Anonymous, diretto da Roland Emmerich e con protagonisti Rhys Ifans, Vanessa Redgrave e Rafe Spall

Bella vita di un teatrante.. o forse no ?

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Spesso di Shakespeare si ha un'idea edulcorata, di spirito etereo piuttosto che una persona di carne e di sangue. In realtà il buon vecchio Will fu umano, troppo umano. Una volta, al Festival d'Edimburgo, mi capitò di assistere ad una commedia di Emlyn Williams, dal titolo Spring 1600. Narrava la storia di Richard Burbage, nome che tornerà spesso, uno degli attori preferiti di Shakespeare, rappresentato come un tipo rozzo e impulsivo, ma dal cuore d'oro, e di sua moglie.

 

La loro casa è nella zona meridionale di Londra, dove si sta edificando il Globe Theater, il teatro in cui Richard , negli anni a venire, dovrà recitare per la prima volta i ruoli di Amleto, di Re Lear , di Otello, di Macbeth. Nella primavera del 1600, questo appartiene ancora al futuro; lui e Shakespeare hanno appena avuto successo con Enrico V e si stanno preparando per la Dodicesima Notte.

 

Will non appare mai in scena, troppo occupato nello scrivere, nel controllare i lavori di costruzione del teatro e nel cercare la protezione della regina. In casa dell'attore si riversano tutti gli altri membri della compagnia, un branco di tizi strani, turbolenti ed indisciplinati, tenuti insieme solo dal rispetto per il buon senso della signora Burbage e per il genio di Shakespeare.

 

L'ultimo atto descrive l'inaugurazione del Globe con la prima della Dodicesima Notte. Lo spettatore immagina solo lo spettacolo, perché ciò che ci appare davanti sono solo le improvvisazioni, i timori e le speranze che si nascondono dietro le quinte. Nell'ultima scena, finito la commedia, fuggiti attori e pubblico, Burbage raggiunge il Globe, buio e silenzioso, per rilassarsi e meditare. Gli è vicina la moglie , che gli chiede

 

"Stai ascoltando qualcosa?".

"", risponde Richard

"I sussurri dell' immortalità".

 

Nonostante la retorica e gli anacronismi, questa commedia descrive lo strano mondo in cui nacque il dramma elisabettiano, in una strana città, circondata su tre lati da mura alte e profonde, piene di torrette e di bastioni, con sette porte. Il Tamigi la carezzava. Fiume acre e velenoso. Le fogne vi vuotavano i propri liquami e le carogne danzavano sulla sua superficie, ma tra le acque abitavano ancora branchi di pesci e vi sciamavano i cigni. Grandi scalinate univano i palazzi dei nobili alla riva e battellieri correvano da una sponda all'altra.

 

Il fiume era un'arteria argentea e silenziosa. Dalle navi, oltre le file di magioni che si aggrappavano ai suoi bordi, vi erano infiniti cottage, gli uni stretti agli altri, come giovani amanti. I loro abbaini e le guglie di gotico fiammeggiante erano irte come canneti. Con un'unica campata London Bridge traversava il Tamigi. I suoi piloni adornati dalle teste dei criminali giustiziati. Sulle sue venti arcate sorgevano case, che gli davano l'aspetto di una comune via, più che di un ponte.

 

I commercianti vi abitavano, esponendo al primo piano le loro mercanzie, lungo un transito più stretto di due carrozze. Vi avevano i loro negozi i fabbricanti di spille che costituivano la maggiore attrazione con i loro canti e le loro imprecazioni. Attraverso tre slarghi tra le case, l'illusione finiva e i pedoni tornavano a vedere il loro fiume, che lottava con i frangiflutti di legno. Al decimo pilone, Great Pier, la struttura a losanga faceva da piattaforma, quando la marea scendeva si poteva accedere ad una scala a chiocciola di pietra, che portava alla cappella di San Thomas, dalle colonne polistile e dalle grandi finestre. Una volta vi si cantavano i salmi; all'epoca non era che un magazzino di lane.

 

Ad ovest, la cattedrale di San Paolo, che faceva sfigurare il resto della città. Con la guglia distrutta da un fulmine, la sua navata centrale, la passeggiata di Duke Humphrey, ribolliva di vita. Appoggiati alle colonne, avvocati litigavano con i clienti. Servi disoccupati cercavano padrone. Tagliaborse svolgevano il loro mestiere ed alla luce delle candele si incontravano amanti. I fattorini correvano sui pavimenti di marmi, utilizzando la cattedrale come scorciatoia per Fleet Street. Ogni tanto passava un mulo o un cavallo, mentre nel coro si cantavano salmi.

