Dell’Arte della Guerra un documentario potente e suggestivo che narra in un linguaggio scarno e epico la lotta di quegli operai, simili agli

Dell’Arte della Guerra

Un giovedì sera di giugno, in cui il maltempo sembra dare una tregua e l’estate romana non è ancora entrata nel vivo. Non ti va di rimanere a casa, a rincitrullirti davanti la televisione, ma non sai che fare. All’improvviso, suona il citofono. E’ Herbeff, stranamente solo.

“Senti, vicino casa tua, a Via Bixio, c’è l’Apollo 11

“Mai sentito”

“C’è un film festival o qualcosa del genere… Trasmettono un documentario sulle fabbriche di Milano. Pare si intitoli Dell’Arte della Guerra o qualcosa del genere”

“Fa tanto Sun Tzu”

“Dovrebbe raccontare di lotte operaie o qualcosa del genere…”

“Non è tipo Fantozzi e la corazzata Kotiomkin ?”

“Ma va la…”

Alla fine, usciamo. Male che vada, scappiamo alla chetichella per prendere un gelato da Fassi e una birra in qualche pub a San Lorenzo.

Percorriamo via Bixio, sino a giungere all’ingresso secondario dell’Itis Galilei. L’Esquilino non finisce mai di stupire. Un’associazione culturale ha trasformato un’ala della scuola in un cineforum. Ci sediamo nella sala proiezione.

Herbeff fa il simpatico con un le rare ragazze, fa la linguaccia ad un babbione con una felpa FIOM e un borsello da uomo Prada, sbadiglia senza ritegno ascoltando una tizia che ammorba l’accompagnatore con un monologo sulle divinità femminili sannite

Dopo aver provato a distrarsi bevendo qualche bicchiere di vino e subito l’introduzione di un intellettuale radical chic che scappa subito, causa festa, comincia la proiezione.

Dell’Arte della Guerra, film di Silvia Luzi e Luca Bellino, racconta la lotta degli operai dell’INNSE, la vecchia Innocenti, per difendere la loro fabbrica e il loro posto di lavoro. La storia è tipicamente italiana: INNSE è un'azienda metalmeccanica italiana con sede a Milano, in via Rubattino, che operava nel settore metallurgico, producendo laminatoi, impianti di colata continua, presse per estrusione e forgiatura.

Azienda che, nonostante la crisi, produce utile; la proprietà decide che per lei è più conveniente chiudere tutto, licenziare persone, vendere macchinari, buttare giù i capannoni, per dedicarsi al business che tira di più a Milano: la speculazione edilizia.

Gli operai non ci stanno: prima occupano la fabbrica, mantenendola attiva, finché non vengono cacciati a manganellate dalla polizia. Poi organizzano un presidio davanti ai cancelli e quattro di loro, beffando la sorveglianza, riescono a infilarsi nel capannone e salgono su un carroponte a 20 metri d'altezza.

I quattro operai restano per otto giorni e sette notti a più di 40 gradi sospesi in uno spazio di pochissimi metri quadri, finché la loro storia, ripresa dai media, convince un’altra impresa a comprare l’INNSE e a riprendere la produzione.

Io mi ricordo bene quella storia: quando abitavo a Milano, andando da dei clienti, ho incrociato un paio di volte quel presidio. Mi sono trovato per caso ad assistere alla manifestazione degli operai davanti alla Prefettura. Ricordo i volti di uomini stanchi e disperati, desiderosi di difendere con le unghie e con i denti la loro vita, il loro diritto a non essere schiavi o pedine di giochi finanziari.

Tutto ciò vive in Dell’Arte della Guerra un documentario potente e suggestivo che narra in un linguaggio scarno e epico la lotta di quegli operai, simili agli spartani di Kavafis: impegnati in una lotta più grande di loro, che può portare a successi provvisori, ma purtroppo alla lunga . Come diceva bene il poeta greco

Ed ancor maggiore onore gli è dovuto

Quando prevedano (e molti lo prevedono)

Che infine spunterà un Efialte

E che i Medi, alla fine, passeranno.

Passeranno perché, Dell’Arte della Guerra , oltre a essere un lucido saggio sulle lotte operaie, è anche la testimonianza visiva e intellettuale di una serie di fallimenti.

Del Marxismo, che da strumento rivoluzionario, capace di evocare la Rivoluzione, diventa il totem intellettuale che aiuta gli operai a difendere il proprio tozzo di pane, strumento di aggregazione, non di utopia.

Del Sindacato, che ha preferito infilare i suoi uomini nei consigli di amministrazione, piuttosto che difendere i diritti dei lavoratori.

Della Borghesia lombarda, e più in generale italiana che ciclicamente abbandona le attività produttive per rifugiarsi nelle rendite fondiarie.

Borghesia che demolisce le fabbriche per costruirvi uffici e condomini di lusso, distruggendo un immaginario e uno spazio visivo.

Edifici che rimangono morti e vuoti, trasformandosi in ricettacoli di entropia e di Kipple: processo descritto in fotografia dal compianto Massimo Prizzon e nella narrativa dal buon Dario Tonani.

Alla fine, come tradizione, comincia il dibattito: qualcuno chiede a Silvia Luzi un

“Ma gli operai sono veramente così lucidi e profondi?”

Io sono tentato di intervenire con una solenne pernacchia. Guardo Herbeff. Ce ne andiamo disgustati, interrogandoci su quando gli intellettuali da tavolino capiranno che spaccarsi la schiena in una fabbrica non significa non saper ragionare sulla natura delle cose….

13/06/2013

Alessio Brugnoli

brugnolialessio@gmail.com

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