di rivoluzione. Bisogna ricominciare a sognare in grande. A immaginare. A colorare, suonare, scrivere, disegnare. Inventare un mondo che non c’è. Tirare fuori dal cilindro idee e poi realizzarle. Immagino il riscatto della parte artistica dell’uomo come una primavera interiore. Una fioritura che investirebbe le nostre città grigie, i luoghi di lavoro, gli ospedali. Ogni singolo atomo della società sarebbe costretto a vedersi sbocciare in grembo energia positiva, stimoli che nascono dalla mente dell’uomo, del lettore, del consumatore e non più dalla testa pensante del sistema che tutto decide e che tutto propina. Riabituarsi a pensare, a scegliere. A operare miracoli. Questo intendo. E nella mia personale rivoluzione culturale, la letteratura è la radice di una pianta destinata a sollevare il destino dell’uomo oltre il cemento, nel libero cielo, per rinascere e diffondersi in un trionfo assoluto. (Come vedi tendo all’apocalittico, sia in bene che in male).

 

La contaminazione tra linguaggi, conoscenze e percezioni è la base della letteratura fantastica… È il pensiero di un mio amico scrittore americano. Che ne pensi? In un’Italia dove si spacca il capello sui generi  è un’eresia o un pensiero sensato?

È una magnifica verità, questa. Anche io sono dell’avviso che la narrativa fantastica debba essere il frutto della commistione di molte forme di conoscenza (scienza, esoterismo, botanica etc…) di linguaggio, di stile, di credo religiosi e epoche diverse (la storia. Quale migliore contenitore dove trovare qualsiasi cosa si cerchi?). Solo in questo modo, studiando e miscelando sapientemente gli ingredienti, è possibile creare mondi credibili – e ipoteticamente esistenti, da qualche parte, nel vasto universo delle possibilità – capaci di catturare il lettore e condurlo in viaggi affascinanti che per la durata della lettura, e oltre, si sovrappongono in maniera perfetta alla realtà oggettiva, sciogliendo le pareti del già visto, già sentito, già fatto e spalancando la percezione verso terre ancora da esplorare. Questa non è solo un’opinione. Per quanto mi riguarda si tratta della semplice analisi dei tratti che hanno reso inossidabili alcune opere dei grandi autori del fantastico, che si stagliano nette sull’orizzonte letterario e che hanno sempre qualche cosa da insegnare.

 

I manuali di scrittura servono a qualcosa oppure spacciano aria fritta?

In luogo della mia personale esperienza posso dire che i manuali di scrittura sono utilissimi, quando si vuole imparare ad affinare la tecnica e non si posseggono garanzie economiche sufficienti a frequentare scuole di scrittura. Posto che per scrivere ci vuole la spinta interna, una cosa che non si può imparare, né acquistare in nessun mercato del mondo, esistono le regole e senza quelle è abbastanza difficile, se non addirittura impossibile, costruire un romanzo, o racconto, che abbia una spina dorsale a sostenerlo, un ritmo, uno stile e via dicendo. I più fortunati possono apprendere tutti questi trucchi nelle grandi scuole, mentre quelli che si arrangiano, tipo me, studiano sui manuali che qualcun altro ha stilato (per fortuna), anche se io, una volta capite le regole basilari ho fatto una full immersion nei classici e nei romanzi che adoro, per vedere quelle cose messe in pratica dai grandi della penna. Mai scuola fu più degna di essere frequentata! Ho imparato e imparo sempre tantissimo da quando ho compreso come si analizza un testo e ormai mi è quasi impossibile leggere qualcosa senza scorgerne i tratti essenziali, scoprire i trucchi inventati dall’autore, apprezzare la sospensione dell’incredulità (che io ancora non sono capace di costruire…) e svelarne le pecche. Nessuna scuola può insegnare a scrivere, ma molte scuole, tutte intorno a noi – libri, giornali, vecchietti seduti sulle panchine al parco – possono aiutarci a migliorare come narratori. Si può migliorare all’infinito.

 

Il tuo rapporto con l’editing? Hai avuto mai la tentazione di strozzare chi revisiona i tuoi testi?

