la Motherland non nasce dal sangue e dalla terra, ma dalla cultura. Non è un obbligo ed un’imposizione, ma una scelta ed una conquista spir

Motherland

Fotografia Festival Internazionale di Roma - X Edizione

E’ incredibile come a volte il tempo fugga velocemente, senza che neppure ce ne possiamo rendere conto. Mi sembra ieri, quando nacque il Festival della Fotografia di Roma. Eppure, vuoi o non vuoi, sono già passati 10 anni. Una vita.

 

Sono più vecchio, ho qualche ruga e capello bianco in più, però non sono ingrassato. Ho cambiato città, abitudini, amicizie. Cose che mi appassionavano, mi annoiano senza ritegno. Ho scoperto interessi che non sospettavo avere.

 

Nonostante i miei cambiamenti, esiste un qualcosa che mi dona continuità che definisce il mio Io.
L’insieme delle mie radici. Il Passato, la Tradizione o come diavolo si vuole chiamare, il Contesto di Idee in cui l’Uomo definisce la sua identità, accettandolo, rifiutandolo o confrontandosi dialetticamente.

 

La Motherland, il luogo a cui appartiene la nostra anima, da cui trae la sua essenza. E la collettiva che da nome al Festival declina questo concetto in maniera difforme e differente.

 

Entro nel Padiglione Uno: ogni volta mi stupisce il contrasto tra la quiete di oggi ed il caos che vi dominava in passato. Dove adesso la luce si limita ad accarezzare l’acciaio delle travi liberty, una volta si rifletteva nel sangue delle bestie uccise. Ai muggiti si è sostituito un sommesso chiacchiericcio. Il tutto comincia con la collettiva che dona il nome al festival.

 

Alec Soth con le immagini tratte dal libro Sleeping by Mississippi, ritratti di perdenti, colpisce: ogni foto è un pugno allo stomaco, seziona la realtà, rompendo il velo dell’apparenza. I suoi eroi sono dei perdenti, che sembrano usciti dalle pagine di Non è un paese per vecchi.

 

Tutto nella vita, li spinge alla resa ed alla deriva. Eppure, la Motherland, la propria terra, da loro forza di stringere i denti e di tirare avanti.

 

Ecco, i personaggi che fotografa li vedo Budd in Kill Bill quando con aria indifferente afferma

 

Quella donna merita la sua vendetta. E noi meritiamo di morire. Ma la cosa vale anche per lei... E quindi... Staremo a vedere. Non è così?

 

La stessa tragicità che vive nei ritratti in bianco e nero di Anders Petersen, volti antichi, scavati dalla luce. Perché scattare un ritratto è trovare il perfetto equilibrio tra occhio, mente e mani, nel catturare il momento irripetibile in cui l’individuo si libera dalla sua maschera, per mostrarsi per quello che è.

 

Momento unico, sottratto al flusso del tempo e reso eterno. Riprodurlo su una tela, con tecnica approssimativa, come fanno alcuni neofigurativi italiani, è imbalsamarlo o donargli una falsa vita, come uno zombie. Il dramma si svuota, riducendosi a qualcosa di falso e manierato.

 

Le foto urbane di Iturbide e di Feed, sono ormai dei classici, come il racconto del funerale di Kennedy di Fusco, rappresentano la memoria, gli eventi condivisi che costruiscono la nostra identità.

 

Sono emozionanti i reportage di Guy Tillim e di David Farrell. Per la forma, il primo rende le città desolate che fondono le atmosfere di Hopper con quelle di Blade Runner, il secondo per la purezza della linea con cui rende i paesaggi agresti, e per il contenuto.

 

Tillim, tornato a Johannesburg dopo anni, nella sua vecchia casa, ne descrive i cambiamenti, specchio dell’evoluzione del Sud Africa e ricerca di come la memoria ed il tempo si sovrappongano alle cose, ridefinendoli.

 

David Farrell riprende invece la sua vecchia ricerca sugli “Innocent Landscape” i terreni in cui in Irlanda del Nord si cercano i corpi scomparsi di chi è stato ucciso dall’Ira e dagli estremisti protestanti. Raggela il contrasto tra il dramma sotteso e l’indifferenza della Natura, che appare matrigna ai bisogni dell’Uomo e la scoperta che la Motherland non è soltanto una forza costruttrice, ma anche distruttrice, con il suo retaggio di odi e rancori.