 

La domenica mattina, nel camposanto della chiesa, i predicatori tuonavano contro il peccato e il teatro dalla croce istoriata di San Paolo. Tutte intorno, botteghe di libri. All'insegna del Red Lion, del White Horse o del Black Boy erano in vendita gli ultimi sermoni e le nuove opere teatrali. Li passeggiava Shakespeare, scrutando le pagine e contrattando sul prezzo, per decidere quale volume portarsi nelle sue stanze di Cripplegate.

 

A est minacciosa s'ergeva la Torre di Londra. Cupa, con il fossato su tre lati, il ponte levatoio e la White Tower, il mastio su cui si aggrappavano le torri infime. Fortezza. Prigione. Zecca. Armeria. Archivio. Troppe funzioni per un unico luogo. A volte vi ci celebravano matrimoni e la domenica i gitanti potevano visitate il suo zoo. Pochi animali c'erano. Una coppia di leoni. Una tigre. Una lince. Qualche lupo troppo vecchio. Aquile, tassi e istrici.

 

La calce per costruirla fu temperata con il sangue di animali, narrano i monaci, ma molto di quello umano fu versato nella Bloody Tower. Qui le guardie conducevano i prigionieri attraverso il canale coperto che passa sotto la banchina della torre. L'ingresso chiamato Porta dei Traditori. Impassibile, li osservava un cannone. Dietro la fortezza, a Tower Hill, si trovavano la forca ed il patibolo.

 

Ma la città non finiva così. Il castello di Lancaster, dove abitava Essex, che pagò con la vita la sua ambizione. Dinanzi, sulla collina di Cornhill, la Borsa, che Gresham copiò da quella d'Anversa costruendo un quadrato con due enormi arcate d'ingresso a nord e a sud. All'interno un chiostro dove si allineavano negozi su due piani. Vagavano i mercanti tra armature, trappole per topi, gioielli, calzascarpe e merce d'ogni tipo. A mezzogiorno ed alle sei, la grande campana li chiamava a raccolta, per concludere i loro affari.

 

Lì vicino, non lontano da Ely Place e dai suoi giardini ricchi di fragole, si trovavano i bordelli di Clerkenwell, frequentati dagli studenti perditempo dei colleghi degli avvocati. Le Inn of Court. Durante le feste natalizie gli studenti cantavano i loro omaggi a Luce Morgan e alle sue ragazze. Luce, la dama bruna, nei suoi giorni migliori era stata una dama di compagnia della regina. Amante di Essex era caduta in disgrazia. Aveva salvato la testa dal boia, ma non i suoi beni. Per vivere aprì un bordello a Saint John Street a Clerkenwell e qui commerciava in lussuria e lucroso malaffare. Ma la concorrenza era molta.

 

A Wapping, ad est dell'ospedale di Santa Caterina, dove il Tamigi toccava il punto più basso, nel luogo dove i pirati giustiziati venivano lasciati appesi finché la marea non li avesse baciati tre volte, correvano cottage e piccole case d'affitto, che nascondevano casamenti popolari costruiti di legno, fango e malta, che si allargavano fin sopra le stalle, tra spacci di birra e campi di bocce.

 

Qui i vicoli erano troppo stretti per la luce e per le carrozze. I rifiuti si accumulavano e l'urina e gli escrementi intasavano i canali di scolo. A Moorfields e Finsbury Fields si trovavano troppo spesso carogne e cadaveri abbandonati e ancor più dietro vi era il mattatoio di Saint Nicholas- within-Newgate, da cui si poteva vedere il palazzo reale. Qui il sangue putrefatto e gli scarti ingrassavano i corvi, specie protetta e ancor più numerosa dei cigni. Di lato, il mercato di pollame di Scalding Alley, perennemente vivo, la cui confusione impediva di dormire e l'odore dei suoi girarrosti di digiunare.

 

Eppure, nonostante il sovraffollamento, la sporcizia, i ratti e il tanfo, fiori e giardini ornavano questa strana città. Negli interstizi degli argini affondavano radici i radicchi selvatici e potevano essere colti quando la marea fuggiva. Querce secolari crescevano lungo le mura. In Pope Lane, salici e frassini abbracciavano la chiesa di Sant'Anna. Nei sagrati dei monasteri disciolti le donne coglievano rape. I trifogli crescevano lungo i mattoni di Liver Lane. E l'edera si arrampicava sul muro del vicolo della cancelleria e all'abbazia di Westminster copriva la porta che collegava la tomba di Chaucer al vecchio palazzo.

