Devo essere sincero: mi trovo a disagio nel trovare una risposta a questa domanda. Il concetto di “bellezza” è troppo viscido per poter esse

Intervista a Emmanuele Jonathan Pilia

Chi è Emmanuele? Bella domanda, dalla risposta complicata… E’ l’amico con cui cazzeggiare nelle pizzerie o nei pub a San Lorenzo, con cui condividere pettegolezzi, chiacchiere e sogni.

Ed è anche una delle menti più lucide che riflettono su cosa è l’architettura in Italia, specchio concreto della nostra società e della sua visione del Mondo.

Intervistarlo è scoprire i limiti e la grandezza nel nostro Contemporaneo

 

Ciao Emmanuele, chi sei? Come ti descriveresti ad un estraneo?

Banalmente posso rispondere che sono un critico ed un curatore di architettura contemporanea, con una moltitudine di interessi che nutrono le cose che faccio: dal transumanesimo all’estetica delle rovine, dal situazionismo alla fantascienza, dalla violenza urbana alla cultura digitale, dalle utopie al manierismo. In qualche modo tutto rientra nel calderone che io chiamo transarchitettura, e che per me è quasi un sinonimo di immaginario architettonico, che è il mio vero ambito di studio.

Sicuramente non mi descriverei con un qualsiasi appellativo preceduto dall’aggettivo “giovane” (giovane critico, giovane architetto, giovane curatore…), che ritengo una parola-ghetto nel quale rinchiudere degli individui in base ad una discriminante anagrafica, una sorta di riserva dove il “giovane” può pascolare liberamente senza infastidire chi, evidentemente, è non-più-giovane.

 

Perché l’architettura?

Intanto perché non se ne può fare a meno. Almeno, la società attuale, pressoché stanziale, non può fare a meno della realizzazione di manufatti architettonici. Ed anche il nomadismo contemporaneo, fatto di viaggi intercontinentali e pendolarismo, prevede la realizzazione di grandi infrastrutture.

Ma pure se fossimo nomadi-reali, superando in qualche modo la condizione di nomadismo-stanziale in cui viviamo, avremmo degli strumenti per modificare simbolicamente il paesaggio che ci circonda, come già l’uomo preistorico. Lo sguardo è uno di questi, come ci ricorda Francesco Careri nel suo Walkscape.

 

Ti ritieni più creatore o più filosofo? Le tue ricerche architettoniche nascono più dalla riflessione sul rapporto tra Uomo e Mondo o dall’intuizione?

Sulla prima domanda, sono convinto che non esista una differenza sostanziale. Ovviamente dipende di cosa parliamo: se con “creatore” intendiamo la figura dell’artista un po’ pazzarello che delega al “colpo di genio” la sua maestria, e per filosofo intendiamo il riflettere meditabondo di fronte un bel paesaggio, devo rifiutare con forza entrambi gli stereotipi.

E questo dipende molto dalla mia formazione e dal metodo che mi sono scoperto a seguire: mi piace costruire mondi e dimensioni formati dalla tessitura di una fitta rete di rapporti, che nell’insieme formano il piano critico su cui lavoro di volta in volta.

 

Che ti spinge a dar forma ai tuoi pensieri ed emozioni?

La convinzione che ci sia bisogno di ciò che sto scrivendo, curando, progettando, eccetera. Un bisogno indotto dalla voglia di far luce su un particolare tema, di far emergere una potenzialità inespressa, o semplicemente di far chiarezza su qualcosa.

Sono convinto che, parafrasando Emanuele Sbardella, l’obiettivo della critica, e di riflesso della curatela che per me è un modo di fare critica, debba essere innanzi tutto quello di fare chiarezza, anche se a volte si è costretti a giungere a nuovi dubbi.

 

La pittura e gli altri linguaggi tradizionali sono morti oppure possono ancora comunicare qualcosa sull’Uomo? Oppure soltanto l’arte digitale e i suoi derivati possono descrivere la realtà Contemporanea?

Non sono convinto che pittura o scultura, oppure la realtà contemporanea, siano da principio, più o meno adatti a descrivere questo o quello. Asger Jorn diceva che non esiste un’arte situazionista, ma un modo situazionista di fare arte. Credo che si possa sostituire la parola “situazionista” con “tradizionale” o “contemporaneo” mantenendo il senso della questione.

Ad esempio, analizziamo uno di quei tanti video di “rapid painting”, in cui viene mostrato a velocità accelerata la realizzazione di immagini decisamente realistiche con software di disegno come Photoshop. Per quanto rimanga meravigliato dalla capacità tecnica dell’autore, non credo che si possa parlare di un prodotto contemporaneo.

