Nessuno possiede la bacchetta magica e nessuno può aiutarci meglio di quanto possiamo fare noi stessi

L’Audacia del viaggio

E’ difficile trovare un libro più sminuito de Il meraviglioso mago di Oz di Lyman Frank Baum, pubblicato per la prima volta nel 1900 accompagnato dalle illustrazioni di W.W. Denslow: per molti, anche a causa della trasposizione cinematografica, non è nulla di più che una colorata fiaba per bambini. Per qualche complottista, invece, è la descrizione della complicata politica economico-finanziaria dell’America di inizio Novecento, la cui crisi somiglia tanto a quella che stiamo vivendo nei nostri giorni.

 

E’ invece una potente metafora della vita, della necessità di conoscere se stessi e di affidarsi alle proprie forze per cambiare l’esistenza, senza affidarsi a falsi venditori di speranze. La ricerca affannosa di significato, che spera di trovare nell’altro da sé la soluzione alle proprie mancanze è destinata ad essere delusa.

 

I maghi, i salvatori della patria, i demagoghi che promettono soluzioni a ogni problema esistenziale e sociali, non sono che poveri pagliacci, spesso costretti a recitare un ruolo non proprio per uno scherzo del destino, una folata di vento che lo ha scaraventato dove non se lo aspettava.

 

Nessuno possiede la bacchetta magica e nessuno può aiutarci meglio di quanto possiamo fare noi stessi; è la dura lezione che imparano Dorothy, nel loro vagare. A cercare il mago di Oz sono in tanti e tutti si lamentano della mancanza di qualcosa: dell’inquietudine che impedisce di essere in equilibrio con il proprio Io e con il Mondo, dell’intelligenza per comprende e accettare il caos che ci circonda, della forza di amare e perdonare nonostante tutte le delusioni, del coraggio di vivere.

 

Alla fine, dopo aver imparato a guardare il mondo con altri occhi, chi si ritrova davanti al grande mago, apparenza rimane deluso, nel vedere la sua pochezza: eppure quest’omino, che si è ritrovato in quel castello a far finta di essere un mago per accontentare gli abitanti del paese, gli mostra loro la magia più grande: quella che nasce dall’accettazione del proprio Io, con i suoi limiti e le sue grandezze.

 

Il Kansas, la pace interiore, è accanto a sé, basta avere la forza di vederla. lo Spaventapasseri il cervello ce l’ha, se è riuscito a vincere tutte le sfide. L’omino di latta deve avercelo un cuore, se è riuscito a volere bene agli altri. Il Leone non è un codardo, se rimette in discussione la sua vita.

 

Riflessioni che hanno costituito il filo conduttore dell’anno scolastico dell’Istituto Italiano di Fotografia, i cui risultati saranno dal 10 ottobre presentati nella galleria milanese Area 35, situata nell’omonimo numero civico in Via Vigevano, zona Navigli.

 

Fotografie frutto di un lungo lavoro di maieutica: citando Roberto Mutti

C’è chi ha lavorato con metodo e lungimiranza sui tempi lunghi e chi ha seguito l’istinto di una fulminea intuizione, chi si è sentito più legato alla fotografia tradizionale e chi ha puntato sulla postproduzione o sulla creazione di vere e proprie installazioni, chi ha mantenuto una sua essenzialità e chi ha immerso i suoi personaggi in autentiche scenografie di grande complessità.

Come è stato loro suggerito, tutti hanno fatto in modo di coniugare due esigenze: quella del rapporto necessariamente stretto con il libro e quella di una libertà creativa che, in quanto tale, non poteva sopportare troppi limiti. Su questo aspetto molti si sono sbizzarriti inserendo elementi capaci di conferire un particolare dinamismo alle opere: ecco, dunque, una serie di paesaggi urbani completamente bianchi da osservare tramite un foglio di acetato verde per ricordare gli occhiali indossati entrando nella Città di Smeraldo.

E poi composizioni a croce, paesaggi con dirupi scoscesi, visioni monocromatiche, poster ironici, still life sorprendenti, accostamenti fra fotografie con bamboline o con cartoline dotate di francobolli appositamente creati per l’occasione.

Perché la fotografia non è rappresentare, ma ricreare il Mondo, sezionando la nostre percezioni e le nostre riflessioni; non nasce dal subire con passività ciò che ci circonda, ma dal dare forma al caos in cui viviamo, attribuendone un significato, pur fragile e provvisorio.

 

Come diceva il Mago di Oz

Io non posso darvi quello che cercate non sono un mago. E poi voi non avete bisogno di niente, avete già tutto quello che vi serve.

E ciò che serve per una foto non è una reflex costosa. Neppure photoshop. Servono sguardo, sensibilità e intelligenza, tutto ciò che è figlio del nostro essere e la nostra esperienza di vita… Se non lo capiamo, non solo non siamo fotografi, ma neppure uomini…

05/10/2014

Alessio Brugnoli

brugnolialessio@gmail.com

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