 

Soltanto in questa folle città dai grandi contrasti, un drammaturgo di genio avrebbe potuto far carriera. Per l'ambiente e soprattutto per i teatri. La costruzione del primo teatro fu merito di James Burbage, papà di Richard e fratello di William, inquilino non troppo zelante nei pagamenti del papà di Shakespeare. James era un falegname testardo e poco socievole, non troppo portato per gli affari. Per guadagnare qualche soldo mollò seghe e pialle per diventare attore. Abbastanza bravo, decise di non invecchiare sotto la pioggia ad inseguire il pubblico per borghi e locande. Avrebbe fatto in modo che questo fosse venuto da lui, in un edificio destinato soltanto a spettacoli teatrali.

 

Nel 1576 con 100 sterline, chiese un prestito al cognato, il benestante droghiere John Brayne, che in vecchiaia aveva deciso di investire tutto in locande. Aveva già comprato la Red Lion e per guadagnarci, risparmiava sulla qualità della birra. John, invece di mandare al diavolo il cognato scavezzacollo e girovago, lo assecondò. Trovato il capitale, mancava il luogo.

 

Barbage abitava nei sobborghi settentrionali di Londra ed essendosi impigrito, non voleva allontanarsi troppo da casa. Fissò gli occhi su un fondo libero chiamato Halliwell, che faceva parte della parrocchia di Saint Leonard a Shoreditch e distava solo mezzo miglio dalla porta di Bishopgate. Il fondo, che prendeva nome da un antico pozzo sacro che si era ridotto ad un abbeveratoio per cavalli, apparteneva ad un disciolto convento benedettino. La proprietà era quindi sotto la giurisdizione della corona. Il terreno era occupato solo da alcune case cadenti, da orti e da un granaio in rovina. Qui, di notte, come ladri, tra le case ed il muro di cinta, gli operai di Burbage cominciarono a costruire il Theatre.

 

Verso ovest l'edificio era circondato da un fossato, che una volta brulicava di pesci, ma era diventato il regno di ratti e bacilli. Siccome Burbage non era riuscito ad ottenere l'accesso dal vicolo principale, chi andava al suo teatro doveva attraversare i campi ed entrare in una porta nel muro del convento. E gli spettatori non erano molto contenti di inzaccherarsi.

 

Un secondo teatro seguì a ruota, fondato da Henry Lanman, appassionato più di scherma che di recitazione. Il Curtain che aprì pochi mesi dopo, nell'inverno del 1577. La distanza dal Theatre era di un centinaio di passi. E gli orari sfalsati. Si poteva facilmente passare da uno spettacolo all'altro, se il primo non soddisfaceva. La presenza di ben due teatri nella capitale fece presagire ai noiosi puritani, che non sapevano godere delle cose buone della vita, l'imminente trionfo di Sodoma e fece la fortuna di parecchi predicatori specializzati nei toni apocalittici.

 

La concorrenza tra i due teatri fu minima, dato che i proprietari decisero di accordarsi in un regime di duopolio. La compagnia del Lord Ciambellano, quella di Shakespeare, recitò in entrambi. Ad esempio la prima di Romeo e Giulietta o l'Enrico V ( questa O di legno) fu al Curtain.

 

Questi erano i primordi, l'origine della specie. A poco a poco il centro di gravità degli attori si spostò nel Surrey, dall'altra riva del fiume. Lì le case costavano poco e molti teatranti vi abitavano. Poi il luogo era già ben attrezzato per ricevere chi amava i divertimenti.

 

Il grande prato era adatto ai ricevimenti all'aperto e offriva uno spazio aperto agli sportivi. Chi correva. Chi lottava. Chi giocava a pallacorda o a bocce. Qualche ostinato conservatore si divertiva ancora a tirare con l'arco. Ma normalmente i gitanti, alieni dalla mens sana in corpore sano, si limitavano a ballare intorno al maio, far danzare le lenzuola in qualche bordello, ubriacarsi in una taverna o giocare d'azzardo. A fine serata, prima che si accendessero le candele, si potevano osservare gli orsi Gorge Stone e Harry Hunks combattere con feroci mastini in arene improvvisate.

