Ognuno è libero di vedere le cose nel modo che ritiene più giusto anche in relazione alla propria età anagrafica e dunque al periodo in cui

Intervista ad Alessandro Bulgarini

Per una volta, mi trovo in difficoltà a scrivere il cappello di un’intervista… Non conosco di persona Alessandro: so che è di Brescia e spero non si arrabbi, per un periodo della mia vita speravo che la sua città facesse la fine di Sodoma e Gomorra.

Detto questo, tutte le volte che vedo on line o dal vivo un suo quadro, rimango a bocca aperta. Non solo per cura formale, la cultura e l’originalità dei suoi quadri, ma per la sua capacità di essere interprete della tragicità della condizione umana.

 

Alessandro chi sei? Come ti descriveresti a un estraneo?

Ciao Alessio, ti ringrazio per avermi voluto intervistare.
Mi chiamo Alessandro Bulgarini, e sono un pittore.

 

Perché crei? Cosa ti spinge a dar forma ai tuoi pensieri ed emozioni?

Creare per me è diventata una necessità quotidiana ed irrinunciabile. Si tratta di un qualcosa di innato, una condanna ed un privilegio a cui non ci si può sottrarre, un modo per vincere il tempo lasciando un segno del proprio passaggio. Un po’ come avere uno scopo.

 

Hai studiato economia… Il tuo creare è una ribellione al passato, alla riduzione dell’individuo a numeri e statistiche? Oppure l’esperienza universitaria ti ha lasciato qualcosa?

Più che al passato, forse, il mio creare è una ribellione al presente. Di certo lo è verso l’auto-imposta incapacità di pensiero e superficialità di questa nostra epoca.

Una buona parte delle opere fatte finora presentano un tono critico verso molti aspetti della società e del sistema in cui viviamo, compreso quello artistico.

Lo studio dell’economia è comunque indispensabile per capire alcune dinamiche della vita di tutti i giorni, ed anche il lavoro di pittore, non può prescindere dalle regole del mercato. Tanto più in una situazione economica perversa come quella attuale.
Perciò faccio tesoro di tutto quanto ho appreso e continuo ad apprendere in quello e negli altri ambiti di studio.
Un artista deve studiare più degli altri, cercare ed interrogarsi più degli altri, perseguendo il fine ultimo della conoscenza, indipendentemente poi dalle opere cui si dedica.

 

Cos’è l’Arte? Una ribellione a ciò che ci rende meno umani? Un sezionare i propri abissi? La consapevolezza del tragico che ci accompagna ogni giorno?

Definire l’arte a parole, a meno che non si faccia della poesia o della letteratura, è un impresa che tentano solo coloro che non hanno capito cos’è.
Questo perché si tratta (per dirla alla De Andrè) di una di quelle “cose che accadono al di sopra delle parole”, manifestazioni che trascendono la logica e la razionalità, dunque il linguaggio.


Di certo gli abissi di cui parli vi hanno molto a che fare, nel senso che il fare arte implica una capacità di ascoltare ed un tentativo di tradurre un qualcosa che viene da profondità maggiori rispetto alla singola mente pensante; un qualcosa di atavico. La cosiddetta ispirazione.


Ma il conoscere i propri abissi è un dovere non solo dell’artista ma dell’uomo in generale. Altrimenti, cosa si vive a fare?
La mente umana resta il territorio più vastamente inesplorato della storia della scienza, e l’arte non può che continuare la sua ricerca in quella direzione.
Ribellione e Senso del Tragico sono due aspetti che caratterizzano di certo l’animo artistico, e vi sono tantissime opere che ne sono colme.

 

Alcuni pittori della Neofigurazione Italiana ritengono che la Pittura non debba comunicare nulla e che possa essere soltanto bella decorazione. Cosa gli risponderesti?

Ognuno è libero di vedere le cose nel modo che ritiene più giusto anche in relazione alla propria età anagrafica e dunque al periodo in cui ha iniziato a dipingere. Per quanto mi riguarda, sono assolutamente convinto che oggi, in un’epoca di profonda crisi e di profondo cambiamento, ci sia più che mai bisogno di un’Arte che faccia aprire gli occhi, che faccia riflettere, che sia portatrice di significato, (ne era convinto anche Calvino), in linea con quanto sta accadendo anche a livello astronomico.


La società di oggi galleggia nel vuoto assoluto, e l’Arte non può che contrastare questo stato di cose. Se l’Arte smette di andare controcorrente, di contrastare le mode ed il pensiero dominante, come già in parte è successo, questo è il segnale più che evidente che è in atto una sorta di contingentamento del pensiero, vi sono i segnali della presenza di una dittatura sottile.