 

Cos’è l’Arte? Una ribellione a ciò che ci rende meno umani? Un sezionare i propri abissi? Lo svelare ciò che vogliamo nascondere a noi stessi? E pura decorazione o può ancora comunicare qualcosa sull’Uomo e sul Mondo?

Rispondo dicendo che sono refrattario ad una visione dell’arte tesa a scandagliare i misteri del cosmo e dell’universo, così come considero viltà barbarica prestare il proprio giuramento alla comunicazione, la forma più bieca e meschina di tirannia che l’uomo sia riuscito a concepire. Entrambi sono luoghi comuni creati da letture amatoriali della storia dell’arte. Il primo proviene dall’ignoranza dell’apporto dell’estetica nel romanticismo, il secondo dalla banalizzazione della pop art.

 

Cos’è per te la Bellezza? Che ruolo ha nel mondo e nella vita dell’Uomo? C’è ancora spazio per lei nell’architettura contemporanea?

Devo essere sincero: mi trovo a disagio nel trovare una risposta a questa domanda. Il concetto di “bellezza” è troppo viscido per poter essere afferrato.

 

Nell’Urbanistica, c’è ancora spazio per l’Utopia? Oppure deve ridursi a semplice strumento di ingegneria sociale?

Non può non esserci, deve esserci! Altrimenti continueremo a redigere piani urbanistici specchio di accordi politici pre-elettorali.

 

Le tue definizioni delle tante abusate parole “Archistar", "Nonluogo", "Terzo paesaggio"… Sono semplici slogan per giornalisti oppure descrivono anche con approssimazione la realtà?

Ogni volta che odo o leggo la parola “Archistar”, non riesco a trattenere smorfie di dolore. Archistar è una parola creata per riassorbire e giustificare alcune manifestazioni dell’architettura contemporanea all’interno del dominio della comunicazione. Un tempo si sarebbe parlato di faciloneria, di utilizzo di formule semplice, benché complesse nella forma. Dopotutto, nella Roma della fine del ‘500, gli architetti e gli artisti che più lavoravano erano quelli che riuscivano a disegnare e realizzare felici bizzarrie in grado di intrattenere i cortigiani. Non è un fenomeno nuovo, ma la costante aspettativa di novità, indifferente alla qualità del prodotto, ha fatto precipitare il manierismo nell’infornografia.
Per quanto riguarda “Nonluogo” e “Terzo paesaggio”, benché siano parole logore e spesso usate a sproposito, ritengo che siano nozioni che ancora meritano di essere approfondite, avendo avuto una grossa influenza nell’architettura degli ultimi vent’anni.

 

Parafrasando Adolf Loos, l’ornamento è ancora un delitto?

Per quanto il suo libro abbia svolto un ruolo decisivo nell’affermarsi dell’architettura moderna, Adolf Loos proviene da un contesto culturale colonialista, misogino e lombrosiano. Oggi quel libro ha valore più che altro di documento.

 

L’Uomo in architettura è ancora misura di tutte le cose? E’ ancora possibile definire un canone basato sulla geometria euclidea, oppure questo deve mutare, accettando la sfida posta dai frattali?

Spero che sia ancora misura di tutte le cose, sia nell’ambito dell’architettura fisica (dove si spera che una maniglia sia afferrabile) che quello dell’architettura virtuale (dove a percepire forme e colori è comunque un essere umano), anche se lo spettacolo della comunicazione impone una certa spettacolarità, indifferente agli ambiti accennati.

Per quanto riguarda la geometria euclidea e la crociata contro di essa, ho difficoltà a trovare edifici o architetture virtuali che sfuggano alla descrizione euclidea. A volte si scambia la complessità per appartenente al dominio frattale e la semplicità appartenente al dominio euclideo, ma si dimentica che entrambi sono metodi di descrizione della realtà. Tutt’al più, entrambi possono diventare spunti, più o meno felici.

 

Nikos Salingaros… Un passatista oppure nelle sue analisi c’è un fondo di verità?

Quello che Salingaros propone assiomaticamente è particolarmente vicino a ciò che lui combatte, ossia la descrizione con parametri matematici della città. In realtà considero le sue tesi affascinanti e di buon senso, peccato che i suoi seguaci finiscano immancabilmente per spacciare cittadelle medievali nuove di zecca come prodotto diretto della lettura e comprensione delle sue teorie.

 

L’Artista, secondo te, è più mago o sciamano?

Credo di aver risposto alla domanda in precedenti risposte, ma per non ripetermi posso dire provocatoriamente che è più uno scienziato o un umanista.

