Sezionare il proprio mondo, ricrearlo, darlo in pasto al prossimo, non importa per sedurlo o disgustarlo. L’importante è non lasciarlo indif

Fantascienza all'italiana

A metà ottobre, presso il Centro Culturale Elsa Morante, che continua a essere uno dei punti focali della ricerca artistica romana, si è tenuto RADAR – ESPLORATORI DELL’IMMAGINARIO” 1° SALONE DELL’EDITORIA PER RAGAZZI

 

Evento che oltre a presentare le novità editoriali per quel target di lettori e fornire una panoramica su varie case editrici romane, è stata un’occasione per una riflessione approfondita su vari temi, alcuni seri, come il bullismo nell’età scolare, altri più leggeri, lo stato di salute della narrativa fantastica in Italia.

Appartenendo il sottoscritto alla categoria dei cazzoroni professionisti, non poteva che dedicarsi agli argomenti futili. In particolare, ho partecipato come relatore alla conferenza "Tecnologia, piaceri profani e Roma nella scrittura di genere e nel Futuro".

Al mio fianco, il buon Sandro Battisti e l’autorevole Massimo Mongai, l’autore, per chi non lo conosce, di Memorie di un cuoco d'astronave, libro di fantascienza che racconta le disavventure di Rudy "Basilico" Turturro, giovane cuoco terrestre imbarcato su un'astronave come vice Chef che diventa subito Chef per indisposizione del suo capo e che si trova ad affrontare situazioni, culinarie e non, assurde e paradossali.

Libro che ha significato molto per me: perché mi ha insegnato il principio fondamentale della cucina corretta: occorre sempre mangiare a gusto proprio senza dare retta a nessuno

E soprattutto, perché mi ha avvicinato alla fantascienza. Sarà stata una ventina d’anni fa, la mia memoria comincia a fare cilecca, quando un mio vicino di casa, più con le buone che con le cattive, mi cooptò come bassa manovalanza, per sistemargli lo sgabuzzino.

Luogo abominevole, perenne testimonianza dell’inevitabile trionfo dell’entropia nell’Universo: per dargli una parvenza di sistemata, per evitare che chiunque vi entrasse fosse travolto da una valanga di oggetti di difficile identificazione, trascorsi più di una settimana a smadonnare e faticare, neppure fossi stato condannato ai lavori forzati.

 

Alla fine, mi ritrovai tra le mani uno scatolone pieno di Urania. Mi parve un peccato gettarli nell’immondizia e così me li trascinai in camera, per cominciarli a leggere. Il primo della Pila di libri era proprio Memorie di un cuoco d’astronave.

Mi piacque talmente tanto che decisi che prima o poi mi sarei dedicato a scrivere libri di fantascienza, possibilmente con un occhio rivolto a Roma. Così, per i casi della vita, è stato.

Chiusa la divagazione, di cosa si è parlato in quella conferenza ? Il primo tema, è stato quello della dignità della letteratura di genere e dei tentativi, a volte ridicoli, di chi vi si dedica di farsi considerare uno scrittore “rispettabile”

Tante volte mi è capitato di sentire, anche da colleghi ben più titolati di me, un

"Non è che scrivo fantascienza, faccio roba sociale: i marziani che se magnano i terresti sono ‘na metafora più ampia. Rappresentano l’alienazione der sottoproletariato contemporaneo. So’ cose pasoliniane"

Ebbene, il sottoscritto scrive fantascienza, senza nulla di più, senza nulla di meno. E sono fiero di farlo. Perché mi diverto come un dannato, perché forse non saprei fare altro e soprattutto perché ritengo che tutte le distinzioni tra letteratura di genere e mainstream, tra narrativa alta e bassa, non siano che onanismo mentale. Esistono solo le Storie e chi le narra, più o meno bene.

Riguardo al fatto che si possano scrivere storie ambientate in Italia, ho la mia opinione, dato che in questo campo del Quot capita, tot sententiae.

 

Premesso che gli altri scrittori che parlano di Londra e di New York ben fanno, se assecondano il proprio daimon e non assecondano manie commerciali o esterofilia, io seguo la mia strada. Non credo, come affermava il buon Fruttero che un disco volante non possa mai atterrare a Lucca, a meno di voler scrivere parodie.

Poi che ci sarebbe di male nella parodia? L’Arte non è rappresentazione, ma parodia nel senso più nobile del termine: citazione e rielaborazione della vuota realtà che ci circonda, per riempirla di significato, in un’azione al contempo tragica e ironica, perché mostra la futilità e le contraddizioni di ciò che ci circonda

Perché allora scrivo storie ambientate in Italia? Di motivi ne ho a iosa, spesso contraddittori tra loro. Per rapportarmi con la tradizione: il nostro paese è una miniera infinita di storie, ambientazioni e leggende che spesso vogliamo ignorare.

La nostra cultura è frutti di unioni e sovrapposizioni. Nei secoli, abbiamo visto le cose più strane, nascite e cadute di civiltà e imperi, che a Londra e Washington possono soltanto immaginare e orecchiare. Per dirla alla Guzzanti di Fascisti su Marte

Inglesi, gente che andava nuda a caccia di marmotte quando noi già s'accoltellava un Giulio Cesare.

Valorizzare la propria tradizione, non significa essere autarchici: è riscoprire le proprie radici, anche tradendole, per aver una base su cui costruire un dialogo. Creare è avere il coraggio di trasformare il proprio particolare in universale.

Perché lo scrivere, come diceva il buon vecchio Graham Greene è dare destini diversi alle persone che incontriamo ogni giorno. Essere italiani è qualcosa di più e di diverso dello ius sanguinis e dello ius solis: è una visione del mondo, un approcciarsi alle persone e alle cose che non deriva da dove o da chi sei nato, ma che si costruisce ogni giorno.

E questo modo di vivere non è indipendente dal contesto: gli uomini lo forgiano, ma a sua volta ne condiziona ricordi, azioni, speranze. Posso spedire un romano su Marte o nella preistoria, ma continuerà ad avere le stesse paturnie che lo perseguitano ogni giorno, quando è prigioniero del Grande Raccordo Anulare. Narrarle, è anche raccontare l’Italia.

Infine, la fantascienza è straniamento: l’irrompere dell’inaspettato, subdolo perché nascosto dietro un’apparenza razionale, nel quotidiano che costringe a interrogarsi sulle sue certezze, trasformandole in enigmi. Ma questo implica la coscienza di sé e del proprio posto nel mondo: si scrive ciò che si vive, altrimenti si perde soltanto tempo.

 

Soltanto la consapevolezza di ciò che si è, permette di trascendersi e di entrare in empatia con l’estraneo che incrocia le proprie opere. Ciò vale per la narrativa, come per l’arte digitale.

Sezionare il proprio mondo, ricrearlo, darlo in pasto al prossimo, non importa per sedurlo o disgustarlo. L’importante è non lasciarlo indifferente, perché ciò è la morte dell’Arte e della Letteratura

21/10/2013

Alessio Brugnoli

brugnolialessio@gmail.com

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