L’Occidente ha sicuramente qualche responsabilità in più nell’aver fatto deragliare le nostre coscienze per l’uso eccessivamente massivo del

Intervista a Dario Tonani

Spesso, quando brontolo a casa o in ufficio, mi dimentico di quanto sia fortunato… Ho un lavoro dignitoso che, ogni tanto mi diverte e mi propone sfide interessanti. Ho avuto la possibilità di conoscere tanti artisti e scrittori.
Alcuni li spedirei volentieri a Semipalatinsk, nel caso che da quelle parti volessero riprendere la gloriosa tradizione dei test atomici… Altri invece mi arricchiscono ogni giorno con i loro gesti e le loro parole…
Uno di questi è Dario Tonani, uno dei più grandi scrittori di fantascienza italiani, i cui libri mi hanno tenuto compagnia per parecchie serate…
Dario, forse perché non ho mai messo in pratica la minaccia di farmi autografare i suoi romanzi, mi ha concesso questa bella intervista che sono felice di condividere con voi lettori di Quaz Art.

 

Ciao Dario chi sei? Come ti descriveresti a un estraneo?

Un sognatore carico di rabbia, uno che cammina col fuoco della scrittura addosso e non si fa spegnere da nulla. Un taciturno.

 

Sei laureato in Economia Politica... Questo come ha influenzato la tua visione del mondo e la tua scrittura?

La scrittura per nulla (troppi numeri e troppo poco cuore in economia!). Quanto alla visione del mondo, lo studio dell’economia mi ha fatto capire che, a dispetto ti quanto vogliano farti credere all’università, è una disciplina ben poco scientifica perché eccessivamente influenzata dal potere.

 

Scrivere per Quattroroute ti ha mai fornito spunti per la tua narrativa?

Sì, tanti. Il rapporto uomo/macchina (nel senso però più esteso del termine) ha improntato molto della mia produzione soprattutto di racconti.

 

Dal punto di vista artistico, quale è stato il tuo percorso formativo? Come ti sei avvicinato alla fantascienza?

Leggendo e andando al cinema, come credo il 90 per cento degli scrittori di fantascienza.

 

Tu e Milano... Quale è il tuo rapporto con la città? Perché la trasformi sempre in uno scenario distopico dei tuo libri?

Milano? Sono affetto nei suoi confronti da Sindrome di Stoccolma. È una città caratterialmente asciuttissima almeno quanto è meteorologicamente umida. Perfetta per nascondersi e mimetizzarsi, e questo mi affascina. Distopica dici? Fa parte della sua innata schizofrenia.

 

Sempre parlando di Milano, se devi accompagnarmi in un giro turistico della città, in quale luogo fuori dell'ordinario mi porteresti?

Aspetta e spera che ti porti al Cenacolo o sui Navigli. Voglio che tu veda il suo hinterland e le sue tangenziali. La stazione centrale. I suoi odiosi cavalcavia… Ti porterei però come prima tappa a due passi da casa mia, dove ho ambientato il finale dei miei due romanzi brevi de “L’algoritmo bianco” (Urania, aprile 2009). Sembra di essere in una storia di fantascienza!

 

Perché scrivi? Che ti spinge a dar forma ai tuoi pensieri ed emozioni?

Uno, la fantasia; due, la rabbia; tre, il desiderio di fuga.

 

Un mio amico ha paragonato lo scrivere racconti al correre i 100 metri piani, mentre lo scrivere romanzi alla maratona. Nel primo conta lo scatto, la capacità di colpire immediatamente l’immaginazione del lettore, nel secondo la resistenza, la capacità di catturare a lungo la sua immaginazione, avvincendolo. Tu che ti sei dedicato a entrambi i generi, che ne pensi?

Come scrittore mi sono sentito completo solo quando ho scritto il primo romanzo. È un fatto personale, lo so. Quando corri i 100 metri finisci per comprimere tutto te stesso in una perfomance lampo. Ma poi in qualche modo ne esci. E invece da un romanzo non ne vieni fuori più.

 

La Letteratura può cambiare il Mondo?

Lo ha mai fatto in passato?

 

La contaminazione tra linguaggi, conoscenze e percezioni è la base della fantascienza… È il pensiero di un mio amico scrittore americano. Che ne pensi? In un’Italia dove si spacca il capello sui generi letterari e si discute su cosa è mela e cosa è kiwi, è un’eresia o un pensiero sensato?

Detesto le etichette, e non mi sento accasato in nessun genere puro. “Ibridazione”, “contaminazione”, “crossover” sono le sole parole a cui sento appartenere la mia scrittura.

 

I manuali di scrittura servono a qualcosa oppure spacciano aria fritta?

Li rispetto: offrono la tecnica, e questa è importante. Ma il talento sta altrove.

 

Il tuo rapporto con l’editing? Hai avuto mai la tentazione di strozzare chi revisiona i tuoi testi?

