Giger declinò secondo il linguaggio di noi contemporanei utilizzando acrilici e computer grafi

Il velo di Maya

Il 12 maggio avevo trascorso una mattina intensa: mi ero alzato presto per fare un paio di foto alla Libreria Lello e Irmão, un trionfo del liberty, la discesa sulla funicolare, una passeggiata tra le cantine di Porto. Mentre tentavo di prendere a morsi una francesinha fin troppo condita, decido di navigare un poco tra i siti di notizie, per farmi due risate sulla politica italiana… Visti da lontano, sembriamo assai ridicoli: anche se qualche volta ho preso a male parole portoghesi, francesi e spagnoli rispondendo ai loro giudizi sprezzanti sul nostro governo e sulla nostra opposizione, dentro di me davo loro ragione.

 

Così, tra una dichiarazione insulsa e l’altra, mi cade l’occhio sulla notizia della morte di Giger. Ordino un bicchiere di un tawny di quarant’anni e brindo alla sua memoria.

 

Mentre sorseggio il vino, mi tornano in mente tante riflessioni. Giger è un epigono di una lunga tradizione, che nasce da Bosch e arriva a Dalì.

Tradizione che nega gli assunti della modernità, le illusioni che ci aiutano a tirare avanti ogni giorno: la prima che il Reale sia figlio dell’Ordine e che abbia fulcro null’Uomo, la cui azione contribuisce a rendere il mondo sempre più perfetto

La seconda che Ragione sia l’unico strumento per comprendere noi stessi e ciò che ci circonda. La terza, che l’Arte debba, con equilibrio e misura, dare forma a questo cosmo strutturato e conoscibile,

Al contrario, per la Tradizione di cui è figlio Giger, la Ragione non è che un sottile velo che nasconde un caos ribollente e ingovernabile e che l’animo umano non è nulla più che folle universo, magmatico e confuso, terra di ossessioni e desideri repressi.

 

L’Arte non è rappresentazione o descrizione, ma esorcismo: ogni immagine rappresentata dalla pittura, dalla grafica o dalla scultura è uno sguardo nell’abisso inconoscibile, specchio degli spasmi dell’interiorità umana.

Ciò crea dimensione oniriche e folli, paesaggi ctoni abitati da dei ciechi e folli; eppure, dando forma alle nostre nevrosi e paure, ne mostra i limiti e la natura grottesca, permettendo di scendere a patti con queste.

 

Come diceva il buon Chesterton

Le fiabe non insegnano ai bambini che i draghi esistono, loro lo sanno già che esistono. Le fiabe insegnano ai bambini che i draghi si possono sconfiggere.

 

Il drago del caos e del dolore non potrà essere mai sconfitto definitivamente, ma il vivere è il rubargli ogni giorno un poco del potere che ha su di noi.

Giger si pose nel solco di tale insegnamento, ma lo declinò secondo il linguaggio di noi contemporanei, non solo come tecnica, utilizzando l’acrilico e la computer grafica, ma anche come strumenti linguistici. In una società secolarizzata come la nostra, non è più possibile ricorrere all’immaginario religioso, come faceva Bosch.

In una società in cui domina la cultura di massa, non è neppure possibile utilizzare citazione esoteriche e colte, che verrebbero perse nel chiacchiericcio generale.

 

Così Giger, invece di ritirarsi nella sua torre d’avorio, accettò la sfida della cultura pop, traendo le sue metafore dalla fantascienza e dall’horror, confrontandosi con il cinema e con il web. Non volle essere voce solitaria nel deserto, ma compagno di viaggio di ognuno di noi, lontano da ogni snobismo.

Perché la sua Arte non doveva essere castrata, perdendo il suo potere eversivo, di maestra di sospetto contro le illusione in cui ci culliamo, ma doveva essere cosa viva, un continuo pungolo ad affrontare i nostri incubi.

 

Perché a volte, essere nel mondo, è la sfida più difficile

28/05/2014

Alessio Brugnoli

brugnolialessio@gmail.com

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