 

Detto questo però, non è possibile fare generalizzazioni, e non esistono “dogmi”.


E’ necessario che le persone imparino nuovamente a “sentire” per distinguere ciò che è vero da ciò che è falso, senza basare sempre il proprio giudizio su ciò che si è sentito dire o letto. L’arte è verità assoluta; stereotipi, definizioni e classificazioni non sono che aria fritta: tutto ciò che si basa sulla logica e sul ragionamento può essere contraddetto. L’ispirazione no.


Ciò che non tocca le corde dell’anima non è e non può più essere considerato Arte.

Ciò non toglie che tali corde possano essere fatte risuonare anche solo dalla straordinaria qualità tecnica o dalla composizione cromatica di un’opera.

 

Cos’è la Bellezza per te? Qual è il suo ruolo nella Vita? E’ possibile che come in Bosch possa essere un contrappunto alla follia del Mondo?

Il concetto di Bellezza, come quello di Arte, è un qualcosa che va oltre la portata delle parole; è un qualcosa che riguarda il campo della percezione e non quello del ragionamento. La contemplazione della Bellezza ha, nella vita, un ruolo alchemico, una funzione di elevazione spirituale. E mi riferisco qui sia alle opere d’arte che alle meraviglie della natura, l’immensità di un paesaggio, la perfezione di un fiore…


La bellezza non è un contrappunto alla follia del mondo, perché il mondo e l’universo ne sono pervasi. La follia e la stupidità riguardano invece soltanto gli uomini, che con la loro presunzione non fanno altro che distruggere ed oscurarne l’armonia. Dove c’è presunzione e manca l’umiltà, non si vedono altro che disastri e mediocrità.

Ritengo che anche Bosch sarebbe stato d’accordo, e l’umanità deformata e perversa da lui raffigurata non è tanto diversa da quella contemporanea.

Sono passati 500 anni e non è cambiato molto: si guardi per esempio alla nostra classe politica !! E’ forse diversa da quella raffigurata nel Trittico delle Tentazioni di Lisbona?

 

Nel mio caso è evidente che finora, più che di Bellezza mi sono occupato, come l’amato Bosch, dell’opposto, del grottesco.

Ho scelto, per via di quella Necessità Icastica di cui parlavo sopra, di dedicarmi per ora alla raffigurazione di aspetti negativi della società contemporanea, non di certo perché mi ci ritrovi, ma per esercitare su di essi una critica ed in definitiva, esorcizzarli. Per poter sconfiggere un nemico è necessario conoscerlo o quanto meno identificarlo. Oggi si tende a non guardare in faccia i problemi, a distogliere lo sguardo.


Ed i pregiudizi del bigottismo imperante? quale miglior raffigurazione, quale peggior sconfitta di un’ironica presa in giro?!


Un mio amico gallerista, scherzando, ti definisce Pictor Alchemicus. Ritiene infatti che nelle tue opere si possano identificare tre fasi fondamentali:
- Il Nigredo, in cui dissolvi l’Uomo e la Forma, mostrando le sue contraddizioni ed il dramma di vivere;
- L’Albedo, in cui li sublimi, facendo intuire la bellezza nascosta dietro l’orrore;
- Rubedo, la ricostruzione dell’umano.

Che ne pensi della sua analisi? E’ matto da legare?

Penso che il tuo amico gallerista non abbia affatto torto, e ci veda chiaro.
La scoperta e l’approfondimento dell’alchimia in un periodo abbastanza “oscuro” della mia vita, pochi anni fa, ha cambiato in me radicalmente il modo di vedere la realtà.

E’ stato un po’ come trovare quella strada di cui avevo sempre sospettato ed intuito l’esistenza sin da bambino. La strada dello straordinario, racchiusa in testi più antichi dell’uono.

Quanto all’esatta distinzione delle tre fasi, non sono sicuro, artisticamente, di essere ancora riuscito ad andare oltre la prima. E questo sia a livello tecnico e certamente, con maggiore evidenza, a livello di tematica.

Ciò che è certo, è che una volta compresi certi concetti, non si può che guardare la “realtà” in modo completamente diverso. E da questo punto di vista si sono aperte al mio sguardo un’infinità di tematiche e soggetti potenziali da studiare e raffigurare.

 

Il tuo giudizio sull’Iperrealismo? Semplice manifestazione di abilità pittorica? Oppure descrivendo analiticamente la materia e la carne, ne mostra la sua futilità?

