Che fare? Come rendere la Cultura e l’Arte da passatempo snob ad anticorpo vivo e consapevole contro il nostro dissolversi?

Leggere Alan Ford

Da bambino, spesso e volentieri i miei, quando dovevano uscire, mi affibbiavano a un cugino di una decina d’anni più grandi, il quale, all’epoca, giustamente a tutto pensava, tranne che a farmi da baby sitter. Per tenermi buono, dopo qualche tentativo inutile di insegnarmi a suonare o dipingere, decise di farmi leggere la sua collezione di fumetti: così scoprii Kirby, ogni tanto negli incubi mi appare Kamandi, i vari super eroi americani, l’Eternauta, quanto rimasi perplesso quando scopriì che Lancio Story aveva parecchio modificato l’originale e il buon Alan Ford.

 

Fumetto a cui associo parecchi ricordi d’infanzia: così, in piena sindrome di mezza età, appena ho trovato nell’edicola di Antonio la ristampa Mondadori del fumetto, non c’ho pensato due volte e sono corso a comprarla.

 

Così mi ritrovo a rileggere il fumetto di Max Bunker e Magnus, con una trentina d’anni in più sulle spalle, il che mi fa riflettere su tante cose. La prima, forse banale, è come dagli anni Settanta a oggi, la società italiana sia rimasta invariata: stessi problemi, stesse angosce, stesse paure. L’unica sostanziale variazione è negli oggetti del desiderio imposti dalla pubblicità: si è passati dagli elettrodomestici e dall’automobile agli smartphone.

 

Hanno ragione i teorici del postmoderno? Siamo condannati a vivere in un eterno Presente, dove mutano solo gli oggetti, ma non le visioni del mondo e in cui l’Arte, impossibilitata a dire qualcosa di nuovo, deve limitarsi a rielaborare il Passato o a svuotarsi, per ridursi a decorazione?

 

Secondo me, la situazione è addirittura peggiore: dal punto di vista economico e sociale, mutamenti strutturali ce ne sono stati a iosa, basti pensare all’impatto avuto da Internet; eppure artisti e intellettuali non sono riusciti a proporre visioni del mondo nuove e condivise. Dopo un secolo, siamo ancora costretti a chiosare e ad aggiungere note al margine dell’esperienza futurista.

 

Di fatto, dagli anni Settanta in poi, le avanguardie si sono rinchiuse in se stesse, staccandosi dalla vita e dal senso comune: un isolarsi dal mondo che ne ha limitato la vista, impendendo loro di comprendere a pieno cosa accade attorno a loro e ha impedito la proposizione di visioni del Reale nuove e condivise, capaci di incidere nell’immaginario collettivo e nella cultura popolare.

 

Come spesso accade nella storia italiana, l’intellettuale ha abdicato il suo ruolo di esploratore, di tafano che scuote quel pigro cavallo che è la nostra nazione, per imprigionarsi nella sua torre d’avorio, complice del nostro fossilizzarsi.

 

Che fare? Come rendere la Cultura e l’Arte da passatempo snob ad anticorpo vivo e consapevole contro il nostro dissolversi?

 

Paradossalmente, la risposta ce la forniscono sempre Magnus e Max Bunker: Alan Ford è un fumetto scorretto, irritante, cinico che mostra la vacuità di ciò che riteniamo importante, la nostra povertà d’animo, il caos in cui affoghiamo ogni giorno.

 

Eppure, in quel girone infernale che la New York in cui sono ambientate le storie del gruppo TNT, tanto simile alle nostre periferie, c’è sempre spazio per la speranza: il bene, per quanto sgangherato, folle e disorganizzato, trionfa sempre, costituendo un fragile angolo di ordine.

 

L’Intellettuale, lo scrittore, l’artista devono quindi ritrovare la volontà di essere voci stonate, di riappropriarsi di quell’arma feroce e anarchica, capace di erodere le basi di qualsiasi potere costituito che è l’ironia. Recuperare la forza di scrutare l’animo umano, di essere comprensibili, qualcosa di molto diverso dall’essere banali.

 

E soprattutto essere folli, avendo il coraggio dell’Utopia. Perché il vero pazzo non è colui che prova a fuggire dall’Inferno, ma chi lo accetta, come unica realtà possibile

28/02/2014

Alessio Brugnoli

brugnolialessio@gmail.com

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