Ho combattuto una buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede

Vivere e morire a New York

  • Andy Warhol New York
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E’ un pomeriggio di Pasqua, con il tempo impazzito, capace di passare in meno di un ora dal freddo al caldo; ho due possibilità: o rimango a poltrire a oltranza sul divano, oppure, accetto la sfida e ne approfitto per visitare qualche mostra.

 

Dopo diverse esitazioni, mi decido per la mostra di Warhol, a Palazzo Cipolla, già presentata su a Milano. Per farla breve, l’esposizione è il diario di una grande amicizia che lega l’artista pop a Peter Brant che nel 1967, appena ventenne, acquistò come sua prima opera un disegno della famosa Campbell's Soup.

 

Dopo un viaggio, in una Roma dal traffico impazzito, in cui i mezzi pubblici sembrano più rari dell’araba fenice e più sporchi di una fogna di Calcutta, arrivo a Via del Corso. Con tanta pazienza mi metto in fila e mentre assisto a una kafkiana discussione tra la bigliettaia e un turista giapponese, comincio a riflettere sulla mia attrazione per Warhol.

 

In teoria, avrei poco in comune con la celebrazione della serialità, dei miti del consumismo americano, con cui viene di solito identificata la sua produzione artistica: eppure, sono attratto dalle sue opere. Arrivando il mio turno di pagare l’esoso biglietto, va bene che l’Arte non è per tutti, ma qui si esagera, do la colpa ad un riproduzione di una sua Marylin che per caso è capitata sui muri della mia camera e che mi ha fatto compagnia per tutta l’infanzia.

 

Comincio a vagare per le sale, facendomi largo tra zombi ipnotizzati dall’audioguide. Guardandomi intorno, capisco di aver sbagliato a giudicare Warhol.

 

Il buon Andy, come Heidegger, è convinto come l’esistenza umana non sia nulla più che un essere per la morte, intesa come orizzonte in cui si iscrive la Vita; ma l’artista nega il principio base della filosofia del tedesco, ossia la morte come stimolo per l’individuo a progettarsi, sapendo quale è la possibilità estrema che gli appartiene e che non si può solidificare su nessuna delle situazioni esistenziali raggiunte, poiché ritiene come l’Uomo contemporaneo non abbia il coraggio di guardare nel proprio abisso.

 

Né, che in una società sempre più laica e secolarizzata, vi sia la possibilità di accettare la sfida della Speranza, di scommettere sul fatto che vi sia qualcosa oltre l’ultimo Orizzonte.

 

Secondo Warhol, l’unica possibilità che abbiamo di sfuggire al terrore della Morte è svolgere lo sguardo altrove, nascondendo la testa sotto la sabbia. Tutta la sua arte è quindi una meditazione su come costruiamo l’oblio sfuggiamo al pensiero del nostro destino ultimo.

 

Con l’attaccamento agli oggetti, che ci illude di lasciare qualche traccia di noi stessi. Con la superficialità, il divertissement di Pascal, ogni azione ed attività che conduce l'uomo "lontano" dal pensare a se stesso e dal considerare la propria interiorità.

 

Con l’omologazione, che facendoci perdere il nostro valore di individui unici e inimitabili, rende la nostra vita e la nostra morte trascurabili. Sempre Pascal affermava

L'uomo non è che una canna, la più debole della natura; ma è una canna pensante. Non c'è bisogno che tutto l'universo s'armi per schiacciarlo: un vapore, una goccia d'acqua basta a ucciderlo. Ma, anche se l'universo lo schiacciasse, l'uomo sarebbe ancor più nobile di chi lo uccide, perché sa di morire e conosce la superiorità dell'universo su di lui; l'universo invece non ne sa niente

Ma se perdiamo la volontà di pensare, come vorrebbe la società che ci circonda, per ridurci a passivi consumatori, siamo inferiori a ciò che può distruggersi, ingranaggi sostituibili in un meccanismo privo di senso.

 

Tutto ciò vive nella pittura di Warhol; sono temi che vivono nel mio scrivere e che me lo rendono vicino. Accanto a me, ho la prova del suo turbamento: se l’Arte è discussione, riflessione, godimento individuale, gli altri visitatori della mostra negano ciò.

 

Ognuno alienato all’altro, intruppato come soldatino, pronto a ricevere ordini dal Grande Fratello che parla dall’audioguida, piuttosto che cercare la sua interpretazione di ciò che vede.

Automi, non uomini, desiderosi di perdersi nella Media. Per sfuggire al mio turbamento, mi concentro sulle polaroid, in cui Warhol ritrae se stesso e i suoi amici.

 

Per caso, mi torna in mente un pensiero molesto: pasqua deriva dall’aramaico pesah, passare oltre, rinascere e questo può avvenire soltanto recuperando se stessi, la propria dignità di essere pensante, affinché nel momento estremo si possa affermare con orgoglio

Ho combattuto una buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede

29/04/2014

Alessio Brugnoli

brugnolialessio@gmail.com

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