Scrivere è per me essenziale come respirare. A volte penso che sia tutto ciò che rende la vita sopportabile, ma in realtà è molto di più.

Intervista a Marco Moretti

Conobbi Marco diversi anni fa, per puro caso.

Una discussione accanita su un post di un mio vecchio blog, nata per un equivoco.

 

Però questo burrascoso inizio mi ha permesso di apprezzare Marco come una delle persone più colte che mi sia mai capitato di incontrare, dotato di una logica ferrea.

 

Con lui, nonostante la differenza di premesse culturali, io sono profondamente scettico nei confronti di qualsiasi costruzione metafisica condividiamo una visione tragica dell'Individuo e del Mondo.

 

Visione tragica che in Marco si esprime in racconti grotteschi e disturbanti che togliendo la maschera al Reale, lo mostrano per ciò che è: feroce e disinteressato a quel bipede implume chiamato Uomo.

 

Marco, chi sei, come ti presenteresti ad un estraneo?

Non userò giri di parole. Sono un virus. Un'istruzione nuova inserita nella Noosfera. Il mio scopo: replicare il mio corredo informativo fino a diffonderlo ovunque.

 

Perché scrivi?

Scrivere è per me essenziale come respirare. A volte penso che sia tutto ciò che rende la vita sopportabile, ma in realtà è molto di più.

Mettendo per iscritto i miei incubi e la mia angosciante percezione delle cose, riesco a trovare gli elementi necessari per comprendere ciò che si agita in me.

Vado tessendo una selva di geroglifici, di immagini entelechiane e di contenuti subliminali che producono un senso di dissonanza universale. E questi pensieri inauditi si diffondono, trasmigrano, attecchiscono seguendo i princìpi della Teoria delle Reti e dell'entanglement.

 

Sei un cataro: molti, per colpa della paccottiglia del Codici Da Vinci et similia, hanno le idee molto vaghe su questa religione. Puoi descrivercela ? Qual è il percorso che ti ha portato a questa fede?

La religione dei Buoni Uomini, che il mondo chiama Catarismo, è una forma di Dualismo Anticosmico.

Nella forma radicale che professo ritiene che ci siano due Princìpi opposti e incompatibili, il Bene e il Male. Così Dio ha creato soltanto lo Spirito e le cose eterne, mentre tutto questo universo fisico è il prodotto di Satana, detto anche Rex Mundi. Il mito della Caduta spiega la nostra condizione in questo mondo, che è visto come l'Inferno: il nostro spirito è caduto dai Cieli ed è stato intrappolato da Satana in una prigione di carne, il corpo. Per questo, continuare la Specie tramite la procreazione significa rendere eterno il Male, ecco il motivo della condanna del connubio tra i sessi e di ogni forma di amore carnale che contraddistingue questa religione. Nella mia famiglia paterna si conservavano idee peculiari e alcuni costumi non meno strani, e questo mi ha spinto ad indagarne l'origine, che si è rivelata catara. In seguito ad un evento traumatico ho avuto in me la determinazione a far rivivere la Fede dei miei Padri. Questa mia conversione comporta giorno dopo giorno una fiera battaglia contro i falsi storici e contro la peste della disinformazione, che purtroppo ha trovato nel web modo di espandersi a dismisura.

 

Come il catarismo influenza la tua creazione letteraria?

Si tratta di un'influenza determinante, in quanto ogni mia opera è pervasa da due sentimenti fortissimi: l'orrore cosmico e l'horror sexualis. Ogni volta che scrivo qualcosa, tolgo all'universo ogni apparenza ingannevole, finendo col mostrarlo per quello che è, anche a costo di inoltrarmi nel territorio del grottesco e del ripugnante. Mettere a nudo i codici che governano la fetida poltiglia della genetica, ecco il mio compito. Questo include l'esposizione della sessualità al pubblico ludibrio proprio nei suoi aspetti più perversi e nauseabondi: mostrando ai lettori gli orrori che hanno la loro origine nell'attrazione corporale, posso affermare la necessità dell'Encratismo, la via della fuga dal mondo e dagli elementi che lo costituiscono. Non è con la pruderie che si ottengono i risultati migliori. Occultare ciò che è scabroso non serve a nulla, bisogna metterlo sotto il naso della gente e far aspirare loro il fetore della decomposizione perché tutti possano capire. Devo comunque ammettere che un germe di questo odio verso l'intero Cosmo era già attivo prima della mia decisione di rivitalizzare la Fede dei miei Padri: una vena disturbante è presente anche nei miei scritti fantasy dell'epoca universitaria, che spero di poter pubblicare.