 

Ti ritieni futurista? Quanto sono attuali le intuizioni di Sant’Elia?

Parto dal principio che qualsiasi uso del sostantivo “futurista” affibbiato a qualsiasi cosa nata dopo il 1939 mi fa sorridere. Se parliamo dell’aggettivo “futurista” il discorso cambia. Faccio due esempi, Cecchini, che afferma di essere l’erede spirituale del futurismo storico, e Roberto Guerra, che porta avanti un’operazione di studio applicato sull’eredità del futurismo.

Ci sono poi diversi gruppi in Italia che vantano per sé quest’eredità, e credo che gli unici che valga seriamente la pena di seguire sia il gruppo NetFuturista, che al di là del buffo nome, sono stati in grado di tirar fuori concetti e studi interessanti. Per quanto riguarda Sant’Elia, oltre la fascinazione dei bellissimi disegni, le composizioni in quanto tali erano superate in realtà prima della sua pubblicazione.

 

Perché il Transumanesimo? Come l’Architettura può rispondere alla sfida dell’ampliamento dei limiti e della definizione di Umano?

Esistono molte definizioni di Transumanesimo. Secondo me, quella più efficace è quella che descrive la disciplina come lo studio la previsione degli sviluppi della civiltà nei più diversi campi (dall’architettura alla medicina) in un’ottica postumana, tesa ad indirizzare e ad aprire un ventaglio di possibilità in grado di evitare che ciò che ci aspetta ci travolga in maniera incontrollata.

A chi pensa che tutto ciò sia futile, si può facilmente rispondere che è una pratica utilizzata nei più disparati campi dell’attività umana: dalle previsioni di mercato (per cui si cerca di capire se un prodotto venda o meno), all’urbanistica (in cui si cerca di prevedere ed indirizzare lo sviluppo di una città). Per quanto riguarda l’architettura, credo che il suo contributo possa essere chiave, sia in termini di immaginario, che di utilizzo vero e proprio.

 

La Digital Art Italiana che esplora i limiti dell'Umano, contaminando il vivente con l'inanimato, è implicitamente transumanista?

Non conosco bene la scena italiana, ma sì, credo di sì.

 

Come potremo evitare un futuro simile a quello immaginato da Dick in Ubik o Sognano gli Androidi Pecore Elettriche?

Cercando di progettarlo ed indirizzarlo.

 

Tu e il Connettivismo? Che rapporti hai con questa avanguardia letteraria?

Ho già accennato al mio interesseper la fantascienza, e la curiosità verso questo gruppo è stata quasi istintiva. Ho conosciuto diversi anni fa Sandro Battisti tramite l’Associazione Transumanisti Italiana, ed ero rimasto affascinato da ciò che produceva, soprattutto per quanto riguarda il lato atmosferico ed immaginifico dei suoi ambienti. Erano gli anni di in cui stavano emergendo sia il movimento transumanista in Italia, sia il connettivismo, e quindi c’era molto entusiasmo ed affiatamento. Di lì a poco ho conosciuto Francesco Verso, di cui ho letto praticamente tutto, e di cui ho apprezzato più di ogni altra cosa la capacità di descrivere città e luoghi.

ALTA, l’associazione che ho fondato assieme a Massimiliano Ercolani, Guido Massantini e Giampiero Rellini Lerz, ha nel suo nome un piccolo tributo ad una di queste città, Alta appunto, descritta nel suo romanzo d’esordio “Antidoti Umani”. Sono felice di portare avanti collaborazioni con loro. Già alcuni progetti sono stati portati a termine, come la prima conferenza della serie “Fiction Architecture”, che si è tenuta a Milano nel giugno 2011.

 

In Italia possono nascere ancora avanguardie artistiche?

L’arte contemporanea ha alcune difficoltà a incorporare in sé il concetto di “avanguardia”, ma penso che senz’altro questa possibilità ci sia. Anzi, forse proprio il periodo difficile che stiamo affrontando come italiani darà il via a tensioni capaci di sviluppare discorsi di questo genere.

 

Per te, cos’è l’inquietudine? E l’incomunicabilità?

La prima una rogna, la seconda un dono.

 

Il sonno della ragione genera mostri o percezioni più ampie del Reale?

Mostri, orribili e postulenti mostri in grado di infettare con il proprio purtridume ogni cosa con cui vengono a contatto.

 

In questa società, in cui il potere nasce dal controllo dei media, esiste ancora il libero arbitrio?

