AmArte

Di certo, sono la persona meno indicata per parlare delle periferie: nella mia Londra, in cui sono nato e cresciuto, la classificazione degli spazi urbani non dipende dalla geografia, ma dal reddito di chi vi abita e questo varia in un battito di ciglia. Poi, nel mio girare per il mondo, più per pigrizia e abitudine che per snobismo, ho sempre abitato in quello che, a torto o a ragione, veniva ritenuto il fulcro dello spazio urbano.

 

Quindi, quando Alessio mi ha invitato a partecipare, ho declinato, temendo di dire più boiate del solito o di riempirmi la bocca di frasi fatte: però, alla fine, sono andato a curiosare, desideroso di imparare a guardare il mondo sotto altri occhi.

 

Ho preso la mia buona vecchia MG, anche se comincia a perdere qualche colpo, ho fatto il mio slalom tra i cortei, da anglicano, ne ho la stessa considerazione delle processioni: un’abitudine folcloristica italiana, bella a vedersi, ma di scarsa utilità pratica. Il mondo si cambia con il duro impegno quotidiano, non recitando litanie o portando a spasso statue di santi o bandiere impolverate.

 

Dopo tanto viaggiare, un piccolo appunto sulla location, non era lontana, ve ne sono di peggiori a Roma, ma certo non facile a trovarsi, nascosta tra un centro commerciale e due alberghi, finalmente raggiungo la meta: la definizione più esatta l’ha data uno dei partecipanti al convegno del sabato, esperto di danze popolari, di cui però non ricordo il nome; l’età comincia a farsi sentire, ho sempre più capelli bianchi e meno neuroni.

 

La sala consiliare del V Municipio è come un’immensa capanna tribale, in cui non ci si riunisce solo per prendere decisioni, ma per costruire una tradizione e un’identità condivisa: non so quanto questo avvenga di solito, ma per AmArte questo obiettivo è stato raggiunto.

 

La mostra, i dibattiti, le performance (mi spiace di essermi persa quella di Madame Decadent, la cui arte è una forma di autoanalisi e catarsi collettiva, in cui lei da forma alle angosce di ognuno di noi e quella dei poeti, ahimè io mi alzo tardi…) coinvolgenti e di alto livello qualitativo, aiutano a riflettere sul rapporto tra centro e periferia che, a mio avviso, non è urbanistico, ma culturale.

 

La Periferia è l’insieme di coloro che, per scelta o necessità, sono esclusi dai modelli sociali e culturali dominanti, coloro che rifiutano l’omologazione e ogni giorno costruiscono una propria identità: sotto molti aspetti, Quaz Art è Periferia, perché fuori dai giochi di potere che condizionano l’Arte italiana e perché da voce a movimenti e idee eretici e irriverenti.

 

Se il Totalitarismo, qualsiasi sia il suo colore, è nemico della Periferia, si basa sul pensiero unico, nemico di ogni diversità, della capacità dell’Uomo di pensare con la propria testa, la Democrazia la deve tutelare, perché essa ha come fondamento la dialettica: senza eresia, non può esistere la libertà.

Per cui, la Periferia non deve essere azzittita o negata, perché, come pare abbia detto Newton,

Gli uomini costruiscono troppi muri e mai abbastanza ponti.

Deve avere invece la possibilità di gridare forte la sua voce, per cambiare il mondo: le istituzione, come avvenuto in AmArte, devono dare spazi e opportunità per esprimersi, creando reti di creatività diffusa, perché il degrado non si batte con la repressione o con i soldi gettati al vento, ma con la Cultura e l’Immaginazione.

E qui apro una piccola parentesi critica, che, ci tengo ad evidenziarlo, non riguarda né l’evento, né l’organizzazione.

 

Non voto a Roma e sotto molti aspetti, considero l’attuale sindaco più una vittima, che un carnefice di una città complicata e ingovernabile: ma su una cosa, considero fallimentare l’attuale amministrazione. Ha una politica culturale inesistente e improvvisata, degna di un’orda di babbuini ubriachi piuttosto di un patrimonio della Storia Mondiale.

 

Sapendo come la Marinelli, assessore alla Cultura, Creatività e Promozione artistica di Roma Capitale, abbia snobbato l’evento, nonostante i numerosi inviti da parte dell’organizzazione, mi sono reso conto di questo degrado.

 

Come si può pretendere di promuovere la creatività, se si rimane barricati nei propri palazzi? Come si può ragionare di Cultura, se ignorano i fermenti che nascono ogni giorno in questa città visionaria, madre di infinite avanguardie? L’arte vive e cresce sui muri e sui marciapiedi, non negli aperitivi radical chic?

L’assenza di questi giorni mostra come per la Cultura a Roma e in generale in Italia, valgono le parole di Kierkegaard

 

La nave è in mano al cuoco di bordo. E ciò che trasmette il megafono del comandante non è più la rotta ma ciò che mangeremo domani

 

Così, per superficialità, inconsistenza e disinteresse rischiamo di sbattere addosso al primo iceberg di passaggio...

22/11/2014

William Herbeff

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