Odio e amore. Apprezzo tantissimo quando occhi e mani che non siano i miei si posano su quello che scrivo, perché so di non essere così brava da non avere bisogno di consigli, anzi, accolgo molto bene le proposte e le idee che spesso e volentieri sono fantastiche e io non ci sarei arrivata neppure in cento vite. La visione limitata dell’autore non deve diventare un confine per le possibilità di crescita del romanzo, è come un genitore che pensa di non mandare il figlio a scuola perché convinto di potergli insegnare tutto lui, perché lo farebbe meglio. Impensabile e distruttivo per le creature, che siano figli o romanzi. Quindi dico sì all’editing fatto con amore e rispetto del testo che si va a toccare. No a editor improvvisati e saccenti che non avendo letto per intero la storia, e non possedendo neppure questo gusto raffinato che credono, ti fanno le pulci. Quelli non li sopporto e glielo faccio capire. Sono una molto diretta. Aperta a ogni tipo di dialogo che sia improntato sul reciproco rispetto, altrimenti divento antipatica, il che non mi piace ma mi riesce benissimo. Alla base del discorso c’è il convincimento che ogni attività, prima di essere chiamata mestiere, vada come minimo amata e imparata. Non ci può improvvisare autori, cantanti, panettieri, meccanici e tanto meno editor, senza fare danni. Non credi?

 

Cos’è per te la Bellezza? Che ruolo ha nel mondo e nella vita dell’Uomo?

La bellezza a mio parere è un modo di guardare. Una lente immaginaria posata sulle retine. La capacità innata che moltissime persone posseggono, di riuscire a scorgere la luce che permea ogni cosa, situazione, oggetto, paesaggio, individuo, momento. Vedo il concetto di bellezza molto legato allo stato d’animo di una persona, e a quella particolare condizione mentale che si ottiene praticando la consapevolezza del qui e ora. La mia idea di bellezza va oltre i canoni dettati dall’apparenza, non perché io li disprezzi, anzi! Sono sensibile all’estetismo, per certi versi anche un po’ maniaca, ma quando si tratta di parlare di concetto, automaticamente sono portata a svincolarmi dalla materia e cercare la fonte, l’archetipo. In questo caso, bellezza mi riporta a un guardare assorto, a quel rarissimo istante in cui i contorni di ciò che si osserva sfumano in qualcosa d’altro, al significato stesso dell’oggetto guardato. Ecco.

 

Lo Scrittore, secondo te, è più mago, sciamano o alchimista?

Per gli stessi motivi di cui sopra, io rispondo alchimista, poi ché egli deve possedere la conoscenza della regola esatta per superarla e accedere a piani più elevati di comprensione. Deve avere in sé la pienezza dell’arte, il senso profondo della fusione e, in ultimo, la folle convinzione di riuscire a ottenere l’impossibile.

 

Per te, cos’è l’inquietudine?

L’insidia peggiore. Senso di inadeguatezza, privazione. Inquietudine è malessere radicato in profondità nella psiche, residuo di nodi di sangue mai risolti che sprofondano nel passato e hanno avuto inizio molto prima che noi nascessimo, per esempio. Ma è anche insofferenza alla vita, a un certo tipo di vita, e quasi sempre si accompagna all’indolenza: si soffre ma si rimane bloccati, impantanati, incapaci di muovere un solo passo fuori dalla palude (Ende docet…). Qualcosa, in somma, che si agita in noi come un lenzuolo sbattuto da venti interiori. Difficile da contrastare, nei casi più gravi. Compagna da tenere a bada, per quanto mi riguarda.

 

Il sonno della ragione genera mostri o percezioni più ampie del Reale?