 

L'Arte e la Bellezza sono strumenti del Rex Mundi per tenerci imprigionati alla Materia oppure sono riflessi dello Spirito, una corda per sfuggire alla prigione della carne?

Credo in un'Arte capace di guidarci come una luce seppur tenue in fondo alla tenebra universale. Quando questo accade, lo Spirito si rende consapevole dello stridore tra la propria intima natura e l'orrore imperversante, e noi ci sentiamo mossi da un senso di disagio salvifico. Non va però nascosta l'esistenza di una bellezza che è travestimento del Principio del Male. Una simile bellezza ingannevole è molto nociva: questo lo possiamo vedere ad esempio nei colori dei fiori che attirano gli insetti all'impollinazione, e soprattutto nell'artificio che accresce il fascino della donna rendendola una trappola procreativa. Si arriva alla conclusione che la buona Arte non è necessariamente sinonimo di Bellezza. Anche la descrizione di una crisi di delirium tremens può risvegliare lo Spirito.

 

Cos'è per te l'avanguardia? Come potrà evolversi la letteratura italiana? Come può uscire dalla sua torre d'avorio e ricominciare a descrivere la vita?

È avanguardia tutto ciò che si esprime attraverso idee e forme nuove, che nessuno prima avrebbe potuto immaginare, e soprattutti paradigmi, ovvero modi di vedere l'esistenza. Un'associazione incapace di trasmettere paradigmi, penso che non possa essere definita avanguardia. Certo, i rischi sono numerosi: anche un'avanguardia promettente può sclerotizzarsi e finire col decadere fino a disgregarsi in polvere. Occorre evitare di cristallizzarsi in stereotipi e di consumarsi in inutili rivalità interne ed esterne. È indispensabile riuscire a seguire i flussi informativi e a non esserne sopraffatti. A parer mio, ogni prodotto di un'avanguardia deve in qualche modo fondarsi su una forma di Pensiero Forte. Una volta un commentatore mi ha fatto notare che nei miei post c'è qualcosa di medievale e potente che li rende ben diversi dal postmodernismo balbuziente di fronte al concetto stesso di Verità. Quel commento ha molto contribuito ad aumentare la mia sicurezza. Il Pensiero Indebolito che degenera nell'inconsistenza cognitiva non è una buona strada, perché porta alla dispersione entropica. Vedo in Italia esperimenti molto interessanti e meritori, che porteranno di certo a un grande fioritura artistica.

 

Cos'è il Connettivismo? Che ti ha spinto ad avvicinarti a questo movimento?

Ho incontrato il Connettivismo per la prima volta nel 2004, quando da poco ero diventato un blogger in Splinder. I miei occhi cadevano sempre sui post di Sandro "Zoon" Battisti in homepage, e sentivo lo strano ed oscuro fascino del blog Cybergoth. Sandro "Zoon" aveva fondato il portale insieme a Giovanni "X" De Matteo e a Marco "Pykmil" Milani, e vi aveva pubblicato un sublime Manifesto.

 

Così agli inizi del 2005 ho cominciato ad apporre come commenti alcuni testi nello stile di Cybergoth, e da ciò è nata la mia adesione al Movimento Connettivista.

Ho subito visto qualcosa di completamente nuovo nello scenario culturale non solo italiano ma anche mondiale: l'aggregazione di memi, ossia di pacchetti di informazione, che si condensavano fino a creare piccoli gioielli, ogni post in pratica era come un universo.Così la mia partecipazione a Cybergoth è divenuta realtà.

 

Da quel momento in poi è stato un crescendo, una grande espansione, che ha portato il Movimento a molteplici progetti come la pubblicazione della Fanzine cartacea Next, diverse antologie di racconti, la trasmissione musicale Tersicore, edizioni della NextCon ed altro ancora.

 

Quello che distingue il Connettivismo è la sua natura eclettica, che non si ispira a una forma di pensiero unico imposto con la forza a tutti i suoi membri, ma lascia ad ognuno la possibilità di suonare uno strumento diverso pur contribuendo tutti a una grande sinfonia e alla diffusione dei propri paradigmi.

 

In questa società, in cui il potere nasce dal controllo dei media, esiste ancora il libero arbitrio? La possibilità dell'Uomo di scegliere tra Luce ed Ombra, Materia e Spirito? Oppure siamo irrimedialmente malvagi o stupidi?