 

Il primo teatro a sud del fiume fu il Newington Butt, che sorgeva al bivio in cui le strade per Camberwell e Clapham si fondevano in una, circondata dai ponticelli di terra su venivano posti i bersagli per gli arcieri. La loro pessima mira non ispirava entusiasmo per andare a vedere gli spettacoli. Il teatro fu un riadattamenti di un vecchio edificio procedente, opera di Jerome Savane, pessimo primo attore della compagnia del conte di Warwick, più portata agli spettacoli circensi che alle tragedie ed alle commedie. Non ebbe mai molto successo e in pochi anni chiuse.

Subito dopo fu il turno del droghiere John Cholmley e del vecchio ed artritico attore Philip Henslowe che truffarono le vedove Rose Alley e Maiden Lane. Dissero di voler costruire nel loro giardino di rose un ospizio per poveri. Le vecchiette accettarono. E si trovarono il Rose dinanzi alle loro casa. Qui un teatro non sarebbe sicuramente fallito, essendo vicino ai bordelli e facilmente raggiungibile dalla città. Il 19 febbraio del 1592 lo inaugurò la compagnia di Lord Strange, il cui primo attore Edward Alleyn, insieme con Thomas Kempe, era il rivale più temuto da Richard Burbage. Fortunatamente Kempe che senza teatro sarebbe finito in pasto ai corvi, militava nella compagnia di Burbage.

 

Alleyn minuto, con la voce possente ed il procedere saltellante ipnotizzava le platee. Ad un certo punto si innamorò della figlia di Henslowe, che lo convinse come il commerciar lana e spezie fosse più redditizio e dignitoso del vestire i panni di folli principi danesi, di gelosi ammiragli mori o assassini scozzesi. Henslowe guadagnò un bravo genero, ma perse molto del pubblico pagante. Non fu molto soddisfatto dello scambio.

 

Accanto all'ormeggio dell'imbarcazione reale vi era lo Swan. A differenza degli altri teatri, rientrava nella zona della City. Quando Francio Langley, merciaio e strozzino, cominciò i lavori, il Lord Mayor protestò vivamente, cercando di farlo arrestare. Non riuscì a far nulla, poiché l'astuto Langley si impadronì senza permesso dei beni del disciolto monastero di Bermondsey, di competenza della corona. Ed Elisabetta, dietro congrua donazione alle sue casse, chiuse un occhio.

 

Nel 1597 la situazione cambiò; il 13 aprile, giornata uggiosa, scadde il contratto di James Burbage con il Theatre, casa della compagnia di Shakespeare. Cominciarono le trattative con il proprietario del terreno, Giles Allen. Per un certo tempo sembrò che si potesse raggiungere un compromesso. Burbage, anche definendo in maniera poco elegante la madre di Allen, accettò di pagare un affitto più alto e di cedergli completamente la proprietà del teatro.

 

Allen non si contentò, pretendendo di poter convertire il Theatre a suo piacere dopo un periodo di solo cinque anni. A questo punto Burbage, dopo una congrua dose di insulti, si impuntò e per prudenza si mise a cercare un altro terreno per il suo teatro. Pensò di averlo trovato nel vecchio refettorio del disciolto monastero di Blackfriars, che pur trovandosi dentro la cerchia delle mura cittadine, era sotto il controllo della corona e non dei consiglieri comunali e del Lord Mayor. Pagata la relativa tangente, non ci sarebbe stato alcun problema. Seicento sterline per l'acquisto. Quattrocento per la regina. Cento per i lavori di ristrutturazione.

 

Ma non si erano fatti i conti con i vicini di casa. Gli aristocratici residenti nel distretto tanto alla moda, poco democratici e molto amanti della quiete, allarmati dalla prospettiva di trovare un volgare teatro accanto alle loro case, protestarono. Ed Elisabetta, che tanto amava il denaro, rinunciò a malincuore alla bustarella e diede ordine di bloccare i lavori.

 

Le disgrazie non capitano mai da sole. Il 28 gennaio 1597, giornata gelida, James Burbage morì. Arrivò Aprile senza un nuovo contratto. La stagione teatrale era cominciata. I concorrenti si arricchivano, mentre i risparmi della compagnia del lord Ciambellano si avvicinavano pericolosamente allo zero. Kempe aveva cercato di accoltellare Allen. Per fortuna di entrambi, colpì un'altra persona.