Entrambi. Realtà e discernimento sono concetti di cui puoi parlare per eoni senza venirne a capo. Io immagino la realtà come un mantello dalle innumerevoli pieghe, e in quelle pieghe incubi e deliri se ne stanno nascosti assieme a verità inconfessate ed enormi segreti. La mente è il faretto puntato. Il fascio di luce che indaga nell’ombra. Sì all’introspezione. È anche una questione di coraggio. Sì alla ricerca smodata di qualcosa che ci è impossibile spiegare a parole o anche soltanto immaginare: la percezione è come un tappeto elastico, maggiore è la spinta che si riesce a imprimere alla base, maggiore sarà l’altezza del salto. A parte cadere di lato e fracassarsi, non può accadere nulla di male se la ragione fa bene il suo lavoro. I mostri esistono e puntare la torcia elettrica dell’intelletto sui loro petti pelosi li fa svanire come refoli di nebbia. Il più delle volte.

 

Quali, tra gli autori classici dell’Ottocento, senti più vicino alla tua narrativa?

Peccherei di presunzione nel citarli. Se mai, noto che le suggestioni che imprimo nella carta, marcate nel mio tessuto cerebrale dalle letture di una vita, vanno a tuffarsi nel torbido mondo narrato da Poe, con interludi psicotici in quello altisonante di Lovecraft e serene nuotate nel doppio catartico di Wilde e Stevenson. Scopiazzo allegra e inconscia qui e là, in somma.

 

La ragazza senza cuore…. Una fiaba dark o un invito alla speranza?

La storia di Lola vuole essere in primis un’esortazione all’azione. All’abbandono dell’immobilità fisica, ma soprattutto mentale e spirituale, in cerca delle azioni giuste, quelle che conducono a uno stato di felicità e soddisfazione, diverse per ciascun individuo (ancora introspezione). Un invito alla speranza mi sembra l’ottima descrizione di base per la favola nera della bambina senza cuore, dove a essere trattati sono i temi della maledizione familiare e dei nodi irrisolti col passato (problemi e blocchi energetici nell’albero genealogico, che tornano ciclicamente se non vengono sciolti). Lo schema della trama è abbastanza semplice. Narra del percorso formativo di un nucleo familiare attraverso cento anni e cinque generazioni di uomini, e di tutti i personaggi implicati nelle conseguenze di alcune scelte e azioni perpetrate dai membri della famiglia al centro della storia. Un modo per mettere in risalto la capacità del tempo di restituire eredità drammatiche a chi, non solo non si è personalmente macchiato di quella colpa, ma neppure ne conosce le origini. Una maniera per ricordare che i geni hanno una memoria, e che spesso soffriamo di infelicità passate e per questo non ne comprendiamo il motivo, ripetiamo errori già fatti prima da qualcun altro, come se la nostra vita fosse un copione già scritto, ci ammaliamo degli stessi mali dei nostri avi fino a morire in date consone alle loro, se non negli stessi giorni degli stessi mesi, alla stessa ora e nella medesima maniera. Si chiama psico-genealogia e io sono un’appassionata lettrice dei testi che riguardano gli studi fatti attraverso l’ipnosi regressiva e le ricerche storiche nelle radici delle famiglie, per capire i malesseri, i dolori, i problemi apparentemente senza rimedio delle nuove generazioni. Uscirne si può. Bisogna conoscere il passato, se stessi, e avere voglia di rivoluzionare un mondo in cui ci hanno involontariamente ficcati i nostri avi.

 

Quale è  il tuo metodo di lavoro? Da dove nasce la tua ispirazione? Come la rendi forma e sostanza?

Tutto nasce con un’idea, un’immagine che ispira la fisionomia di un personaggio, una visione interiore. Quando ciò accade, la storia è già bella che pronta, nella mia testa. Il vero lavoro è tirarla fuori, cavarla dalla terra fertile del mio inconscio ed esporla al sole cognitivo per darle un occhio nella sua interezza. Questo avviene tutto all’interno di me. All’esterno cerco di dare una mano riempiendo quaderni di appunti, immagini, brani che vedo già scritti, dialoghi, facce, finali possibili, titoli, luoghi. Si tratta di un lavoro lunghissimo, durante il quale io sono quasi del tutto assente agli stimoli esterni. Cioè: all’apparenza sembro come sempre, ma in realtà se mi parlate non sto ascoltando, non ricordo nulla di quello che mi dite, parlo pochissimo, sfuggo, per lo più, dalla compagnia delle persone, dalla loro influenza, pesantezza. Divento irritabile e scontrosa, ipersensibile, perché ogni impegno esterno rende più difficoltoso il lavoro di estrazione della storia. Una volta superato quel livello, finalmente tiro un sospiro di sollievo e mi preparo alla parte schematica dell’iter. Scrivo la trama, così come viene, con l’aiuto degli appunti presi durante la fase precedente. Poi la suddivido in capitoli, scelgo la temporalità dei fatti, sposto, mescolo, aggiungo parti mancanti, sistemo il filo logico e creo la griglia ufficiale. Quindi, con grande gioia mi appreso alla fase stesura, che è la più bella e divertente, visto che tutta la fatica è stata fatta prima. Poi revisiono una, due, tre volte e via.