Non credo che il libero arbitrio sia esistito mai. Siamo prigionieri prima di tutto del nostro involucro di carne e dei suoi persistenti bisogni, poi siamo prigionieri del contenuto della scatola cranica, delle sue idiosincrasie nel contatto col mondo e dei gusti che questa relazione fa nascere, poi siamo dominati dal fatto di far parte di una società. La comunicazione mass mediatica non fa che peggiorare questa condizione di già precaria libertà.

 

Che significato hanno per le rovine?

Be’, hai colto uno dei miei campi d’indagine preferito! Il tema delle rovine è infatti oggetto di diverse mie riflessioni, tutte incentrate sulla presa di coscienza che la modernità non riesce a produrre rovine, nonostante sia teatro di distruzioni tra le più significative. Insieme a Barbara Martusciello si sta organizzando un progetto molto vasto sul tema, comprendente dieci+una mostre. Il progetto si chiama Ruins Aren’t Here, proprio a sottolineare questa assenza, ed ogni evento è contraddistinto da un numero a scalare, quasi fosse un conto alla rovescia.

 

La scelta di fare dieci eventi risiede nella coincidenza tra decade e commemorazione di questi eventi che non hanno fatto emergere nessuna rovina. Il nostro secolo dopotutto è l’era del facsimile, e importa poco se per i vent’anni della caduta del muro di Berlino ci sia stato un clone del stesso muro, piuttosto che il muro stesso. Il primo, o meglio, il menodecimo evento è stato inaugurato qualche mese fa, ed abbiamo avuto la fortuna di collaborare con Fabio Fornasari. Il tema in quest’occasione era proprio per un decennale, il decennale dei fatti delle Twin Towers.

 

Abbiamo intercettato una data che per noi è particolarmente importante per inaugurare la mostra, ossia non l’11 settembre 2011, ma bensì il 15 ottobre, che coincide con il decimo anniversario della rimozione delle rovine delle due torri. Con Fornasari si è lavorato proprio su questo tema, e su ciò che ha preso il posto della rovina, ossia l’immagine. Sono davvero felice di aver realizzato questa mostra proprio con lui, dato che questo mio interesse è nato proprio dalle conversazioni che in questi anni abbiamo fatto insieme. Stiamo preparando da un paio d’anni un saggio proprio su questo tema!

 

Tornando al tema in sé, un altro aspetto che mi affascina è proprio la natura di architettura virtuale della rovina. Cos’è l’architettura, classicamente intesa, se non la combinazione di Utilitas, Firmitas, Venustas? La rovina non è null’altro che un’architettura in cui utilità e struttura vengono meno, rimanendo così una pura bellezza che estranea al discorso temporale: la rovina diventa così una riflessione sul tempo che si cristallizza in un tempo neutro.

 

 

Quali sono i tuoi gusti personali nell'ambito dell'Arte Contemporanea? Concettuale o Neofigurativo?

Attualmente mi sto interessando molto alle manifestazioni dell’arte che cercano di superare il limite del derma come ultimo limite di quel sacchetto di carne che sorregge la nostra coscienza. Dalla stessa sponda, sto avvicinandomi ad alcuni artisti che prendono la morte come tema d’indagine. Tra questi mi piace citare Marcello Mantegazza.

Su altri lidi, mi sto interessando anche a quegli artisti che prendono a spunto alcune tematiche interne al sentire occidentale moderno, come quelle del viaggio o della rovina, di cui sempre Fornasari ha realizzato cose veramente interessanti. Oltre a lui, attualmente mi sto ricominciando ad interessare al lavoro di Oplà+.

 

Quale è il tuo metodo di lavoro? Da dove nasce la tua ispirazione? Come la rendi forma e sostanza?

Banalmente, dall’analisi della realtà.

 

Come potrà evolvere l’Arte Digitale Italiana?

Non ho dati sufficienti per trarre un giudizio netto, ma ho come l’impressione che l’arte digitale si stia sclerotizzando troppo su canoni maturati durante gli anni 80 e 90. Ad ogni modo mi viene da riflettere che se è davvero digitale, non può essere territoriale, quindi l’unico canale di evoluzione è lo scrollarsi di dosso ogni idiosincrasia italiota.

 

Cos’è ALTA ? Quali sono i suoi obiettivi? E le sue attività?

L’idea è per me di vecchia data: fin dai primi anni dell’università mi sono interessato al fenomeno della TransArchitettura, in relazione all’immaginario architettonico che ne derivava, e lo spunto di dare vita ad un’organizzazione mi è stato dato da due amici che con me hanno fondato il gruppo originario, che ho citato sopra. Noi quattro condividiamo l’interesse verso tutte quelle manifestazioni dell’architettura che trascendano la fisicità dei suoi prodotti, insomma degli edifici in senso stretto. In più era nata la volontà di dare maggiore respiro ad un’antica idea dell’Associazione Italiana Transumanista, ossia quello dei Laboratori Transumanisti, che idealmente dovevano essere la struttura “operativa” dell’AIT. Si può dire che ALTA nasce per molteplici ragioni, ed è forse per questo che nonostante molte di queste siano funzionali ad altre situazioni ed altre realtà, è un progetto per noi molto sentito.

