l’Arte deve essere irriverente, spiacevole, nemica di bramini e mostri sacri

Piet Mondrian a Circo Massimo

Notte del 24 novembre 2013: un camion si ferma a Circo Massimo, davanti al Roseto Comunale. Scende un gruppo di persone che, con apposite luci e segnaletica, devia il traffico. Il portellone del camion si apre e con un parecchia fatica e tante, tante bestemmie sull’aiuola viene collocato monolite bifronte, la cui decorazione ricorda la geometria minimalista di Mondrian: tre metri per tre, due tonnellate di acciaio e tanto colore.

 

Il giorno dopo, qualche autista lo guarda distratto, molti lo ignorano a qualcuno piace pure, un mio amico mi chiamò pure dicendo

Tu ti lamenti tanto di come il Campidoglio se ne freghi dell’Arte Contemporanea… Invece guarda che bel monumento hanno piazzato accanto a Mazzini”

 

Herbeff lo definì simpatico ed è andato a scattarvi un paio di foto, da rielaborare in un suo quadro, ci hanno fatto accanto il concerto di Capodanno, finché, dopo quasi due mesi, qualcuno comincia a interrogarsi sulla sua presenza.

 

Si scopre che Place de la Concorde, così si chiama il monumento, è opera dell’artista romano Francesco Visalli, pagata di tasca propria e senza che la burocrazia italiana abbia concesso un minimo permesso: non lo avesse mai fatto!

 

Visalli viene crocefisso e impalato mediaticamente, come se fosse un pericoloso vandalo o un nemico della cultura. Ebbene, da parte mia ha tutti l’elogio e il ringraziamento possibile.

 

Non perché definisca la sua opera un capolavoro, anche se esteticamente non mi dispiace, in giro per Roma ci sono opere ben più inguardabili, ma per la potenza futurista del suo gesto, una fiammata di colore e modernità in uno scenario reso banale dall’abitudine e dalla retorica.

 

Quaz Art, nemica della cultura polverosa, appassita e sclerotica, con cui l’intellettuale italiano si riempie la bocca per mendicare applausi dal grande pubblico e prebende dal potente di turno, non può che schierarsi dalla sua parte.

 

Perché l’Arte deve essere irriverente, spiacevole, nemica di bramini e mostri sacri. Deve testimoniare l’irrompere dell’inaspettato nella vita quotidiana, far ripensare ciò che diamo per scontato: l’opera di Visalli, ridefinendo lo spazio architettonico dell’area, c’è riuscita.

 

Perché l’Arte è un sinolo tra rottura e memoria: i tanti soloni che strepitano in giro si dimenticano, nella loro bestiale ignoranza, che a Roma dal Quattrocento in poi vi è una lunga tradizione di installazioni provvisorie, di archi di cartapesta, di modifiche provvisorie al preesistente, che rendono la città scenario del gran teatro del mondo.

 

Cosa avrebbero detto, questi passatisti, delle quarantore o dei catafalchi barocchi? Dell’arco di trionfo di Pio VII alle finte facciate dell’Ara Coeli? Ebbene Visalli, come Cecchini, si inserisce in questa tradizione di bellezza effimera e provvisoria illusione.

 

Perché l’Arte è denuncia e rivolta e quella di Visalli è contro un sistema, quello della critica, corrotto e ipocrita sino al midollo: chi ho lo ha lapidato, ha applaudito cose ben più obbrobriose, solo perché firmate, neppure realizzate, da nomi altisonanti e pompati da galleristi e curatori. Quanto si sarebbero strappati le vesti, se invece che da un artista di Borghetto Prenestino, fosse stata firmata da Cattelan o da Vezzoli?

 

Gli stessi che hanno fucilato Visalli, si sono spellati le mani per gli applausi, quando Vezzoli voleva smontare una chiesetta calabrese per portarla al Moma… Signori, io la chiamo ipocrisia e disonestà intellettuale. Ringrazio l’artista romano per avercela evidenziata una volta ancora.

 

Perché l’Arte è Beffa, mostrare come il re sia nudo. Come possibile che nel centro del potere comunale, con un’amministrazione che ogni giorno si riempie la bocca di slogan contro il degrado, nessuno si sia accorto di nulla o si sia fatto domande?

02/02/2014

Alessio Brugnoli

brugnolialessio@gmail.com

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