Serpotta, con i suoi putti dispettosi, pronti a criticare e fare linguacce alle scene seriose della Religione e della Politica, simili ai ve

Il Genio del Serpotta

Palermo, città assurda e contraddittoria, perfetto specchio dell’Italia di oggi, in cui convivono fianco a fianco miseria e nobiltà, grandezza e rovina. Città dove trovi persone di squisita gentilezza e mentecatti che ti fanno una sceneggiata se per caso il loro brutto muso capita per caso in una foto. Città dove il lusso si nasconde dietro la facciata sporca di un palazzo e il barocco più sfrenato tra i banchi disordinati di un mercato.
Città i cui tesori e i geni sono spesso dimenticati e nascosti: uno di questi è Giacomo Serpotta. Chi non è palermitano, leggendo questo nome, alzerà le spalle o mimerà un’espressione perplessa. Ebbene, questo che a prima vista è un illustre sconosciuto, è uno dei geni del Rococò.

 

Giacomo nacque a Palermo il 10 Marzo 1656 nel quartiere della Kalsa, il cuore arabo della città, antica sede della cittadella dell’Emiro, in l’ombra dell’Inquisizione schiacciava la confusione dei vicoli e il profumo del mare si mischiava con quello delle spezie e dello sterco.
Nel periodo a cavallo tra il 1670 e il 1677 si pensa che abbia trascorso un periodo di apprendistato a Roma, dove viene influenzato dai principali artisti dell'arte barocca, tra i quali Bernini, anche se sino ad oggi mancano prove documentarie certe.

 

Giacomo poteva rimanere nella Città Eterna, all’epoca un cantiere infinito, ma prevalse la nostalgia di casa o l’ambizione di distinguersi dalla massa. Decise di essere il primo a Palermo, che il secondo a Roma. Tornato in Sicilia ebbe la possibilità di lavorare con Paolo Amato, Antonio Grano e Pietro Aquila, grandi artisti del tempo famosi come architetti e di scoprire la sua strada: la tecnica dello stucco, una miscela di grassello di calce e gesso, che dà forma ad un ornamento, volto e movimento a una figura.
Esso un sottile strato plasmato su una massa di materiale costituita da un'armatura di legno e fili metallici o qualche volta addirittura da foglie di palma , tutto tenuto insieme da calce e sabbia.
E che ci vuole, qualcuno potrebbe dire, mica si tratta di faticare con pietra e scalpello… In verità, lo stucco, data la veloce essiccazione dell'impasto, che non lascia margine d’errore all’artista, richiede occhio, mano ferma, rapidità di decisione e tecnica sopraffina.
Tutte doti che Giacomo possedeva, assieme a un’immaginazione lussureggiante: arrivò persino, nella sua ricerca, a introdurre l’innovazione della lustratura, ossia coprire gli stucchi con un strato finale di grassello e polvere di marmo, in modo da donare più lucentezza e candore alle sculture.
Così nacquero i suoi capolavori, dall’oratorio di San Domenico a quello di Santa Cita, entrambi dedicati ai Misteri del Rosario, in cui gli stucchi, rompendo ogni apparente geometria, sembrano acquisire vita propria, ribellandosi al vincolo della parete, non più una prigione per la forma, ma spazi teatrale, dove realtà e finzione, sogno e concretezza sfumano, confondendosi.

 

Tutto bello, ma che c’entra questo con Quaz Art? A che pro, parlare di un artista palermitano, che magari meritava più fama, ma che è morto e sepolto?

 

Perché il Serpotta, nel suo genio, ha anticipato tanti contenuti dell’Arte Digitale contemporanea: la consapevolezza del mezzo, l’immaginazione, l’ironia e la contaminazione. 

Consapevolezza del mezzo: Giacomo ha avuto il coraggio di abbandonare i materiali considerati nobili dalla tradizione, il marmo, il bronzo, per seguire il suo estro. Perché la Bellezza non dipende dalla materia, ma dallo Spirito che l’Artista gli infonde.
E questo vale soprattutto quando si parla di realtà immateriali, come nel Digitale: per cui al prossimo gallerista o curatore che fa un sorrisino di superiorità quando si trova davanti un’opera digitale, dicendo

“Ma tanto non è un quadro”

Abbiate l’orgoglio di difendere la vostra arte, ci ricorda Serpotta in ogni sua opera. Non siete voi a essere fuori dal mondo, ma è lui un vecchio decrepito nella mente e nel cuore.
Immaginazione: il compito dell’Arte non è scopiazzare la Realtà, ma scoprirne il significato più ampio e profondo. E lo strumento principe per trovare questo significato, fragile, soggettivo e provvisorio, è trascendere l’apparente, avendo il coraggio di essere demiurghi di nuovi Universi, dove una Virtù può essere vestita come una prostituta di Ballarò o uno squalo volare in un cielo cupo e psichedelico
Ironia: tutte le sovrastrutture con cui avveleniamo la nostra vita e a cui diamo soverchia importanza, il Potere, il Denaro, la Rispettabilità, non sono che Illusioni, con cui ci rendiamo schiavi e ci allontaniamo dalla vera Libertà.

 

Serpotta, con i suoi putti dispettosi, pronti a criticare e fare linguacce alle scene seriose della Religione e della Politica, simili ai vecchietti del Muppet Show, ci mostra il Vuoto dietro la retorica Apparenza, da non prendere troppo sul serio.
Perché l’Arte, soprattutto quella digitale, è demistificazione, un atto di rivolta contro tutti coloro che vogliono renderci schiavi nel cuore e nella mente
Contaminazione: Serpotta, come Dante e Romanino, si rende conto come la divisione la linguaggi, tra Nobile e Scurrile, tra Serio e Comico, è un’illusione: la vita è troppo complessa, per essere divisa in categorie artificiali.
L’Arte, invece di spezzare e contrapporre, deve fondere: una bambino della Vucciria può allungare la mano a un ascetico Francesco, mostrando armonie e corrispondenze.

Così è l’Arte digitale, l’evocazione nel Concreto della complessa globalità dell’Essere

30/09/2013

Alessio Brugnoli

brugnolialessio@gmail.com

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