La sua passione, nel senso "cristiano" del termine, rappresentata e raccontata attraverso violenti colpi di gessetto, attraverso rielaborazi

Sull'opera di Elisa Rescaldani

Ogni ritratto dipinto con passione è il ritratto dell'artista, e non del modello. Il modello non è che il pretesto. Non è lui ad essere rivelato dal pittore ma è piuttosto il pittore che rivela se stesso sulla tela dipinta.

Oscar Wilde

 

Sarebbero sufficienti queste tre, semplici righe per descrivere, per raccontare il lavoro di Elisa Rescaldani.

Sarebbero sufficienti queste tre, semplici righe per descrivere, per raccontare il lavoro di tutti gli artisti sin dall'alba dei tempi.


Ogni volta che dipinge un quadro, ogni volta che scolpisce un blocco di marmo, ogni volta che congela la realtà con l'obiettivo della sua macchina fotografica, l'artista non fa altro che raccontare se stesso. Il soggetto, il modello, non è che una scusa. Un mero pretesto per parlarci delle proprie angosce, dei propri sogni, delle proprie illusioni, delle proprie disillusioni.


Elisa questo sembra averlo capito benissimo e, con l'impeto con cui da sempre lavora, pare aver deciso di gettarsi a capofitto nella rappresentazione di se stessa, eleggendosi a soggetto della quasi totalità delle sue opere. In un gioco di specchi, spesso violento, talvolta parecchio doloroso, Elisa decide di proiettare se stessa, il suo volto, il suo corpo, la sua anima all'interno del suo lavoro.


La sua passione, nel senso "cristiano" del termine, rappresentata e raccontata attraverso violenti colpi di gessetto, attraverso rielaborazioni fotografiche che ci costringono a guardarla, ad osservarla così come lei vuole che la guardiamo: nuda. Indifesa. In balìa di una vita che, ci sfugge tra le dita giorno dopo giorno. In balìa di una vita che altro non è se non uno spietato conto alla rovescia, una clessidra che comincia a vuotarsi nell'esatto istante in cui emettiamo il nostro primo vagito.

 

Elisa ci racconta la sua città, la sua Milano prigioniera di una perenne cappa di smog, concettualmente ereditata dalla fosca e piovosa metropoli del Blade Runner dickiano, e divenuta realtà all'ombra del Grattacielo Pirelli e delle Torri di Lambrate.
Ci parla della sua vita, delle sue paure, di una giovinezza votata all'autodistruzione perchè tanto, "comunque ti muovi, c'è poco da fare" sembra volerci dire. Osserva con la coda dell'occhio malattie che sono sempre in agguato, spade di Damocle che pendono sopra il suo capo. Sopra il nostro capo. Ci fa notare come bisogni essere coscienti del fatto che, prima o poi, tutti finiamo allo stesso modo, con gli occhi e la bocca cuciti post-mortem per meri motivi estetici, per non turbare gli animi di parenti già fin troppo sconvolti dalla nostra dipartita, perchè "è già difficile, non costringeteci a subire lo spettacolo della deformazione della vostra carcassa. Siate gentili".

 

Nessuno è escluso dal gioco di Elisa. É di noi che ci parla, quando ci parla del suo dolore. É il nostro fallimento che racconta, quando racconta la sua impotenza. Il lavoro di Elisa Rescaldani potrebbe, di primo achitto, apparire morboso. Potrebbe sembrare lezioso. Si potrebbe puntare il dito su Elisa, farle notare che, forse, "si piange un po' addosso", o accuse simili. Sì, è vero, si potrebbe.Si potrebbe se il lavoro di Elisa fosse mera estetica, se fosse esercizio di stile, se fosse facile e scontato, se fosse costruito a tavolino per scandalizzare, per suscitare reazioni forti, o peggio se avesse un intento autocommiserativo. Peccato che le opere di Elisa non siano niente di tutto questo.


Le opere di Elisa non sono altro che la trasposizione su carta, su tela, su cartone, su legno delle paure e delle angosce di una ragazza che, decidendo di mettersi a nudo all'interno delle sue opere, si carica sulle spalle il peso delle sofferenze di un'intera generazione.

 

Novello Gesù Cristo al femminile che si fa carico di una generazione strangolata dalla società dei consumi, una generazione soffocata dai fumi delle industrie e delle automobili, una generazione storpiata dall'impossibilità di realizzare i propri sogni, soggiogata a lavori sottopagati.


Il lavoro di Elisa non vuole piacere. Non vuole essere grazioso, non vuole soddisfare il nostro gusto estetico. Non fa parte di alcuna "polizia dei consumi", non vuole affatto "piacere" nel senso più banale del termine. Astratto? Figurativo? "Chi se ne frega" sembra dire Elisa con i suoi lavori, nell'ostentata volontà a rifuggire quelle griglie, quegli schemi da "giovane artista milanese." Elisa non vuole che a noi piacciano le sue opere. Elisa sembra chiederci una sola cosa. Ma, questa cosa, sembra chiedercela disperatamente. Gridando. Straziandosi. Sanguinando.

 

L'unica cosa che Elisa sembra dirci è PENSATE

 

Elisa Rescaldani
» Vai alla scheda artista di Elisa Rescaldani

29/01/2012

Luca Micieli

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