Crisi che è innegabile: basta farsi un giro per la città, per scoprire serrande chiuse e galleristi che prendono baracche e burattini per tr

Chiacchierando sulla crisi

Sono capitato per caso a Roma. Improvvisamente, Londra ha cominciato a starmi stretta. Mi sentivo soffocare. Ho cominciato a fare lo zingaro per il Sud Europa, senza sapere bene cosa cercare. Poi, un giorno, mi sono ritrovato a Campo de’ Fiori. Per pigrizia o per stanchezza, non me ne sono più andato.

Però, nonostante siano trascorsi anni, continuo a essere un corpo estraneo alla città. Alcune cose non le capisco, altre le sopporto poco, tipo il pressappochismo diffuso, i ciarlatani che si dedicano alla politica, l’entropia regnante.

In compenso, ammiro il fervore che anima questa città, lampi che scuotono la sua natura indolente. Ho avuto la fortuna di conoscere tanti artisti e intellettuali che hanno arricchito la mia anima, che in altri luoghi sarebbero onorati come maestri, mentre qui sono prigionieri dell’anonimato.

Fervore di cui non ho mai fatto parte, come diceva mio padre, mai portarsi il lavoro nel salone di casa, ma che osservo con partecipazione e affatto.

Così, quando mi è stato chiesto di buttare giù qualche riga sulla crisi delle gallerie romane, non mi sono tirato indietro.

 

Crisi che è innegabile: basta farsi un giro per la città, per scoprire serrande chiuse e galleristi che prendono baracche e burattini per trasferirsi all’estero o in altre città. Il che appare scontato: in tempi di carestia, le persone si concentrano sul necessario e la Cultura, grosso difetto italiano, è vista ancora come un lusso da tagliare.

Dall’altra, una legislazione fiscale, tra redditometri, IVA, diritto di seguito e tasse d’importazione e sono sicuro di essermi scordato qualcosa, certo non invoglia ad arricchire la propria persona con la bellezza; piccola nota al margine, bene farebbe il ministro Bray a rendere detraibili, oltre che i libri cartacei anche le opere d’arte.

A ciò, si aggiungono i limiti locali del mercato. Le piccole gallerie, per la maggior parte, fungono da affittapareti: con la crisi, avendo le persone sempre meno risorse da dedicare alla propria vanità, queste trovano sempre meno “clienti”

Al contempo, gli artisti esordienti seri, hanno cominciato a organizzarsi, cercando di trovare spazi alternativi, sia per risparmiare, sia per l’utopia di portare l’arte in ogni luogo. Di conseguenza, la relativa bolla si sta sgonfiano.

Il che, secondo me, male non fa: i galleristi con cui ho avuto a che fare all’estero non erano esempi di virtù e di correttezza, la loro moralità era un gradino più in basso di quella dei politici italiani, ma almeno erano convinti che la loro fonte di guadagno fosse il portafoglio del collezionista.

 

Più mercanti, capaci di investire nel futuro e promuovere il loro prodotto, e meno parolai: se la crisi ottenesse questo risultato, sarebbe meritoria. Purtroppo, il gallerista, a Roma, se vuole fare un lavoro serio, deve anche confrontarsi con la ritrosia verso il nuovo da parte dei collezionisti, figlia dell’idea che l’Arte sia status symbol e decorazione.

Se io devo promuovere il mio ruolo sociale, investo su un autore noto e conosciuto, che possa permettere di pavoneggiarmi, non su uno sconosciuto, anche di talento, che potrebbe passare inosservato. Per cui, la crisi delle gallerie a Roma, non è soltanto una questione di economia, ma anche di cultura.

Così tutte le persone che girano attorno al mercato dell’Arte, dai galleristi ai curatori agli addetti alla comunicazione, devono trovare, oltre al coraggio di vendere, anche quello di educare, facendo riscoprire la potenza della Bellezza, per arricchire di profondità e significato l’Esistenza e renderla Vita.

28/12/2013

William Herbeff

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