 

David Spero e Guido Guidi, al di là della retorica ambientalista, mi deludono: le loro immagini sono viste e straviste, senza alcuna originalità né di forma, né di contenuto. Lo stesso per Leonie Hampton: il fatto che tu sia un fotografo di successo, non implica che l’album di famiglia dei tuoi parenti sia più interessante o esteticamente appagante di quello dei miei. Insomma, vedere quelle foto, mi dava la stessa sensazione di noia repressa che avevo a casa di alcuni miei amici che in cambio di un invito a pranzo, mi costringevano a vedere migliaia di foto delle loro vacanze…

 

Antonio Biasucci, con la sua installazione dedicata a Napoli, invece scava il cuore: la luce e l’ombra, la materia e il vuoto definiscono particolari che scavano l’anima, frammenti d’Essere che sconcertano e che vivono al di fuori di ogni banale retorica.

 

Lo stesso sguardo che ha Tod Papageorge, nella sua esplorazione di Central Park: trascendere il banale, per mostrarne il caos che vi è dietro, in cui ci perdiamo come naufraghi ed in cui cerchiamo di sopravvivere, costruendo una reti di contatti e transazione, a volte fragili, a volte tenaci e soffocanti come tele di ragno

 

Mi fanno sorridere le opere di Tim Davis e Paolo Ventura. Il primo con la sua ricostruzione di sport inventati e demenziali, che sembrano usciti dalla mente malata di qualche organizzatore di Giochi Senza Frontiere. Il secondo, per la ricostruzione immaginaria, nostalgica e fumettistica degli Anni Venti… Forse la vera Motherland è il mondo dei sogni e dell’immaginazione-

 

Procedo per il Padiglione. Mi trovo davanti la personale di Alec Soth, La belle dame sans merci, ispirata alla poesia di Keats, il cui nome è scritto nell’acqua, sepolto lì accanto, al cimitero acattolico della Piramide Cestia. Serie di fotografie ambientata in una Roma irriconoscibile che dialoga con le suggestioni della poesia.

 

Con quale strumento la Motherland ci spinge ad andare avanti, sfuggendo al peso di vivere? La bellezza, sembra suggerirci Soth, forza ambigua, perché veicolo di redenzione, per la sua capacità di porci oltre le contraddizioni del quotidiano, liberandoci dal peso della materia.

 

E contemporaneamente strumento seduttivo di distruzione, poiché ci costringe a rimettere in discussione tutte le finte certezze su cui fondiamo le banali corazze con cui ci proteggiamo dalla Vita.

 

Mi trovo davanti la collettiva Wherever I lay my camera downs is home che basandosi sul racconto di Tito Livio, in cui si narra come Romolo, per popolare la sua città appena fondata, accogliesse Moltitudini di persone di ogni genere, uomini liberi e schiavi, senza distinzione

 

Descrive la Motherland come speranza, metafora del futuro.

 

Collettiva con esiti alterni. Se in Eva Leitolf trionfa un’insulsa banalità, Julian Germain e Andrè Cepeda esplorano vite, Weibke Loepter il corrompersi della materia.

 

Ma ciò che colpisce di più sono le nature morte di Nigel Shafran, sia per l’equilibrio formale, sia per la capacità, ereditata dalla pittura fiamminga, di trasformare gli oggetti in simboli efficaci del nostro vivere e morire… L’inutile lotta che compiamo ogni giorno contro l’entropia che sempre trionfa. La speranza condannata sempre a dissolversi nel nulla.

 

Arriva la parte che amo di più del Festival della Fotografia, quella dedicata alla rappresentazione di Roma che permette di guardare con altri occhi ciò che incrocio ogni giorno. Pablo Lopez Luz trasfigura l’Urbe, dal portico d’Ottavia al Foro Italico, in una panorama metafisico, degno di un quadro di De Chirico, in cui regna un silenzio di cristallo e l’Uomo sembra scomparso. Ecco, le sue foto sono un diario del giorno dopo l’Apocalisse.

 

Alessandro Imbriaco, con a Place to Stay, esplora le baracche degli ultimi, i barboni, aggrappate come edera alle antiche rovine: realtà che incrociamo ogni giorno, sono in luoghi affogati nel traffico, come Porta Maggiore o Viale Castrense, ma che preferiamo ignorare, girando lo sguardo da un’altra parte. E la fotografia funge da testimonianza, costringendoci a ricordare.

 

Meravigliosa è Ombre di Rodolfo Fiorenza: le Mura Aureliane, trasfigurate, assumono una dimensione epica, da antico poema. Le sensazioni, nel guardare le foto, sono le stesse descritte da Kant nella Critica del Giudizio.