 

Per quanto riguarda gli obiettivi, non vorrei che ciò che sto per dire sia una posizione assunta per partito preso, ma non amiamo molto questo termine, “obiettivo”, che è una parola desunta dal gergo militare. Per motivi simili non ci piace neppure parlare di “mission”, che invece proviene dal mondo del marketing. Dimensioni queste che ci sono estranee, perché entrambi in opposizione ad una visione di liberazione dell’immaginario: l’una in senso distruttivo, l’altra in senso manipolatorio. Diciamo che, seppure forse non è una parola che gode oggi di grande popolarità, noi preferiamo utilizzare il termine “progetto”, che deriva anche dalla propensione immaginativa che porta nell’etimo l’idea di “gettarsi avanti”.

Non voglio fuggire dalla tua domanda, ma credo che sia importante distinguere quella che potrebbe apparire come una sfumatura, ma che per noi è invece fondante. Comunque, per tagliare ed andare al nucleo del tuo quesito, i nostri “progetti” girano tutti attorno all’idea di avviare una serie di attività culturali tesi a riflettere sui rapporti tra disciplina architettonica (e la sua evoluzione) e la condizione che a breve potrà definirsi come contemporanea: il Postumano (da cui si nota la nostra discendenza transumanista). La linea di ricerca di ALTA si può infatti riassumere nell’indagine delle possibili sinergie tra gli sviluppi tecnici e artistici dell’architettura e l’evoluzione autodiretta dell’uomo.


Essendo la speculazione teorica sulla dimensione immaginativa ad essere il leit-motiv di ogni discussione inerente al progetto ALTA, ci sentiamo assolutamente slegati da finalità produttive, per quanto invece ci interessino molto quelle operative. Ho utilizzato volontariamente il termine “speculazione”, che fa intendere nell’etimo l’idea di “guardare lontano”, “guardare nel futuro” perché crediamo nella sottrazione e nella riacquisizione di senso tanto dei concetti, quanto degli spazi. Come dicevo, crediamo infatti nella possibilità di un'architettura che trascenda l'artefatto fisico dell'opera, in quanto è proprio questo sublimarsi che rende l’architettura capace di sottrarsi alla “speculazione” intesa come forma utilitaristica e manipolazione di valori monetari.

 

L’edificio più bello e quello più brutto che ti è capitato di vedere…

La così detta “casa sul Tirreno” di Alfiero Antonini, un architetto dalle capacità infinite. Gli edifici brutti sono troppi per essere elencati in realtà, mi verrebbe da citare qualche edificio importante e noto, ma forse il più vergognoso è la stazione delle Ferrovie dello Stato di Roma San Pietro, assolutamente indegna rispetto al ruolo simbolico che dovrebbe ricoprire.

 

Una volta gli architetti, per rendere eterno il loro nome, progettavano cattedrali. Oggi Musei. E domani?

Forse cliniche per terapie di Life Extension, ma spererei università, strade e piazze.

 

Progetti per il Futuro?

Tanti e di diverso genere! Attualmente sto portando avanti principalmente tre progetti, ma si sta lavorando per altri un po’ più distanti. Intanto, un progetto editoriale, portato avanti assieme ad Avanguardia 21, per una collana di libri sul tema della transarchitettura, che prevede sia la pubblicazione di testi inediti, che la traduzione di testi che riteniamo chiave riguardo il tema. Parallelo a questo, una rivista di critica ed architettura, Distinguo, che incentrerà il suo fare su una accuratissima selezione dei contributi.

 

Poi, ovviamente si sta lavorando al proseguimento di Ruins Aren’t Here assieme a Barbara Martusciello. Il prossimo appuntamento sarà tra un tempo piuttosto breve, e la rovina che andremmo ad analizzare sarà qualcosa di inaspettato e potente.

 

Infine, un progetto che avevo abbandonato molto tempo fa per riprenderlo negli ultimi giorni, ossia una monografia sul lavoro di Oplà+.

 

Poi, più in là, con ALTA si stanno preparando altre mostre, conferenze e workshop, ma forse è presto per parlarne!

 

Esiste qualcosa al termine del viaggio chiamato vita?

La morte e la putrescenza.

05/02/2012

Alessio Brugnoli

brugnolialessio@gmail.com

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