 

A luglio, in reazione allo scandalo provocato dalla rappresentazione al Swan dell'opera ritenuta sediziosa Isle of Dogs, in cui si sfotteva ferocemente la moralità della corona, Elisabetta, esasperata dalle critiche e dai lazzi e dagli inviti a trovarsi un marito, approvò la petizione del consiglio comunale di Londra per la definitiva soppressione delle rappresentazioni teatrali ed ordinò la demolizione dei teatri presenti.

 

Fortunatamente, eseguita la pubblica fustigazione di Heartlist, autore della farsa, la rabbia reale sbollì e le compagnie teatrali ricominciarono a fare affari. Dopo che una freccia, partita casualmente dalla balestra di Kempe, si conficcò poco sopra il berretto di Allen, il proprietario del terreno permise alla compagnia del Lord Ciambellano di recitare al Theatre. A malincuore, alla fine dell'anno gli attori dovettero trasferirsi al Curtain.

 

Qualche sera, William, preso dalla malinconia, passeggiava nel buio silenzioso e nell'immensa solitudine del teatro abbandonato. Era compito del figlio minore di Burbage, Cuthbert che essendo totalmente negato per la recitazione e per la poesia, si dedicava a tenere in ordine i conti della compagnia, riprendere le contrattazioni con un padrone avaro che per di più, si era appena convertito al puritanesimo.

 

Quando Allen arrivo in città, accompagnato da quattro armigeri, per non far venire altre strane idee a Kempe, e prese alloggio al George Inn di Shoreditch, come faceva tutte le volte in cui veniva a riscuotere l'affitto, Cuthbert lo implorò di accordare loro un nuovo contratto. Si arrese ad uno degno di uno strozzino, per vedersi rifiutare il fratello Richard come garante, solo perché attore.

 

Convinto che i diritti e gli interessi del Theatre fossero per legge e per coscienza in suo possesso, Allen fece i preparativi per demolirlo e per convertire a miglior uso il suo legno, ossia utilizzarlo per la costruzione di una sala di preghiera puritana. La notizia giunse alle orecchie della compagnia di Lord Ciambellano, gettando tutti nel panico.

 

Kempe aveva raccolto tutti gli attori con spade, pugnali, asce e roncole, per organizzare una spedizione punitiva nei confronti del Gorge Inn, che secondo i suoi propositi, sarebbe culminata con l'incendio della taverna ed il linciaggio di Allen e dei suoi accoliti. I fratelli Burbage cercavano con poco impegno di calmare le acque. William giocava con la penna del suo cappello. Si grattò il mento. E gridò la sua idea.

 

Aspettarono il 28 dicembre 1598, il giorno in cui Allen ebbe lasciata la città. Calata l'oscurità , un gruppo di persone molto decise si radunò dinanzi al Theatre. Entrarono. Malmenarono un gruppo di puritani che discutevano della peccaminosità delle commedie. Dissiparono le loro proteste con un paio di calcioni ben assestati da Kempe. E cominciarono a smantellare il Theatre. Azione permessa da una clausola in piccolo del contratto, aggiunta in nota da Burbage padre.

 

Una volta smontate, le onorate impalcature del Theatre furono trasportate da questi uomini sediziosi e privi di timor di Dio, così furono definiti in un sermone nella domenica seguente, dall'altra parte del fiume nel Bankside, dove costruirono un nuovo teatro, il più splendido che Londra avesse mai visto e lo chiamarono Globe.

 

Lo costruirono sugli orti e terreni della parrocchia di Saint Savour, dove il pastore, cripto cattolico, era un accanito spettatore di tragedie e commedie, nelle vicinanze del Rose e del giardino degli orsi e della bella e grande chiesa di Saint Mary Overy, ad ovest del Dead Man's Place, dalla parte sud del vecchio Maiden Lane. Strada lunga e desolata, con un canale su ambo i lati e piccoli ponti per raggiungere case malmesse, che avevano sul davanti piccoli orti.

 

Mentre i congiurati controllavano l'andamento dei lavori, Allen non rimase con le mani in mano. Fece causa al Queen's Bench, contro i Burbage, richiedendo ottocento sterline per i danni, una somma che includeva settecento sterline per il Theatre e quaranta per aver calpestato l'erba. Le sessanta rimanenti riguardavano un piccolo malinteso di Kempe con una sua parente, che poi sposò.