 

Dinanzi alla loro grandezza e magnificenza, noi miseri mortali, ci sentiamo schiacciati e proviamo un senso di smarrimento e di frustrazione. Eppure, riconosciamo la nostra superiorità, in quanto unici esseri del creato capace di un agire morale, egli è collocato al di sopra della natura e delle rovine e della loro grandiosità.

 

Se Isola di Francesco Millefiori, non è neanche brutta o banale, ma semplicemente inutile, priva di ogni bellezza e significato, colpiscono sia Salvatore di Lorenzo Maccotta, sia l’Inferno di Dante di Valentina Vannicola.

 

La prima mostra, a prima vista, può apparire un diario di viaggio, che approfondisce il rapporto tra il fotografo e il padre. In realtà, ogni fotografia è piena di richiami cristologici: così la serie diviene una riflessione sul senso del Sacro nella nostra vita. Così Maccotta ed il padre, simili all’Everyman del teatro medievale, diventano uno specchio del nostro pellegrinare nella vita.

 

Mentre l’opera di Vannicola è incredibile nella sua potenza visionaria: con un’ambizione simile a quella di Botticelli nel Quattrocento, riesce a rievocare archetipi, rendendo Dante un nostro contemporaneo.

 

Altrettanto potente è Under the Vulcano, di Stefano Graziani. Se Vannicola si confronta con un poema, ogni foto di Graziani è un haiku. L’estrema semplificazione formale rende ambigua ogni immagine, rendendola portatrice, con la semplice evidenza delle cose, di infiniti messaggi.

 

Salgo nel ballatoio, godendomi la vista. Ci sono mostre, Space Metropoliz, di Giorgio de Finis, che ha coinvolto nel suo progetto tutta la multiforme comunità di strada che vive nella fabbrica abbandonata della Fiorucci, sulla via Prenestina. Un bianco e nero che racconta la fuga verso il sogno e verso la libertà ed un’ironica rivisitazioni dei miti del nostro contemporaneo, con qualche caduta di stile… Alcune foto ricordano stranamente i fotogrammi del video della canzone Universo, di Cristina Donà.

 

Accanto, Quota Mille, di Francesco Fossa: sinceramente, le foto sembrano tratta da un qualsiasi dépliant pubblicitario di qualche comunità montana.

Cambio Padiglione, con un minimo di terrore. Perché, nella scorsa edizione, vi era stato un allestimento disastroso, più simile ad uno sgabuzzino ed una discarica, che a una mostra. Invece, quest’anno, è stato fatto un lavoro dignitoso.

 

La mostra dei nuovi fotografi olandesi mi provoca un bleah. Semplicemente, la fotografia non assume valore in sé, ma utilizzata per installazioni, alcune suggestive, come quella di Anna Geene che rappresenta il trionfo del Naturale sull’Artificiale, altre prive di spessore, come quelle di Williem Popelier.

 

Al contrario, è emozionante quella dei fotografi giapponesi, dedicata al ruolo vitale e salvifico dell’acqua, partendo dalle reintepretazioni della grafica di Hokusai sino alla citazione ironica dei manga.

 

Discontinui sono i risultati di The Place Where I Belong che riflette su come allontanarsi dalla Motherland modifichi lo sguardo del fotografo, costringendolo a confrontarsi con nuove realtà. Chris Harrison non mi dice nulla, con dei scorci urbani poco originali. Bruno Boudjelial, affrontando un tema simile, riesce ad essere incredibilmente potente.

 

Katherina Macdaid si limita a creare cartoline dell’Oman, mentre Rania Matar rende ogni immagine una poesia sull’eterno femminino.

 

Il Festival termina con le opere di Mathieu Bernard-Reymond sulla dialettica tra artificiale e naturale che ci ricorda il pensiero di Todorov: la Motherland non nasce dal sangue e dalla terra, ma dalla cultura. Non è un obbligo ed un’imposizione, ma una scelta ed una conquista spirituale.

 

E tutto ciò vive nella fotografia. Come dice Lieko Shiga

 

Fare fotografie non è come sparare, al contrario è come essere colpiti. Io sono colpita e l’intera sequenza della mia vita è resuscitata nella fotografia. La fotografia è rimettere in scena il tempo eterno e la vita eterna

 

12/10/2011

Alessio Brugnoli

brugnolialessio@gmail.com

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