 

Quanto la narrativa fantastica italiana è conservatrice e quanto è innovativa? E’ possibile realizzare una sperimentazione linguistica o nella struttura narrativa, oppure questa è rifiutata a prescindere dai lettori e dai critici?

La sperimentazione in tutte le salse è rifiutata a piè pari. Esiste, ci sono anche bei tentativi, a mio parere, di innovazione nel tessuto narrativo, nel linguaggio, nella forma stilistica da parte di alcuni autori che conosco, ma le loro opere non trovano spazio, forse a causa di un eccessivo ristagno di argomenti, temi e derive molto in voga negli ultimi tempi, che fruttano economicamente, convincendo l’editore a non rischiare su novità che potrebbero essere rifiutate dal pubblico, oggi poco abituato a scegliere. Personalmente mi reputo innovativa nel mio approccio con la narrativa fantastica, ma non nel senso più puro del termine, poi ché in realtà non sto inventando un nuovo modo di scrivere e non sono minimamente in grado di rivoluzionare il linguaggio; quello che faccio è ricercare le radici del fantastico, i significati, le voci originali di un genere in passato per adulti e oggi relegato a fasce di età giovani o a pochi estimatori.  Cerco quindi di non creare storie fini a se stesse ma di arricchirle con contenuti, spunti di riflessione e modelli di realtà distorte, possibili in qualche modo, il tutto accompagnato da un linguaggio consono, che sia credibile, che arrivi a far sentire davvero il lettore all’interno di vicende che con la realtà hanno poco da spartire, in apparenza. Per questo motivo prediligo e produco un fantastico fortemente metaforico, con uno sguardo attento alla materia psico-invisibile, dove il confine tra reale e immaginario è spesso poco nitido e dove incubi o aspetti soprannaturali si annidano sotto al pavimento di case perfette, all’apparenza solide e ancorate alla realtà ordinaria. Come se lo straordinario fosse acquattato dietro l’angolo, ecco. Sempre pronto a sorprenderci.

 

Che ne pensi dello Steampunk? Perchè ti sei avvicinata a questo genere?

Quando ho scritto Le Officine del Tempo non sapevo esistesse qualcosa chiamato Steampunk. Ero attratta dal mistero del tempo e da tutta una serie di visioni retrò che mi erano venute incontro durante i miei viaggi a Londra. Durante la stesura del testo, nella fase di documentazione sono venuta a conoscenza di questo fenomeno, ancora assente dall’Italia, o poco pronunciato e ne sono rimasta affascinata. Finalmente capivo come mai avevo tanto apprezzato film come La leggenda degli uomini straordinari, o la versione folle dei tre moschettieri. Aeronavi. Invenzioni bizzarre. Il futuro nel passato. Personaggi incantevoli. È stato amore a prima vista. Non per questo mi reputo un’autrice steampunk, sia chiaro. Adoro però le suggestioni del genere ed è possibile che esse contaminino mie opere future senza che me ne accorga. :)

 

Perchè  Ophelia? Quanto nel tuo romanzo rispecchia la crisi dell’Italia contemporanea, con la continua erosione dei diritti sociali dei lavoratori?