Non credo si possa dare giudizi generalizzanti, altrimenti si corre il rischio di scadere nel pregiudizio. Così come non si possono fare sul surrealismo, sull’impressionismo, sul simbolismo ecc.. né tanto meno sulle categorie umane.. Ogni artista va valutato e compreso singolarmente, ed ogni opera può essere più o meno ispirata, quindi più o meno evocativa anche in relazione allo stato d’animo di chi osserva.

 

Al di la di questo però, penso che un dipinto (figurativo) debba acquisire vita propria, e ciò può essere dato da diversi fattori, non solo dall’esasperato realismo. Certamente molte opere iperrealiste hanno questo carattere, ma ve ne sono alcune che sembrano soltanto sterili riproduzioni di fotografie, prive di quel qualcosa in più che è stato definito “aura”.

 

Dal mio punto di vista, ti ritengo uno degli artisti che vanno oltre il post moderno, poiché non ti limiti a prendere atto della tradizione e a ricombinarla, ma riutilizzi in maniera creativa. Perché all’ironia, sostituisci la presa d’atto della dramma di vivere ed al predominio dell’immagine, la dialettica materia e spirito. Ti penso come un’erede del Barocco e di Grunewald… Sbaglio?

Bè il riferimento a Grunewald è lusingante. Non ho di certo ancora raggiunto la sapienza tecnica di maestri di quel calibro, perciò definirmi erede mi pare esagerato.
Di certo, dovendo collocarmi da qualche parte nel tempo, direi che la tua breve analisi è corretta, anche se gli spunti del mio lavoro provengono anche da altre direzioni quali la lunga tradizione del fantastico (di cui Bosch fu il precursore) e la straordinaria opera simbolista. Più tante influenze contemporanee.

 

Il tuo amore per Veermer… Che ti colpisce del maestro di Delft?

Veermer ha saputo tradurre la luce in materia. E’ stato in grado di rendere con esattezza la vibrazione dei fotoni (la luce) mediante l’uso degli elettroni (il colore, la materia).
Le sue opere sembrano vive. La vita propria e l’”aura” di cui parlavo prima. A distanza di secoli, sono dotate di una carica vibratoria straordinaria.

 

Il sonno della ragione genera mostri o percezioni più ampie del Reale?

Per vivere in una società come la nostra, piena di insidie e di inganni, di falsità e strategie apparenti, non è possibile lasciare che la ragione si addormenti. Ciò comporterebbe il finire esanime ai suoi margini, calpestato dal più forte o dal più furbo di turno.

Ciò che è necessario piuttosto, è il superamento della ragione. Il sapere rimanere connessi con ciò che sta al di sopra, che va al di la dei nostri sensi limitati. Vedere oltre quel velo che ci hanno fatto credere fosse l’unica realtà. Tornare a sviluppare le nostre capacità spirituali per iniziare a creare un mondo migliore.

 

In questa società, in cui il potere nasce dal controllo dei media, esiste ancora il libero arbitrio?

Certo, esiste ancora ed esisterà sempre per chi saprà perseguire il coraggio della conoscenza.
Penso che esista un solo libero arbitrio e che sia nei confronti di se stessi, della propria personalità biologica.
Non esiste altra rivoluzione (innanzitutto) se non quella verso se stessi.

 

La sottomissione alle esigenze del corpo e della logica causale è l’unico reale nemico di cui si può essere schiavi oggi, nell’epoca delle dittature sottili.

Soltanto chi è in grado di “esistere” al di sopra delle proprie pulsioni emotive, vincere la schiavitù dalla propria personalità costruita, sovvertire l’infelicità imposta dai media, può dirsi realmente libero. E non serve fuggire ai confini del mondo.


Esiste un apparentemente semplice insegnamento contenuto nel mito dell’Idra, che racchiude in se più risposte di un intero ciclo di “sacre scritture” e da cui sono rimasto folgorato: “Noi ci eleviamo inginocchiandoci, conquistiamo arrendendoci, guadagniamo rinunziando”.
Parrebbe surrealismo per l’ingessata mente utilitaristica odierna. Un paradosso. Eppure è una chiave, ed i paradossi ne contengono spesso. E’ un qualcosa che ha a che fare con ciò di cui parlava Cristo, il porgere l’altra guancia, camminare sull’acqua….ma di certo non nell’interpretazione limitante che ne ha dato la chiesa.

 

Che ne pensi di Cioran?

Purtroppo non ho mai letto nulla. Vedrò di rimediare.

