Nella vita degli imperatori c’è un momento, che segue all’orgoglio per l’ampiezza sterminata dei territori che abbiamo conquistato, alla ma

A Oriente

Città, uomini e Dei sulle Vie della Seta

E’ ormai qualche anno che bazzico il mondo dell’Arte. Ho conosciuto degli idioti colossali, presuntuosi convinti di essere un nuovo Van Gogh o Picasso quando a malapena sapevano tenere il pennello in mano, gente sul viale tramonto con deliri di onnipotenza ed onniscienza, mentecatti esordienti convinti di essere prime donne, ma soprattutto tante persone squisite e geniali.


Ed ho visto centinaia di mostre. Alcune orride, me ne vengono in mente diverse allestite al Complesso del Vittoriano a Roma, altre stranianti, tipo quella di Goya a Palazzo Reale a Milano che, cambiando titolo e non usando il nome del pittore spagnolo come specchietto per le allodole, sarebbe stata splendida. La maggior parte mi han lasciato indifferenti, solo poche mi hanno scavato nel cuore.


Una di queste rare perle è stata A Oriente. Città, uomini e Dei sulle vie della Seta. Mostra che mi ha catapultato tra le pagine di Corte Sconta detta Arcana, in compagnia di Rasputin e Corto Maltese nei meandri dell’Asia o in quelle de le Città Invisibili, ascoltando di soppiatto Marco Polo narrare meraviglie al Gran Khan.


Da dove deriva la poesia di questa mostra? Non dagli oggetti presentati, poiché tranne i due pezzi forti, la Bibbia di Marco Polo e la Carta del Paesaggio mongolo, un rotolo di seta dipinto, lungo oltre 30 metri, che raffigura vividamente luoghi e soggetti rinomati delle Vie della Seta, ossia di un vastissimo territorio esteso dal lembo più occidentale della provincia cinese del Gansu (Cina nord-occidentale) al Mar Rosso, tutti sono normalmente esposti nelle sonnacchiose e polverose vetrine del Museo d’Arte Orientale a Palazzo Brancaccio, sulla Merulana.


La meraviglia è che lo Studio Azzurro che ha curato la mostra, l’ha resa essa stessa opera d’arte. Ciò dipende dall’ambientazione scelta, le sale delle terme di Diocleziano, spesso chiuse al pubblico, dalle architetture sublimi, in cui, in un disordine calcolato si alternano i reperti romani alle opere esposte. Una metafora potente della lotta dell’Uomo contro il Tempo e la malinconia che nasce dalla consapevolezza che questa sia destinata al fallimento.
Come scriveva Italo Calvino


Nella vita degli imperatori c’è un momento, che segue all’orgoglio per l’ampiezza sterminata dei territori che abbiamo conquistato, alla malinconia e al sollievo di sapere che presto rinunceremo a conoscerli e a comprenderli; un senso come di vuoto che ci prende una sera con l’odore degli elefanti dopo la pioggia e della cenere di sandalo che si raffredda nei bracieri; una vertigine che fa tremare i fiumi e le montagne istoriati sulla fulva groppa dei planisferi, arrotola uno sull’altro i dispacci che ci annunciano il franare degli ultimi eserciti nemici di sconfitta in sconfitta, e scrosta la ceralacca dei sigilli di re mai sentiti nominare che implorano la protezione delle nostre armate avanzanti in cambio di tributi annuali in metalli preziosi, pelli conciate e gusci di testuggine; è il momento disperato in cui si scopre che quest’impero che ci era sembrato la somma di tutte le meraviglie è uno sfacelo senza fine né forma, che la sua corruzione è troppo incancrenita perché il nostro scettro possa mettervi riparo, che il trionfo sui sovrani avversari ci ha fatto eredi della loro lunga rovina.


Eppure è nella natura umana non arrendersi, per la consapevolezza che quando il marmo e l’oro diverranno polvere, le storie ed i racconti continueranno ad esistere ed essere narrati.
Ed è questo che fa lo Studio Azzurro, con le sue installazioni multimediali che avvolgono lo spettatore: narra storie, dando corpo, con immagini e voci a nomi magici ed evocativi: Palmira, Tur ‘Abdin, Ctesifonte, Taq-e Bostan, Merv, Samarcanda, Ghazni, Swat, Kucha, Turfan, Dunhuang, Xi’an.
Così il tutto diviene metafora di ciò che siamo, rappresentando un viaggio nello spazio, nel tempo e nel cuore, simile alla vita, che evidenzia la filigrana di un disegno così sottile da sfuggire al morso delle termiti.
Incontriamo visi che all’inizio ci sembrano stranieri e pian piano divengono amici, ci liberiamo della zavorre che ci impediscono di sognare, ci portiamo dietro, nei bauli della nostra anima, i ricordi e le speranze, le nostre vere ricchezze.
Ci guardiamo intorno, temendo o ammirando ciò che ci circonda, e se siamo fortunati, amiamo, donando noi stessi.
Per poi ritrovarci soli dinanzi all’ultima soglia, ignari di ciò che ci aspetta, ma con la consapevolezza che, sempre usando le parole di Calvino,
All'uomo che cavalca lungamente per terreni selvatici viene desiderio d'una città. Finalmente giunge a Isidora, città dove i palazzi hanno scale a chiocciola incrostate di chiocciole marine, dove si fabbricano a regola d'arte cannocchiali e violini, dove quando il forestiero è incerto tra due donne ne incontra sempre una terza, dove le lotte dei galli degenerano in risse sanguinose tra gli scommettitori. A tutte queste cose egli pensava quando desiderava una città. Isidora è dunque la città dei suoi sogni: con una differenza. La città sognata conteneva lui giovane; a Isidora arriva in tarda età. Nella piazza c'è il muretto dei vecchi che guardano passare la gioventù; lui è seduto in fila con loro. I desideri sono già ricordi.

12/12/2011

Alessio Brugnoli

brugnolialessio@gmail.com

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