Penso che il libero arbitrio non esista. Questo non significa che il futuro sia prevedibile o che si sia predestinati: ammettendo due Creazioni inconciliabili, viene a cessare il determinismo classico.

 

Dove l'idea di onniscienza e onnipotenza si dissolve assieme a quella di unica causa, l'opposizione non è più tra "prescienza" e "predestinazione". Allo stesso modo, viene spazzato via il concetto materialista di "caso". Molte tra le migliori menti si sono infrante sugli scogli della teodicea, e avrebbero potuto evitarlo considerando il Dualismo Assoluto, che permette di riformulare il problema in modo molto diverso.

 

L'assenza di libero arbitrio ha la sua radice nella natura composita dell'essere umano. Per capirlo basta notare come siamo controllati da una serie di vincoli biologici, mentali e culturali tanto forti che la stessa parola "libertà" appare svuotata di ogni reale significato e destituita di ogni fondamento nella vita di tutti i giorni: il corpo appartiene a una dimensione diversa rispetto a quella dello Spirito. Usando una metafora tipica della mia religione, siamo come spade che possono essere impugnate dal Principio del Male o da quello del Bene. La "libertà" la intendo soltanto come reminiscenza della Patria Celeste e della condizione antecedente alla Caduta.

 

Noam Chomsky in un'intervista, pubblicata nel '75 da Laterza, su Linguaggio e Ideologia, diceva che il limite stesso delle persone è di appartenere al genere umano? Ciò è vero anche per il Catarismo? E' possibile che la Tecnica permetta una ridefinizione del concetto di Umano?

È vero, l'appartenenza al genere umano è un limite. Il Catarismo stesso nega alla radice il principio antropico, ossia l'idea della creazione dell'Uomo ad opera di un solo Creatore. Per questo motivo, in quanto umani fatti di muscoli, pelle, ossa e cervello, siamo soggetti a tutta una serie di catene che ben possiamo chiamare la nostra condizione "schiavitù".

 

Dubito che la Tecnica possa risolvere questa condizione nell'ingenuo modo immaginato da Kurzweil con la sua idea dell'Essere come potenza di calcolo, oppure da Vernor Vinge con la sua teoria della Singolarità.

 

Sono convinto che potrà invece avere il suo impatto nel dare una nuova forma al nostro carcere. I dubbi sono molti. Solo per fare un esempio, prima di pensare al mind download, bisognerebbe chiedersi cosa viene ad essere scaricato in forma digitale, se una parte imperitura che determina la nostra autocoscienza o uno spettro nato da campi elettromagnetici variabili.

 

Intanto però ne scrivo e traggo da questo dibattito materiale per racconti distopici. Se c'è chi descrive chip e cyborg come qualcosa di capace di donare all'Uomo l'immortalità e la salute eterna, io li descrivo invece come marchingegni diabolici.

 

L'importante, credo, è che in ambito connettivista si parli di chip e di cyborg.

 

Che ne pensi di Cioran? Solo l'aforisma può descrivere la complessità dell'Essere? Come sfuggire alla tentazione di esistere?

Reputo Cioran un grande. Una profonda affinità spirituale ci lega. Anche se di certo non si può descrivere l'Essere usando poche parole, i sorprendenti aforismi di Cioran sono come fulmini neri che fendono le nebbie dell'inconsapevolezza. Quando ci si trova davanti sentenze di questo tipo, si è obbligati a riflettere. "Non nascere è senza dubbio la condizione migliore, purtroppo non è alla portata di nessuno".

 

Perché la Fantascienza? E' veramente una letteratura di idee? Oppure si limita a rappresentare gli incubi e le paure del presente?

La Fantascienza è un mezzo potente per diffondere idee, verso cui purtroppo esistono ancora tenaci pregiudizi: ogni tanto mi imbatto in qualcuno che la ritiene una specie di pornografia.

 

Di certo è un genere legato indissolubilmente all'incubo, ma questo non ne esaurisce affatto le possibilità espressive. Mi dispiace che per molti l'attrattiva della Fantascienza consista in una serie di feticci, come robot, astronavi, macchinette varie e mostri, senza nulla oltre questa parvenza fenomenica.

