Palermo offre un esempio di tale approccio all’Arte nella figura dell’architetto Ernesto Basile

Lo specchio della memoria

A Palermo, ho trascorso le mie giornate in bed and breakfast in via Notarbartolo, dove, cosa rara per una casa italiana, abbondavano libri d’arte e quadri. Spesso, prima di addormentarmi, sfogliavo alcuni saggi della Flaccovio.

Uno in particolare, mi colpiva: Via Notarbartolo ieri e oggi di Adriana Chirco e Mario Di Liberto in cui si teneva traccia delle trasformazioni urbanistiche della via palermitana. Guardavo ammirato le immagini d’epoca, poi mi affacciavo alla finestra, con la tristezza che mi stringeva il cuore.

 

Sino agli anni Cinquanta, Via Notarbartolo, come d’altra parte Via della Libertà, era un museo a cielo aperto del Liberty italiano; un’ ampia strada-giardino su cui si affacciavano villini eleganti, da villa Varvaro, a villa Cupane, dalla Palazzina Conticello a Palazzo Di Paola, che lentamente sfumava tra campagne di fichidindia, muri a secco e canneti. Poi venne il sacco della città, con la speculazione edilizia, in cui la bellezza fu vista come ostacolo al profitto e alla speculazione.

Clamoroso fu il caso della meravigliosa Villa Deliella in piazza Croci famosa per essere stata demolita in una notte, giusto prima che entrasse a far parte dei beni tutelati.

Confronto che mi ha faceva spesso riflettere sul rapporto contorto che intellettuali e artisti italiani hanno con il Passato. Di fatto, si passa da un eccesso all’altro: c’è chi lo adora a prescindere, imprigionandosi in una sorta di afasia, convinto che l’Arte non possa far nulla più che ripetere quanto già stato detto.

Chi invece, prigioniero di una sorta di cupio dissolvi, vuole distruggerlo a priori, considerandolo come un peso e una catena e dimenticando che il Tempo renderà vecchie anche le sue opere e le sue parole.

Posizioni condannabili entrambe: come diceva il saggio Cleobulo,

Ottima è la misura

Il Passato non deve essere né un idolo, né un nemico, un polo dialettico con cui confrontarci, a volte contestandolo, a volte rielaborandolo con ironico rispetto e malinconiche citazioni; ma soltanto avendo consapevolezza di ciò che siamo stati, possiamo costruire il nostro futuro.

 

Sempre Palermo offre un esempio di tale approccio all’Arte nella figura dell’architetto Ernesto Basile. Figlio d’arte, il papà Giovanni Battista Filippo aveva progettato il Teatro Massimo, è uno dei principali esponenti del tanto bistrattato e poco valorizzato Liberty nostrano, autore dell’ampliamento del Palazzo di Montecitorio a Roma ,del villino Florio, la prima architettura modernista in Italia e della splendida Villa Igiea, che custodisce il meraviglioso ritratto che Boldini fece a Franca Florio.

L’arte di Ernesto non si limitava a scopiazzare modelli inglesi e francesi: nasceva dall’amore per la Natura, da cui traeva ispirazione sia per gli elementi decorativi, sia per il vitalismo aereo che anima le sue architetture, e da una complessa meditazione sulla Storia della sua Sicilia.

Basile analizza in profondità l’arte araba e normanna, non per riproporla in maniera anacronistica, come nell’eclettismo ottocentesco, dove l’obiettivo è il decoro e il copiare uno strumento, per ricrearla, facendo rivivere il suo spirito nella modernità.

Ciò avviene recuperandone la dimensione funzionale, l’unità con le altre Arti e la Pervasività della bellezza.

Dimensione funzionale, ricordando una cosa che spesso le nostre archistar dimenticano: l’architettura è al servizio dell’Uomo e non viceversa.

Così infatti scriveva Ernesto

Ho immaginato la mia casa pensando dapprima all'ordinamento interno per le comodità dell' uso, poi alla costruzione, infine all'ornato, che deve essere logica conseguenza dell'ordinamento e della struttura, non affermato preventivamente con preconcetti di stile o di speciali partiti estetici.

 

Unità con le altre arti, evidenziando come i diversi linguaggi non siano che riflessi di una superiore armonia. Negli edifici di Basile, non vi è contrapposizione tra gli spazi architettonici e le pitture del suo amico Ettore De Maria Bergler, con le sue danze sinuose e i suoi colori freddi. Reale e Immaginario si fondono, dando all’Uomo la possibilità di vivere il Quotidiano in una realtà più ampia, di fatto un’anticipazione di quanto sta accadendo nella nostra società digitale

Pervasività della bellezza: Ernesto è uno dei padri del design italiano. Ha collaborato con la C. Golia & C. Studio, aiutando Vittorio Ducrot, aiutandolo a trasformare un piccolo atelier artigianale in società di produzione industriale, tra le prime in Europa del settore mobiliare per la progettazione di massa di manufatti e arredi di stampo modernista.

Ciò è avvenuto soltanto per desiderio di denaro, ma l’utopia di Ernesto di democratizzare la bellezza, di renderla accessibile a tutti, in modo che potesse riflettersi nei piccoli gesti della vita.

Sono idee che si riflettono anche nell’arte digitale italiana, che non deve sentirsi schiacciata dai grandi maestri della nostra pittura e fotografia, ma deve confrontarsi con questi, tradendo le loro forme, ma riappropriandosi dei loro spiriti

E che soprattutto deve rompere la barriera tra Arte e Vita; in questo, tramite la pervasività di Internet, è favorita, rispetto a linguaggi tradizionali.

Perché l’Arte è uno dei pochi fari che abbiamo, nel caos dell’Essere che aggredisce in ogni istante in cui lasciamo traccia sulla Terra

26/10/2013

Alessio Brugnoli

brugnolialessio@gmail.com

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