Una cultura ripiegata su se stessa, priva di respiro intellettuale, che vive di citazioni e richiami al Passato

Tiltestetica

E' uno di quei sabati mattina in cui la primavera sfuma nell'estate, quando non ti vorresti mai alzare dal letto. All'improvviso suona il cellulare; trattengo una bestemmia e mi preparo a insultare colleghi o parenti mattinieri. Guardo il numero e rimango alquanto perplesso: mi chiama er Conga, fuoricorso storico di Ingegneria, quando mi iscrissi io, erano una quindicina d'anni che bivaccava nelle aule della Sapienza e che di fatto vive alle spalle di vecchi compagni di studi divenuti assistenti o titolari di cattedra.


Alla fine, vince la curiosità: rispondo, non immaginando cosa diavolo possa volere e nella segreta speranza che possa essere capitato qualche fastidioso inconveniente a qualche barone universitario particolarmente antipatico.


"Aiuto, qui è un casino…. L'Apocalisse è vicina"
"E' andata a fuoco la facoltà?"
"No, no…"
"Peccato"
"Semo 'nvasi de quadri strani, in cui nun ce se capisce 'na mazza"
"Non che ieri sera hai alzato troppo il gomito e ti sei ritrovato al Dams?"
"No, no, te dico che er chiostro de San Pietro in Vincoli"


Al terzo caffè, comincio a ragionarsi sopra: da qualche parte mi era sembrato di aver letto come il triennio di Ingegneria fosse stato scelto come sede espositiva della Triennale d'Arti Visive di Roma, dall'impegnativo titolo Tiltestetica.


Titolo che secondo il direttore artistico Daniele Radini Tedeschi dovrebbe sintetizzare due concetti: la necessità di definire una nuova iconografia, perché, citando il catalogo
"una volta aveva senso il mercato, ma oggi, con la crisi, la società appare disinteressata ad acquistare l'opera e preferisce solo vederla"
E ripensare l'estetica, senza lanciare nuove avanguardie, dato che
"l'arte che, dopo gli sconquassi novecenteschi e i vari ritorni all'ordine, vive il suo ingorgo con le vigenti estetiche in tilt".


Obiettivo raggiunto? Ora, benché abbia diverse perplessità sull'allestimento, che non valorizza né il chiostro del Sangallo né le opere, dando la stessa impressione di quando si entra in una soffitta abbandonata da anni, in cui si trova accatastato di tutto e di più, senza alcun filo logico, devo ammettere che la Triennale rende bene la confusione intellettuale e artistica in cui sta affondando la cultura italiana di questi anni.


Una cultura ripiegata su se stessa, priva di respiro intellettuale, che vive di citazioni e richiami al Passato: però, prendere atto della crisi, non è superarla. Per fare questo, è necessario fare ciò che non vuole Tedeschi: nuove estetiche e nuove iconografie non nascono per caso o per generazione spontanea, ma soltanto se si ha il coraggio di credere nell'Utopia e di proporre nuove visioni del Mondo.


L'avanguardia è l'aria e il cibo dell'Arte, il polo dialettico che costringe a ripensare quanto si credeva acquisito e prendere posizione: è quello che purtroppo manca nell'Arte Italiana, il coraggio di osare e di andare oltre.


Se non lo recuperiamo, subiremo qualcosa di peggio del morire: il sopravvivere.

13/06/2014

Alessio Brugnoli

brugnolialessio@gmail.com

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