Nicola Tripodi modellando la creta ne coglie la fuggevolezza, l’essere costituita da attimi, ognuno diverso dall’altro, unico e irripetibile

Poesie d’Argilla

  • Nicola Tripodi - Scultore
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Da bambino, le mie estati erano felici. La mia famiglia aveva una casetta, giù, nella Calabria Citeriore, dove San Francesco viene da Paola, invece che d’Assisi.
Finita la scuola, partivamo in piena notte, con una scassata fiat carica piena all’inverosimile di bagagli, in direzione Salerno Reggio Calabria; un viaggio lungo, complicato, dove, se eravamo fortunati, riuscivamo a passare la zona di Napoli prima dei suoi infernali ingorghi. In caso contrario, dovevamo metterci l’anima in pace e armarci di santa pazienza: prima o poi, saresti giunto Lagonegro, per poi discendere verso il mare.


Trovarcelo davanti, con il suo azzurro profondo, ci riempiva della gioiosa consapevolezza che il viaggio era quasi terminato. Passavo così le settimane a fare lunghi bagni a mare, a raccogliere origano e cedri, a organizzare gite sulla Sila o nelle Terme Luigiane.
E ascoltavo storie: di intellettuali eccentrici, fuggiti da Milano per rifugiarsi in una galleria abbandonata della ferrovia, trasformata in una strana casa, piena di tronchi di metallo che molti anni dopo capii essere sculture.


Di preti che recitavano la messa in dialetto, di vecchi pescatori, di ingegneri napoletani che parevano essere usciti dalle pagine di Così Parlò Bellavista, di presunti  capi della  ‛ndràngheta, in verità fantozziani delinquenti locali più ricchi di fantasia che di reati, di disoccupati storici che impiegano il tempo salando alici e intrecciando cesti.


E proprio uno di questi disoccupati, che mi sembrava così anziano, da essere per un contemporaneo di Omero o di Mosè: lui mi raccontava dei suoi viaggi a Reggio Calabria.
Terra strana, lontana ed esotica, mi diceva, dove la terra trema, le case sono eleganti e si vede la Sicilia e l’Etna fumare. Lì non ci sono i cedri, ma i bergamotti, più piccoli, verdi e profumato. In quella città, la gente è ricca, ma parla in maniera strana e mangia diversamente.
E alternava queste parole con vecchi proverbi, qualche fiaba  e tante bestemmie. Così per me Reggio Calabria era un’entità mitologica, degna di un capitolo de “Le Città Invisibili” di Calvino.


Poi sono cresciuto, la casa è stata abbandonata, il disincanto si è sostituito ai sogni: Reggio era diventato un puntino sulla carta geografica.
Finché, questa estate, per un’audace serie di circostanze, vi sono capitato: non è il luogo onirico della mia infanzia, ma una città elegante e accogliente. In cui, esplorando i dintorni, ho avuto modo di scoprire  paesini abbandonati o dove si parla ancora greco arcaico, ascoltando cantastorie e musiche antiche.
E di scoprire l’arte di Nicola Tripodi, uno degli ultimi coroplastici della Magna Grecia: a differenza degli scultori, che tentano di rendere eterna la vita, imprigionandola nella pietra, Nicola, carezzando la creta, ne coglie la fuggevolezza, l’essere costituita da attimi, ognuno diverso dall’altro, unico e irripetibile.
Ogni sua opera è uno specchio della Calabria, con le sue radici antiche, la sua ironia per difendersi dai soprusi dell’Uomo e del Fato, la sua antica saggezza:  di fatto sono poesie e favole d’argilla.
Poesie, perché, parlando al fanciullino nascosto noi, ci permettono di recuperare lo stupore che troppo spesso ignoriamo dinanzi al mondo, parlando alla nostra natura più profonda, al di là della ragione e dell’istinto.


Fiabe, perché queste rappresentano lo strumento più ampio per la conoscenza di se stessi e del Reale. Esse ci pongono di fronte ai nostri principali problemi umani (il bisogno di essere amati, la sensazione di essere inadeguati, l’angoscia della separazione, la paura della morte ecc), esemplificando tutte le situazioni e incarnando il bene e il male in determinati personaggi, rendendo distinto e chiaro ciò che nella realtà è confuso.


Le fiabe esprimono in modo simbolico un conflitto interiore e poi suggeriscono come può essere risolto.
E le opere di Nicola sono proprio questo: una presa d’atto dei nostri limiti e la possibilità di superarli, tramite un malinconico sorriso, lo stesso dei saggi che hanno accompagnato la mia infanzia.
Forse è proprio questo il valore profondo dell’Arte:  riscoprirsi per ciò che si è, oltre le maschere che la vita ci impone ogni giorno.


Un navigare nel mare tempestoso della Verità, in cui è facile naufragare: l’unico viaggio che però ci rende Uomini.

06/09/2014

Alessio Brugnoli

brugnolialessio@gmail.com

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