Mai. Anzi, non finirò mai di ringraziarli. Ho avuto la fortuna di lavorare con ottimi editor – Altieri, Lippi, Proietti – e sono assolutamente convinto che l’opera che avevano per le mani ci abbia guadagnato moltissimo.

 

Cos’è per te la Bellezza? Che ruolo ha nel mondo e nella vita dell’Uomo?

La vera bellezza è l’estetica del cuore. Dei sentimenti profondi. Della sensibilità.

 

Lo Scrittore, secondo te, è più mago, sciamano o alchimista?

Ogni scrittore è diverso. Personalmente mi trovo molto più a mio agio con i sortilegi che con le invocazioni e le alchimie. E quindi più mago!

 

Per te, cos’è l’inquietudine?

Benzina-sul-fuoco-della-creatività.

 

Il sonno della ragione genera mostri o percezioni più ampie del Reale?

Mostri, mostri, senza alcun dubbio. La qual cosa, però, equivale ad avere percezioni solo un pelo più ampie della realtà.

 

Perché Infect@? Da dove è saltata fuori l'idea dei Cartoon?

Prima di tutto il perché del titolo… Perché la base su cui si regge l’intero romanzo è il concetto di contaminazione. Il carattere “@” poi è una sorta di marchio di fabbrica del ciclo e sta a significare che l’infezione può essere diffusa da qualsiasi monitor. L’idea dei cartoon è nata invece scrivendo tutt’altro: a un certo punto il protagonista di quest’altra storia - un racconto di science fantasy - rimane catatonico a osservare il monitor di una tv dove stanno trasmettendo un cartone animato. E sono rimasto anch’io in qualche modo folgorato dalla scena, così ho pensato di partire da lì: dal fatto che le immagini che stava osservando il mio personaggio fossero in grado di farlo sballare.

Ho abbandonato il racconto e mi sono messo a scrivere “Infect@”. In cartoon erano perfetti per due ragioni: 1) fanno parte dell’infanzia di ciascuno di noi; 2) volevo creare un contrasto stridente tra mondo della tossicodipendenza e immagini innocenti della nostra infanzia. Insomma, per farti una dose devi “lapparti” con gli occhi il tuo bel cartone animato “dopato”…

 

A chi ti sei ispirato per le figure di Montorsi e Mushmar? Quanto dell'hardboiled americano classico vive in loro?

Montorsi e Mushmar sono chiaramente due icone hardboiled, anche se con caratterizzazioni molto differenti l’uno dall’altro: Montorsi è il classico poliziotto attempato dai modi asciutti, con parecchi scheletri nell’armadio; Mushmar è piuttosto l’emblema del giovane detective rampante, molto più affabile nei modi e sempre pieno di risorse insospettabili. Ma anche con un punto di vista tutto levantino sul mondo.

 

Rischiamo veramente di trovarci un giorno accanto a Gregorius Moffa? Quanto di Algoritmo Bianco è in nuce nel nostro quotidiano?

In parte lo è già: facciamo conto di prendere Internet, Skype, Facebook, Youtube, Twitter, la tv satellitare, i cellulari di ultimissima generazione, di portarli all’ennesima potenza, metterli tutti quanti in uno shaker e distillarli in una sola goccia, che ognuno di noi possa portarsi addosso come un profumo. Ecco, quello è l’Agoverso, il non-luogo/non tempo per eccellenza dove chiunque più vivere qualsiasi esperienza per conto di milioni di altre persone, diciamo così… di seconda mano.

 

Quale è il tuo metodo di lavoro? Da dove nasce la tua ispirazione? Come la rendi forma e sostanza?

Spesso basta una sola parola, un’immagine, un gesto. È sufficiente che mi ballino in testa per una giornata; se superano le 24 ore, vuol dire che sotto ci sta una storia che vale la pena di raccontare.

 

Il Cyberpunk è morto? In termini più ampi la narrativa di Fantascienza muore quando i problemi che pone al lettore da ipotetici divengono concreti?

Quantomeno è stato questo l’approccio dei padri del cyberpunk – Gibson e Sterling in primis -, che hanno decretato la fine del Movimento quando si sono accorti che ciò che stavano scrivendo era già intorno a loro. Oggi credo che nessuno possa aspirare, nella fantascienza, a scrivere qualcosa di assolutamente originale e “inimmaginabile”. E forse più probabile che sia la realtà a correre più rapida della fantasia…

 

Come ti poni con i cardini ideologici del cyberpunk ossia la sfiducia nella tecnologia, l’impossibilità del futuro e il degradarsi della carne nella materia?

Adoro la “dirty visual” del cyberpunk e l’attenzione verso le derive e le degenerazioni della tecnologia. Sono terribilmente verosimili oltre che attuali. Capisco quindi che a un certo punto gli autori cyberpunk si siano accorti di non sentirsi più scrittori di fantascienza. E si siano allontanati dal genere che avevano creato, per approdare in modo conclamato nel presente.

