Una Roma che vive in ciò che Michail Bachtin nel libro

John Zorn alla Fermata del 23

Qualche giorno fa, sul Novanta, ho incontrato Gianluca, un mio vecchio compagno di scuola. Non lo riconosco, è più appesantito di me, con i capelli biondi platino e l'espressione di un uomo sconfitto dalla vita.

 

Lui mi saluta. Chiacchieriamo. Ricordiamo con amarezza sogni. Tracciamo bilanci. Come reduci o naufraghi, evochiamo i vecchi giorni che il Tempo sembra aver reso migliori.

 

Di quando giravamo per i negozi di musica indipendente di Roma, ad esempio "Disfunzioni musicali", "Managua" ed "Art & music", per cercare cassette autoprodotte di quei gruppi che all'epoca chiamavamo tosti e che oggi si definirebbero underground.

 

O della passione comune per i Santarita Sakkascia. Una volta andammo pure ad un loro concerto, mi pare ad una festa dell'Unità ai giardini di Castel Sant'Angelo.

 

No, non erano un gruppo goliardico. Erano lo specchio di una Roma rabbiosa ed impotente, che sfoga nel turpiloquio le sconfitte della vita e la perdita della speranza. La Roma degli sconfitti, di chi prende le botte dai celerini o degli sconfitti di Romanzo Criminale, colpiti per caso da una pallottola vagante.

 

La Roma surreale, in cui un passante può assillare senza ritegno il sassofonista americano John Zorn che aspetta un bus che non arriva mai. La Roma amara e malinconica, in cui si potrebbero ritrovare i protagonisti di Amore Tossico, sopravvissuti all'ennesimo buco ed invecchiati male.

 

La città dell'Imperatore di Roma, descritta dalle interminabili camminate di Gerry, quasi un fantasma tra rovine.

 

La stessa visione che vive in tante opere pittoriche della città, quasi un controcanto alla retorica del Potere e della Chiesa.

 

Allo Spirito, contrappone la carne ed il corpo: non immagini idealizza, misura del Bello e del Buono, della Grecia classica, ma entità bramose di vita, istintive, cariche di cicatrici e ferite, capaci di alternare tempestose risate a cupe malinconie.

 

Una Roma che vive in ciò che Michail Bachtin nel libro "L'opera di Rabelais e la cultura popolare. Riso, carnevale e festa nella tradizione medievale e rinascimentale" definisce capovolgimento dei valori, il materiale prendeva il posto dello spirituale, il basso al posto dell'alto, il ventre e il sesso al posto della testa, il comico al posto del serio, il popolo al posto dei potenti.

 

Capovolgimento che non indicava però una liberazione temporanea dalla verità dominante e dal regime esistente, ma la consapevolezza del trionfo della Commare Secca, la morte, su ogni cosa.

 

E' ciò che canta il Belli, ne la Vita de l'Omo

 

Nove mesi a la puzza: poi in fassciola
tra sbasciucchi, lattime e llagrimoni:
poi p'er laccio, in ner crino, e in vesticciola,
cor torcolo e l'imbraghe pe ccarzoni.

 

Poi comincia er tormento de la scola,
l'abbeccè, le frustate, li ggeloni,
la rosalía, la cacca a la ssediola,
e un po' de scarlattina e vvormijjoni.

 

Poi viè ll'arte, er diggiuno, la fatica,
la piggione, le carcere, er governo,
lo spedale, li debbiti, la fica,

 

er zol d'istate, la neve d'inverno...
E pper urtimo, Iddio sce bbenedica,

 

viè la Morte, e ffinissce co l'inferno.

 

Visione che vive nei bamboccianti che desacralizzavano la Storia, riducendo i ruderi, venerati dagli eruditi come rovine, a scenografia di litigi tra bari e puttane.

 

O in Scipione Bonichi. Enfant terrible, dalla passione sfrenata e bruciante. Serpente nell'Eden, ironico, sensuale, immaginifico. Ombra di una giovinezza bruciata, come fuoco d'artificio.

 

Figlio di un cattolicesimo intenso e drammatico. Controriformistico. Attratto dalla chiesa fastosa e barocca e dall'ossessione per una Roma splendida e cupa, che si perde in un incendio di luci nascoste.

 

Una città schiava del peccato, che nasconde nella sua fosca opulenza il dramma della sua caduta.

 

E Bonichi la rappresenta con speranze convulse. Illusioni. Sfrenate libertà. Rimorsi. Ribellioni. Pentimenti. Tutto si perde in una pittura sanguigna e umorosa, inquieta ribellione di un uomo che non riconosce nel mondo che gli è imposto. Espansione diretta e sensibile della disperazione del Paradiso perduto.

 

Uomo che nel ritratto del Cardinal Decano crea una San Pietro irreale, simile all'incubo di una strega. Un cerchio magico, sospeso sul nulla, tra simboli ed inganni.

Le statue, fantasmi di pietra, ponti tra Divino e Umano. Ed il cardinal Vannutelli, corroso dalla Morte che ogni giorno scava nel profondo, specchio del Tempo e sull'Eterno.

 

A Bonichi, l'anima religiosa ed escatologica di Roma, intrisa di disperazione, si contrappone l'illusione della razionalità di Mafai. Entrambi utilizzano la pittura come spada per combattere la tristezza di vivere.

 

Alla monocroma geometria della Metafisica, Mafai oppone il colore vivo che si spande e si stempera nella luce. All'illusione del razionalismo, l'inquietudine della realtà che si decompone, violentata dal quotidiano. A miti del Potere, la solitudine dell'anima.

 

E ciò si riflette in quadri violenti e teneri, dalla visione lenta e meditata, in cui la decadenza è resa prigioniera dell'eterno. Fiori secchi. Demolizioni. Paesaggi romani, sfatti e dissolti in tramonti di diaspro e violette.

Visione che continua a vivere anche nell'arte contemporanea, declinata in forme varie e contrastanti.

 

Nella Roma pasoliniana rappresentata nelle opere della locale scuola di Urban Landscape, come Sabrina Ortolani ed Arianna Matta, che alle immagini da cartolina sostituisce la rappresentazioni di periferie desolate e caotiche, dove trionfa la solitudine di vivere.

 

Nel barocco tragico e grottesco dell'arte digitale di William Herbeff che frantuma con l'irruzione del dolore il mondo di plastica in cui ci crogioliamo ogni giorno. Ogni sua elaborazione ci ricorda che la Realtà, la natura delle cose e di noi stessi, ci sfugge soltanto perché non abbiamo il coraggio di vederla.

 

Nella fotografia analogica di Manuela Morgia, in cui la luce a volte funge da bisturi per sezionare l'anima, a volte la trasfigura in una malinconia nebbia, in cui si dissolve nella materia di cui son fatti i sogni.

 

La capacità contaminatrice di Valentina Zummo, con il suo mondo di fiabe crudeli, in cui nulla è come appare: dove la bellezza nasconde la ferocia e la banalità il coraggio.

 

E nelle infinite esperienze di performance, in cui il si recupera la natura archetipa dell'esperienza teatrale: catarsi ed evocazione, immagine del dolore di nascere, vivere e morire

25/09/2011

Alessio Brugnoli

brugnolialessio@gmail.com

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