 

Tra l'altro Allen accusò i Burbage di non aver speso le duecento sterline specificate in un'altra clausola microscopica per i miglioramenti delle case d'affitto che sorgevano sulla proprietà. Ma la vista di Curthbert era migliore. Commissionò ad un esperto artigiano un sopraluogo prima e dopo, come prova delle riparazioni fatte e della costruzione di nuove case. Alla fine la compagnia di Lord Ciambellano vinse la causa. E se ne accorsero tutte le osterie di Londra. Il giorno dopo ci fu l'inaugurazione, con la rappresentazione del Giulio Cesare.

 

La presenza del nuovo concorrente fu avvertita soprattutto dal Rose. Benché fosse stato costruito appena dodici anni prima, il teatro era caduto in grande rovina. Privo del suo mattatore Alleyn, non attirava il pubblico quando il tempo era cattivo, a causa della geniale idea di costruirlo in mezzo alla palude. L'estate era il regno delle zanzare.

 

La compagnia del Lord Ammiraglio era in crisi nera. Andarono a piagnucolare da Alleyn. Appesantito. Con otto figlie femmine e troppi capelli bianchi, aveva scoperto un inaspettato, ma fruttuoso talento per gli affari. Si definiva felice, ma la nostalgia del palcoscenico gli consumava l'anima. Guardò i suoi vecchi compagni. E prese una decisione.

 

Il Rose fu abbandonato. Senza troppi rimpianti. Alleyn, con la costernazione della moglie, affittò un terreno sull'altra sponda del Tamigi, vicino ai campi di Saint Giles fuori la porta di Cripplegate, a Finsbury. Un distretto indipendente in via di sviluppo, dai costi bassi e al di fuori della giurisdizione municipale e delle loro strane idee. Nacque il Fortune. Complessivamente fu un buon affare. La signora Alleyn sopportò tutto ciò con malagrazia, fino alla scoperta che gli attori potevano anche essere ottimi generi.

 

Intanto, la compagnia di Lord Ciambellano si strutturò come una società per azioni, in cui tutti gli attori condivisero le spese della costruzione e della gestione del Globe e i futuri profitti. L'idea fu di Kempe. Gli altri inizialmente furono scettici. Ci volle le minacce dell'attore e le blandizie di Will per convincerli. Fu una scommessa vincente. I guadagni dei soci furono smodati. Negli anni in cui infieriva la peste, raggiungevano le 1000 sterline annue, più della rendita di qualsiasi Lord.

 

I Burbage semplicemente ampliarono il loro giro d'affari, investendo nel commercio delle spezie, nei prestiti alla corona e nella tratta degli schiavi, diventando gli uomini più ricchi d'Inghilterra. Kempe, dopo un paio di tentativi malriusciti di dissipare tutto, non avendo abbastanza fantasia su come spendere i soldi, decise di far curare i suoi interessi ai suoi amici. E si ritrovò ad essere proprio la categoria d'uomo che aveva più disprezzato. Un borghese gentiluomo dal forziere pieno d'oro. Will voleva togliersi un po' di sassolini dalle scarpe. In pratica si comprò mezza Stratford ed un stemma araldico, vecchia ambizione del padre.

 

Passavano i giorni. La vita della compagnia continuava tranquilla, con Will che si dannava l'anima per scrivere due nuove opere l'anno ed attirare così il pubblico pagante, mentre grandi eventi avevano luogo sulla scena nazionale. Lentamente, ma inesorabilmente la regina declinava. Aveva governato per mezzo secolo e la maggior parte dei suoi sudditi non aveva conosciuto altro sovrano. Pareva immortale.

 

Ma è il tempo è inesorabile anche per i ricchi ed i potenti. Con l'approssimarsi della fine cadde preda di un'ottusa pesantezza e di una grande irritabilità. In poche parole di tutte le infermità ed i difetti della vecchiaia. Il notorio caratteraccio peggiorò sempre di più. Per estrarle dal dito la fede che simboleggiava il suo matrimonio con l'Inghilterra la si dovette limare. I suoi attendenti non riuscivano a sfilarla, per quanto era penetrata nella carne.

