Le mode cambiano, i galleristi e i curatori sono lunatici, ci vuole poco per cadere dagli altari alla polvere

Giorni di un futuro passato

Giorni di un futuro passato

E’ un noioso giovedì sera di ottobre, in cui comincia a fare notte troppo presto. Herbeff, come suo solito, mi si presenta a casa, senza avvertirmi e nonostante il mio desiderio di poltrire, mi trascina alla Fondazione Pastificio Cerere, per la mostra Palinopsia, di Enrico Boccioletti al Festival internazionale di Roma dedicata della Fotografia

 

“Will, ti è mai fregato nulla della fotografia”

“Nella vita si cambia”

“Sì, devi sedurre qualcuna”

“Ma quando mai…”

 

Passeggiando per via Tiburtina, divento malinconico, osservando le serrande abbassate di quelle che una volta erano gallerie d’arte piene d’ambizioni. Eppure, nonostante la crisi, San Lorenzo non si arrende: come funghi spuntano nuove iniziative, con l’ambizione di abbattere la barriere tra Arte e Vita.

Arriviamo al Cerere: saranno i pensieri e le preoccupazioni di questi giorni, ma non riesco a concentrarmi. Le opere mi sembrano carine, nel senso più superficiale del termine: esteticamente appaganti, ma incapaci di scavare dentro.

Forse perché il tema, il rapporto tra fotografia grezza ed elaborazione digitale, tra realtà e manipolazione, tra testimonianza e creazione dell’immagine, mi pare alquanto banale. Saranno le troppe discussione che ho affrontato sull’argomento.

Neanche Herbeff mi pare troppo soddisfatto: invece di visitare le sale, si accampa nelle reception, per chiacchierare con un paio di stagiste. Una gli molla il suo numero

 

“Che facciamo?”

“Pizza?”

“Per me va bene… Formula Uno?”

“No, Will, ti porto a sperimentare una cosa nuova”

 

Ce ne andiamo da Farinè. Poche pizze, ma eccelse ed economiche, in cui ai gusti tradizionali si affiancano ogni settimana un paio di sperimentazioni e ottime birre. Will sembra gradire

 

“Allora come va?”

“Fase pigra. Poche idee e confuse e non mi va di sporcare tele”

“Sempre il solito”

“E che mi stavo interrogando sul senso del dipingere”

“Lo fanno tutti gli artisti”

“Ognuno lo fa per un motivi differente. Chi per riempirsi il portafoglio”

“E’ la cosa più semplice”

“Mica tanto: se decidi di essere un buon artigiano, devi sempre stare sul chi vive. Le mode cambiano, i galleristi e i curatori sono lunatici, ci vuole poco per cadere dagli altari alla polvere”

“Mi vengono in mente alcuni casi”

“Ogni volta che dipingi un quadro, se hai un minimo di coscienza e intelligenza, rischi un esaurimento nervoso. Sei schiavo delle aspettative del pubblico: devi rinnovarti, altrimenti lo annoi, ma non troppo, perché rischi di deludere le sue aspettative. E’ un equilibrio instabile”

 

Annuisco

 

“E’ una schiavitù. Succede anche nello scrivere fantascienza”

“Chi dipinge per cambiare il mondo”

Ordiniamo una stout. Ci portano una birra delle Orcadi, dal colore della notte, con l’etichetta decorata da una nave vichinga.

“Ogni anno che passa, ci credo sempre meno sul cambiare il mondo. C’è troppa retorica in giro, che nasconde il Vuoto”

“Già, perché è facile riempirsi la bocca di paroloni, il problema è farli seguire da gesti concreti, anche piccoli. L’Artista, se vuole essere rivoluzionario, non deve limitarsi a contestare la superficie delle cose; a far quello ci sono buoni tutti ed è la via per ottenere facili applausi.

Invece, deve scendere in profondità, evidenziare le contraddizioni di vivere, essere sgradevole. Ciò porta all’emarginazione e alla solitudine e non tutti sono capaci di sopportare questo peso”

“Tu perché dipingi?”

Will si gira a guardare un paio di studentesse che passano, dirette a qualche pub, poi mi sorride

“All’inizio, per vincere la noia. Poi ho scoperto che spacciarsi per pittore è un ottimo modo per rimorchiare alle feste”

Sbuffo, mentre sbocconcello l’ultima fetta di pizza

“Vuoi fare il serio?”

“La pittura mi permette di non arricchire gli psicanalisti. E’ affrontare i miei incubi, dar loro forma ed esorcizzarli. Ogni volta mi sorprende come le mie paure e i miei dolori possano interessare a così tanta gente”

“Forse perché sono comuni a ogni uomo”

“Boh. Illudiamoci sia così. A volte penso che chiunque sia così presuntuoso da voler gridare qualcosa, trovi sempre un fesso che l’ascolta. Vedi la politica”

 

Ci portano il dessert, un semifreddo di ricotta, mele cotogne e sesamo nero

 

“Io invece, penso che l’artista sia come un minion”

“I cosi gialli di Cattivissimo Me? E che diavolo c’entrano? “

“Perché l’Artista, a suo modo, vive una sorta di dualità. Da una parte, fa di tutto per integrarsi con la società, fare gli stessi gesti di tutti, condividere le aspettative della massa. Dall’altra, dentro di sé, vi è il suo daimon anarchico e dispettoso, che lo spinge a contestare tutto, a essere distruttore.

Da questa dialettica tra omologazione e individualismo, tra ordine e caos nasce la creazione”

“Convinto te… Per il conto facciamo alla romana?”

 

Per strada, il vento sposta una pagina strappata di Exibart…

18/10/2013

Alessio Brugnoli

brugnolialessio@gmail.com

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