Ingranaggi che ci suggeriscono l’idea di un mondo ordinato e comprensibile, in cui gli sforzi e le azioni del singolo non si perdono in un

Marcello Toma il visionario Steampunk

Negli ultimi mesi, il genere letterario e artistico Steampunk sta avendo in Italia una forte diffusione: si pubblicano saggi e romanzi sul tema, nascono siti e community legate alla sua subcultura, artisti di varia estrazione vi traggono ispirazione.

Ciò ha rianimato un dibattito che, bene o male, è antico quanto la critica stessa, sulla natura e sui limiti del genere.

Per alcuni, la sua essenza è la tecnologia anacronistica, riassumibile nello slogan: Come sarebbe stato il passato se il futuro fosse accaduto prima.

Il che, però, ne limita il perimetro ad una brutta copia del Cyberpunk, l’analisi distopica degli effetti della rivoluzione informatica nella vita quotidiana privilegiando, di fatto, la componente Steam del genere.

Per altri, che ne ricollegano l’origine alla new wave britannica, l’essenza è nello spirito ribelle e dissacratore dei miti dell’Ottocento. In pratica, per costoro, predomina la componente Punk.

 

Personalmente, entrambe le posizioni, anche se ben argomentate dai loro sostenitori, mi lasciano insoddisfatto: proprio perché le ritengo parzialmente vere, le trovo però incomplete.

 

Se dovessi definire io lo Steampunk, mi porrei in un’ottica diversa: lo chiamerei il recupero dialettico del rapporto con il Positivismo ottocentesco.

Filosofia di certezze, convinta che il Progresso fosse sempre benefico, che l’applicazione universale del metodo scientifico fosse risolutiva dei problemi e che Cosmo, Uomo e Società fossero entità semplici e conoscibili, il cui comportamento fosse perfettamente modellizzabile e prevedibile a priori.

 

In pratica, delle grandi macchine, degli Engine, di cui si poteva controllare e gestire senza problemi e conseguenze il comportamento.

Il Novecento ha svelato con il sangue e con la ricerca l’infondatezza di tali illusioni: Il Cosmo pare sempre più complesso e capace di meravigliarci, basti pensare a quanto successo con il neutrino, e l’Uomo è sempre più imperscrutabile.

 

Lo Steampunk è il tentativo intellettuale ed artistico di riallacciarsi alle illusioni ottocentesche: confrontare il Presente con le idee forti del Passato, nella speranza che possano suggerirci dei fondamenti ontologici su cui costruire la nostra vita, non con l’entusiasmo del neofita, ma con il disincanto del reduce, di colui che ne riconosce contraddizioni e fallimenti.

 

Sotto quest’ottica, Marcello Toma è il pittore steampunk per eccellenza. Nelle sue visioni, le chiamo così, invece che quadri, per lo straniamento che generano nell’osservatore, simile a quello del sublime kantiano, Marcello evita accuratamente sia la retorica delle macchine di Babbage sia quella dei corsetti e sottovesti a brandelli, o completi vittoriani con occhiali di protezione e stivali con fibbie a suola larga.

 

Si concentra invece su quella che è l’essenza dell’Ottocento e della Rivoluzione Industriale: l’ingranaggio, l’insieme delle ruote dentate che interagiscono tra loro in un moto senza fine.


Ingranaggi che ci suggeriscono l’idea di un mondo ordinato e comprensibile, in cui gli sforzi e le azioni del singolo non si perdono in un caos insensato, ma contribuiscono al raggiungimento di un obiettivo comune e collettivo. Ma che contemporaneamente ci spaventano, dandoci anche l’idea di insieme totalitario, in cui è negata l’idea di definire da sé la propria esistenza e persino di non fare. Le sue visioni, quindi, sono dei memento: ci ricordano cosa dobbiamo cercare nella vita, insinuandoci contemporaneamente il dubbio, mostrandoci i rischi che corriamo ed il pericolo dell’ottenere ciò che vorremmo

12/10/2011

Alessio Brugnoli

brugnolialessio@gmail.com

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