 

La Compagnia di Lord Ciambellano recitò per l'ultima volta alla sua presenza il 2 febbraio 1603. Elisabetta si annoiò parecchio. A differenza dei suoi sudditi, non riusciva ad apprezzare molto l'Amleto. Se fosse stato Claudio, avrebbe fatto decapitare l'irritante nipote prima della fine del secondo atto. Assistette a tutta la recita in piedi, rifiutando di sedere per la paura di non riuscire più ad alzarsi, circondata dai suoi ministri che si accalcavano come corvi ed avvoltoi per conoscere il nome del suo successore. Aspettò la fine della commedia. Applaudì svogliatamente. Gli attori fecero la riverenza. Tranne Will e Kempe, che, da papisti dichiarati, la consideravano un'eresiarca destinata all'inferno. Si avvicinò a Cecil, bisbigliando:

 

"Voglio che sia un re a succedermi e non può essere altri che il mio parente, il re di Scozia"

 

Il 24 marzo Elisabetta morì ed il consiglio privato proclamò immediatamente l'ascesa al trono di Giacomo IV di Scozia, il figlio di Maria Stuarda, con il nome di Giacomo I d'Inghilterra. Sir Robert Carey montò a cavallo e andò a portare la notizia ad Edimburgo. Cominciava la dinastia Stuart. A Londra i fuochi illuminavano le strade. Will festeggiò con la più grande sbornia della sua vita, per poi cominciare a buttar giù il Macbeth. Il popolo ringraziava Dio che il mutamento fosse stato pacifico e la nobiltà non si fosse dedicata al suo antico sport della guerra civile.

 

Ognuno degli attori del Globe aveva le sue fisime. Will amava circondare di mistero il suo passato. Ad esempio non aveva mai spiegato a nessuno come e quando avesse imparato l'italiano. Oppure chi fosse la misteriosa amante a cui avesse dedicato le sue poesie. O come potesse voler bene alla sua acida e bisbetica moglie.

 

Burbage durante la stagione teatrale si trasformava in un accanito misogino, convinto che la vicinanza delle donne al palcoscenico portasse sfortuna. Arrivava ad imporre la castità ai suoi colleghi prima delle recite. Kempe raccontava di essere amico d'infanzia di Giacomo Stuart. Cosa a cui nessuno dava credito e che era diventata la barzelletta dell'ambiente teatrale londinese.

 

Il 17 maggio 1603 le guardie reali entrarono al Globe. Immaginando l'azione come frutto di qualche petizione puritana, Burbage andò ad aprire i forzieri. Fu fermato. Un uomo dagli abiti ricchi entrò. Gli armigeri si inchinarono. Will era sbiancato. L'uomo corse ad abbracciare Kempe. Cominciarono a chiacchierare in scozzese. Qualche attore svenne.

 

Due giorni dopo, Lord Cecil, segretario del sigillo reale, comunicò a Burbage di cambiare nome alla compagnia. Da uomini del Lord Ciambellano sarebbero diventati uomini del Re, membri della corte. E qualsiasi Lord Mayor o consigliere comunale di Londra che avesse avuto a ridire sulle opere teatrali sarebbe stato adeguatamente decapitato. Kempe, dopo aver avuto l'onere della ricchezza, ebbe anche quello della nobiltà. Fu nominato Lord e costretto a tenere un contegno più civile.

 

Shakespeare decise subito dopo di traslocare dalla bettola in cui viveva per andare in una casa più adatta ad un gentiluomo. Affittò una stanza dal fabbricante di parrucche ugonotto Christopher Mountjoy, nel rione di Cripplegate. I Burbage definivano i Mountjoy come brave persone, un poco eccentriche. Kempe affermava che fossero matti come cavalli. La verità, come sempre, era nel mezzo. Probabilmente le loro dispute familiari sarebbero parse strane ed incomprensibili in qualsiasi luogo e tempo.

 

Will si divertiva ad assistere alle loro discussioni e baruffe; spesso si arrampicava sugli abbaini a godersi il cielo o a tirare i sassi alla vecchia casa in legno ed in pietra dei Nevel. Quando l'aria diventava troppo pesante ed i piatti volavano, trovava una scusa per fuggirsene lungo Silver Street, vagabondando per la piazza davanti Saint Olave, dove avevano sede le varie corporazioni cittadine. I cerusichi. I merciai. I candelai. Vi avevano poi gli ospizi in cui trovavano vitto ed alloggio i loro membri anziani.