 

Ha ragione Severino, quando parla della Tecnica come morte dell’Essere e trionfo del Nichilismo dell’Occidente?

L’Occidente ha sicuramente qualche responsabilità in più nell’aver fatto deragliare le nostre coscienze per l’uso eccessivamente massivo della tecnologia…

 

Quanto la fantascienza italiana è conservatrice e quanto è innovativa? Nella narrativa fantastica del nostro paese è possibile realizzare una sperimentazione linguistica o nella struttura narrativa, oppure questa è rifiutata a prescindere dai lettori e dai critici?

Sono pessimista. Vedo ancora molto - troppo - pregiudizio nei confronti della fantascienza italiana; il massimo a cui può aspirare un autore di casa è sentirsi dire che ha un approccio professionale alla scrittura e che magari scrive bene. Sui contenuti, lettori e critici tendono a sorvolare alla grande. Ma è indubitabile che le risorse autoriali ci siano, penso per esempio al movimento connettivista. Perché un genere o un sottogenere si affermi devono esserci non solo autori di quel tipo di storie, ma anche lettori che vi si identifichino, com’è stato ai suoi tempi appunto per il cyberpunk. 

Al di là delle etichette, la SF italiana non ha ancora una base di lettori così ampia da annacquare i pregiudizi che la assediano da più parti. Mi chiedi se la SF italiana è conservatrice o innovativa? Cominciamo col dire che a essere conservatori - e molto! - sono soprattutto i lettori. Che di norma mal digeriscono il nuovo e sono sempre gli stessi. Inutile nasconderselo, il vero dramma della fantascienza - che sia di casa nostra o meno - è che non ha ricambio generazionale.

 

Che ne pensi dello Steampunk? Perchè ti sei avvicinato a questo genere?

È innegabilmente un genere fresco e a patto di non essere troppo rigidi nel circoscriverlo, penso che possa portare a qualche storia decisamente nuova nel panorama della fantascienza moderna. Come ci sono arrivato? A istinto, direi.

 

Perchè “Mondo9”? Da dove è nata l'idea di questa lotta tra acciaio e carne, della ribellione prometeica della macchine all'Uomo?

Come ho detto prima, il tema dell’ibridazione uomo/macchina è da sempre un mio pallino. E lo è del resto anche il rapporto conflittuale tra essere umano e tecnologia. In “Mondo9” ho solo spostato temporalmente il teatro di battaglia a molto prima dell’avvento del computer. L’intelligenza che muove le grandi navi di “Mondo9” non è molto diversa da quella di un Hal9000 ante litteram, fatto di metallo, vapore e olio lubrificante anziché di silicio.

 

Gli italiani sono capaci di scrivere steampunk? La loro visione del genere potrebbe essere apprezzata anche da lettori stranieri?

Sì a entrambe le domande. E tu Alessio, come esponente di spicco del genere, ne sai qualcosa! Che possa piacere o no, pare che lo steampunk sia destinato ad avere molta voce in capitolo come “movimento estetico” nei prossimi anni. E gli autori italiani hanno pieno titolo per dire la loro sull’argomento. Quando pubblicai “Cardanica” negli Stati Uniti, Paul Di Filippo non ebbe alcuna preclusione di fronte a un’opera che arrivava dall’Italia e l’apprezzò moltissimo.

 

Cos’è la Fantascienza? È una letteratura d’idee? Una proiezione nel futuro d’incubi e di paure del presente? Una transizione oltre l’Umanesimo?

Nessun genere letterario può vantare un numero di definizioni pari a quelle con le quali si cerca di spiegare che cos’è la fantascienza. In questo devo dire che non ci batte nessuno! Ma a me piacciono soprattutto quelle che fanno riferimento alla sua maggiore potenza di fuoco: le idee.

 

Tu e l’Arte Contemporanea… Apprezzi qualche corrente o autore in particolare? E che ne pensi della Digital Art?

Adoro la Digital Art, quella Concept in particolare. Qualche nome? Andree Wallin, Ian McQue, Ioan Dumitrescu, Ryan Meinerding, Stephan Martinière, Jaime Jones, Enki Bilal… Senza contare un paio di artisti italiani che sono oltrettutto amici carissimi: Franco Brambilla, autore delle splendide tavole di “Mondo9”, e Maurizio Manzieri.

 

Progetti per il futuro?

Innanzitutto il sequel di “Mondo9”, che uscirà con le stesse modalità del primo titolo, dapprima in ebook e poi in formato cartaceo; ma anche un progetto seriale tutto in ebook, “WAR”. Senza contare un romanzo che ho in lavorazione - a dire il vero in stand-by - da parecchio e molti, molti racconti.

 

Esiste qualcosa al termine del viaggio chiamato Vita?

Ne sono assolutamente convinto. Ma spero di scoprirlo tra un bel po’. Grazie della chiacchierata Alessio, stay tuned!

 

28/04/2013

Alessio Brugnoli

brugnolialessio@gmail.com

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