Ophelia è donna. Mi è piaciuto impostare il romanzo partendo dal punto di vista di una protagonista di genere femminile per presentare, durante la narrazione, tutta una serie di problematiche sociali e risvolti politici, estetici, ambientali, che hanno probabilmente molto a che vedere con la nostra società, pur restando ancorati al periodo storico di riferimento, e quindi il primo biennio del novecento. Nel delirio della scienza che risalta tra le pagine del romanzo ho visto il dilagare della tecnologia e i suoi effetti alienanti sulla popolazione di oggi, ad esempio. Alla disperazione di un popolo affamato e sfruttato posso sovrapporre con facilità la schiera di giovani disoccupati che fa sanguinare il concetto di civiltà, oggi. All’immagine di donne martiri, vessate, derise, maltrattate e tenute a testa bassa io avvicino la moderna eppure antichissima rappresentazione mentale del femminicidio. Nel romanzo però, seppure velati, nascondo e offro riscatti, sempre in nome di quella depauperata speranza di cui si fa tutto un dire. Non me ne vogliate. Io ci credo.

 

Gli italiani sono capaci di steampunk? La loro visione del genere potrebbe essere apprezzata anche da lettori stranieri?

Ah non lo so. Ma perché no? Le accezioni ai movimenti, alle tendenze, alle culture, possono essere infinite; la fantasia è il motore della narrativa fantastica e ben vengano altre visioni di un genere, contaminazioni, misture, pozioni. Non catalogo le produzioni artistiche dalla provenienza geografica dell’autore. Italiani, africani, inglesi, siberiani, marziani. Tutti sono capaci di tutto, se studiano e hanno voglia di produrre roba di qualità, che senza dubbio verrà apprezzata dalla comunità di lettori interplanetaria. Ma solo se è bella davvero. Senza bandiere.

 

Cos’è la Fantascienza? È una letteratura d’idee? Una proiezione nel Futuro d’incubi e di paure del presente? Una transizione oltre l’Umanesimo?

Un genere letterario come tutti gli altri. Con gli stessi arricchimenti intrinseci degli altri. Con le stesse tasche segrete. Con le medesime possibilità di espansione o di rottura. Con eguale forza narrativa e spessore culturale. E sì, anche tutto quello che hai scritto sopra. Particolarmente interessante “la transizione oltre l’umanesimo”: aspetto, questo, rintracciabile, seppure condito con ingredienti ben diversi da quelli fantascientifici, nella letteratura che addirittura precede la fantascienza e in molte mescolanze di generi e periodi storici, dal naturalismo fino al verismo stesso, sconfinando per certi versi nella poetica simbolista fino al futurismo di Marinetti e oltre. Charles Baudelaire non poteva descrivere meglio il percorso dell’uomo, che sia fisico, sia spirituale, materiale, effimero, psicologico, resta sempre un fenomeno transitorio, raccontato in molti modi durante i secoli, ma parimenti intonso nella sua peculiarità di viaggio oltre il limite rappresentato dall’essere umano.
 «È un tempio la Natura, dove a volte parole
escono confuse da viventi pilastri
e che l'uomo attraversa tra foreste di simboli
che gli lanciano occhiate familiari».

 

Tu e l’Arte Contemporanea… Apprezzi qualche corrente o autore in particolare?  E che ne pensi della Digital Art?

Personalmente ho qualche conflitto con l’arte contemporanea, pur ammirandone a volte la genialità. Non essendo una estimatrice non conosco bene la materia, mi dispiace. In quanto alla Digital Art, nella sua vastità di rappresentazioni, la trovo molto utile e affine alla narrativa fantastica e fantascientifica. Mi piace.

 

Progetti per il futuro?

Uh! Scrivere. Ho due trame pronte da sviluppare. Generi diversi, differenti emozioni, non so ancora su quale delle due mettermi a lavorare… Una Ghost Story Shintoista (Urban Fantasy) e un distopico Dieselpunk. Sto impazzendo cercando di capire quale voglio scrivere prima.

 

Esiste qualcosa al termine del viaggio chiamato Vita?

Una stazione. Un bigliettaio. Altre destinazioni.

 

18/04/2013

Alessio Brugnoli

brugnolialessio@gmail.com

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