 

Pochi passi e si trovava nel palazzo dei Burbage, sempre impegnati a contar monete. Oppure a bere vin di Spagna nei saloni di Kempe, che aveva deciso di mettersi a studiare greco e latino. Una passeggiatina e si poteva recare dai suoi amici attori Heminges e Condell, che abitavano proprio lì accanto, nella parrocchia di Saint Mary, Aldermanbury. Dato che come diceva Kempe, nulla è più semplice a comprarsi della rispettabilità, i tanto disprezzati istrioni erano stati improvvisamente nominati colonne della comunità. Condell, miscredente dichiarato, si era trovato membro del consiglio ecclesiastico. Hemigens, più volte arrestato per rissa, fabbriciere aggiunto, con il compito di tutelare l'ordine pubblico.

 

Mentre ascoltava lo strano bisbiglio e ronzio, quel passo di passi leggeri e parole sussurrate, il tenue boato o l'udibile bisbiglio dell'umanità, Will ebbe un'idea. L'avventura della costruzione del Globe aveva avuto un piccolo strascico. Il Blackfriars. Cuthbert e Richard avevano provato in ogni modo a liberarsene, a costo di venderlo a sottocosto. Il che per loro era peggio che cedere una libbra della propria carne. Nessuno lo voleva.

 

Alla fine, disperati, l'avevano concessa in affitto per la cifra simbolica di una sterlina l'anno a Henry Evans, uno scrivano gallese autoproclamatosi direttore e imprenditore delle compagnie teatrali di fanciulli. Evans usava il Blackfriars come vetrina per i suoi ragazzi. Will, che ne era accanito sostenitore, si divertì a citarla nell'Amleto. La covata dei falchetti.

 

La loro fu una storia tumultuosa. I ragazzi del Blackfriars causarono più volte l'indignazione dell'autorità, finché Giacomo I propose una scelta ad Evans. O la chiusura o la sua testa. La decisione fu rapida. E i Burbage si ritrovarono il carrozzone sulle spalle. Will propose di trasformarlo nel secondo teatro della compagnia, finanziato da Kempe. Nell'autunno del 1609, gli uomini del re avevano probabilmente iniziato la loro attività nella nuova sede nel cuore di Londra, a meno di trecento metri da Saint Paul.

 

Paragonato al Globe, Blackfriars era un teatro ridotto, quasi intimo. Il vecchio James Burbage aveva trasformato in teatro la camera del consiglio del monastero superiore. Un auditorium rettangolare di circa 14 metri di larghezza e 20 di lunghezza. Ad una delle sue estremità, la meno luminosa, la parte riservata ai camerini si estendeva per l'intera larghezza della sala e tre palchi situati nella parte superiore della facciata venivano utilizzati come orchestra, come palchi d'onore o, in casi d'emergenza, in palcoscenico rialzato.

 

La scena era illuminata da candelabri che pendevano dal soffitto. Un chiarore soffuso si diffondeva la sera, durante le rappresentazioni. La sala poteva contenere 700 spettatori, contro i 3000 del Globe. Tutto il pubblico, in platea come sui palchi, in galleria come sul palcoscenico, aveva posto a sedere e questo privilegio veniva pagato sei volte più dell'ingresso al teatro di Bankside. In questa atmosfera scintillante ed attutita, gli attori si rivolgevano ad un pubblico sofisticato, che aveva qualche difficoltà a capire l'Amleto ed il Re Lear, piuttosto che una massa eterogenea, confusionaria ed appassionata che bazzicava il Globe.

 

Un teatro intimo, da dove era scomparsa la cagnara indomabile degli spettatori da un penny, che manifestavano a sassate la loro disapprovazione, invitava a creare scene intime. Il sentimento predominava sulla passione. Il pastello prendeva il posto delle ombre e delle luci. Era tempo per la vecchia generazione di andarsene in pensione. Il Globe bruciò il 29 giugno 1613. Kempe lo ricostruì l'anno dopo, in mattoni. Poi morì. Tre anni dopo lo seguì il suo amico Will.

 

Questa è la storia, così come ci viene propinata…. Ma se non fosse andata così? Se Shakespeare fosse stato soltanto il prestanome di qualcun altro, a cui il fato o il nome impediva d'essere attore di teatro?

 

Anonymous, diretto da Roland Emmerich e con protagonisti Rhys Ifans, Vanessa Redgrave e Rafe Spall è basato su questa ipotesi attribuendo le opere del drammaturgo ad un aristocratico elisabettiano, Edward de Vere, diciassettesimo conte di Oxford.

 

Quale sarà la verità?

16/11/2011

Alessio Brugnoli

brugnolialessio@gmail.com

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