 

Quale è il tuo metodo di lavoro? Da dove nasce la tua ispirazione? Come la rendi forma e sostanza?

Le mie opere nascono essenzialmente come immagini, nella testa. Improvvise, inaspettate. Talvolta arrivano da sole, altre volte partendo da una frase, un aforisma, un concetto.


Poi cerco di dare loro un senso, riordinarle per attribuire loro il giusto significato. A volte prima dell’immagine dell’opera ne arriva il titolo; e l’intera ispirazione è racchiusa in quello, poi costruisco, ragionandoci, la relativa immagine.


Una volta che c’è l’immagine mentale, il passo successivo è quello di ricrearla nella realtà, sistemando oggetti, posizionando i modelli (quasi sempre amici), e poi fotografandoli con la luce più idonea a dare poi sostanza al quadro; se poi devo raffigurare qualcosa che non ho a disposizione, come un animale esotico, un oggetto bizzarro, vado in cerca di alcune fotografie dello stesso, lavorando poi su quella più idonea.


Infine, basandomi soltanto sulla griglia tracciata sulla tela, vado manualmente a creare l’immagine. I proiettori nel mio studio non sono ammessi; trovo che nelle differenze casuali tra il modello e il disegno, talvolta minime, ma pur sempre presenti, risieda gran parte del mistero di un’opera. Da qui la risposta alla domanda successiva….

 

Che rapporti hai con l’Arte Digitale? Che ne pensi? Può essere la nuova frontiera dell’Arte? Come potrebbe evolversi?

Non nutro particolare interesse verso questo tipo di arte. Per me l’ispirazione passa attraverso la mente poi scorre diretta alle mani. Ho bisogno del contatto fisico con la creazione, di sporcarmi le mani. Appartengo con orgoglio alla vecchia scuola.
Far mediare l’ispirazione dal computer non mi darebbe più nessuno stimolo.
Comunque rispetto chi se ne interessa, se quello è ciò che sente di dover fare.

 

Progetti per il Futuro?

Nell’immediato, a novembre c’è la mostra Pictor Maleficus (che piacerà forse a quel tuo amico gallerista) a Milano. Dal 5 al 27 novembre allo Spazio Orlandi, in via Vespri Siciliani, zona piazza Napoli.
Poi in primavera una doppia personale al Museo del Giocattolo a Zagarolo, vicino Roma; poi ci sarà Venezia e presto spero anche la mia città, Brescia.

Nel frattempo ovviamente tante collettive; spero qualche fiera, spero anche all’estero.

 

Don Chisciotte, simbolo dell’uomo che non rinuncia al proprio sogno, è specchio dell’essere artisti oggi?

Non so se sia specchio dell’essere artista, ma di certo tener fede ai propri sogni è impresa alquanto ardua al giorno d’oggi; forse lo è sempre stato e forse è questo che distingue chi percorre un lungo cammino, da chi invece non va da nessuna parte.

 

Di certo fare arte oggi è molto difficile, il talento spesso non viene apprezzato, quando non addirittura ostacolato, e le delusioni sono molte, soprattutto da parte delle altre persone. Tuttavia si va avanti nel perseguire forse, più che i propri sogni, il proprio destino.

Ed al di la di tutto, ciò che resta e che da forza ad un pittore, al di la dei giudizi, dei consigli e di chi sembra saperla sempre più lunga, è che tutte queste cose svaniscono nel vento, mentre le opere restano, consegnate all’unico giudizio che conta, che è quello del tempo.

 

Meglio che investigare se son mulini o giganti quelli che ci appaiono paurosi e malvagi, è seguire la voce del cuore e assaltarli, ché ogni generoso slancio trascende il sogno della vita. Dalle nostre azioni e non dalle nostre contemplazioni trarremo saggezza” E’ una frase di Miguel de Unamuno. Può essere immagine di ciò che è Alessandro Bulgarini?

Per quanto riguarda la mia arte direi di si, perché pur lasciando sempre spazio al confronto ed all’ascolto continuo di consigli ed influenze esterne, in definitiva riesco ad ascoltare soltanto una voce che è quella della mia ispirazione, e che spesso va contro tutto e tutti.

Per quanto riguarda la vita di tutti i giorni, invece, direi che sono piuttosto meditativo, e difficilmente agisco d’impulso senza prima aver riflettuto.

Anche se la voce del cuore ho imparato a seguirla, perché è l’unica che può condurre al proprio destino.

12/10/2011

Alessio Brugnoli

brugnolialessio@gmail.com

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