 

Questo feticismo impedisce di guardare gli immensi panorami che si estendono al di là dell'oggetto e di scorgere profondità filosofiche. Quello che ha reso grande Philip K. Dick non sta certo in trovate tecnologiche spesso inverosimili, ma nella sua consapevolezza della natura labile della realtà che diamo per scontata.

 

Purtroppo noto un'altra tendenza distruttiva: molti si imbarcano in discorsi interminabili sul declino della Fantascienza, arrivando a compiere una specie di improduttivo harakiri spirituale, tediando all'infinito i partecipanti a mille convegni con disquisizioni cervellotiche sulle cause di questa decadenza.

 

A parer mio se anziché stare a pensare alla Fantascienza come a un genere moribondo la si scrivesse e la si diffondesse, il problema sarebbe in gran parte risolto.

 

Come Internet, il mondo dei blog e di facebook ha influenzato la tua scrittura, sia come stile, sia come sguardo sul mondo?

Prima dell'era del computer e di Internet, scrivere non era una cosa facile.

Occorreva scarabocchiare fogli di carta, che poi dovevano essere copiati o battuti a macchina. Questo comportava una scarsa flessibilità e una considerevole perdita di tempo.

 

Ricordo ancora le masse di cartaccia che si accumulava in scatoloni.

Molte idee rimanevano abbozzate e pur essendo interessanti rimanevano su fogli e fogliettini annotati fittamente.

 

Adesso è cambiato tutto. È divenuta realtà il sogno di ogni scrittore: un foglio virtuale che permette di spostare, aggiungere, cancellare, correggere a proprio piacimento.

 

Tutto ciò mi ha liberato da molte pastoie.

 

La possibilità di trovare informazini solo cliccando su una serie di link o digitando qualcosa su un motore di ricerca mi ha semplificato molto la vita. Quante volte in passato mi capitava di perdere ore a cercare qualcosa in biblioteca.

 

È altrettanto vero che non tutto esiste in Google, ma di certo ogni mia idea può trovare una traduzione in realtà con una rapidità molto maggiore di quanto accadesse nell'era pre-Internet.

 

I blog sono un mezzo espressivo di una grande utilità, per quanto siano una realtà ormai in decadenza. Permettono una pubblicazione molto facile ed immediata di contenuti anche complessi.

 

Prima che il blog Cybergoth finisse le pubblicazioni su Splinder, era la vera colonna portante del Connettivismo, ciò che permetteva un intenso scambio di memi, di spunti e di esperienze che non si è più verificato in seguito.

 

Mi è accaduto di sviluppare racconti da non pochi post gettati giù nell'entusiasmo del momento. Per qualche tempo è stato come un meccanismo cibernetico in grado di autoalimentarsi: più scrivevo post su Cybergoth, più idee mi venivano.

 

In pratica quello spazio è tuttora una miniera memetica da cui si potrebbero trarre ponderosi volumi di scritti. Per quanti problemi possa avermi dato il mondo dei blog, all'epoca così pullulante di troll e di stalker, devo dire che ne ho avuto e ne ho tuttora grandi vantaggi. Non sono invece così entusiasta di Facebook, che mi sembra un contenitore angusto e poco adatto per esprimere idee articolate, a meno di non linkare siti esterni e blog.

 

Quale è il tuo metodo di lavoro nella scrittura? Cosa ispira i tuoi racconti?

Non ho scalette e neppure progetti definiti in modo troppo rigido. Inizio da un'idea, che può provenire da un sogno, da un'associazione mentale o da una subitanea intuizione.

 

Ad esempio, ascoltando una canzone il cui titolo è "Eternal Ships" mi è venuto in mente di scrivere un racconto intitolato "Le Navi Eterne". All'inizio non ne so quasi nulla della trama, ho solo il titolo e una vaga idea del tema da trattare. Poi mi metto semplicemente a scrivere, e la trama così si autoalimenta riga dopo riga.

 

Altre volte invece butto giù una bozza frenetica di qualcosa che ho in mente nei minimi dettagli, e il titolo è l'ultima cosa che appongo. Per fortuna ho un'attività onirica molto intensa e contorta, che mi fornisce una grande abbondanza di intrecci.

 

La scrittura non è per me nemmeno qualcosa di continuo: non sempre quando inizio un'opera mi ci dedico senza pensare ad altro fino a concluderlo, ma la lascio per lavorare ad altro e vi ritorno solo in un secondo tempo, e così via, secondo uno schema del tutto casuale. L'importante è evitare in tutti i modi il blocco, la carenza di ispirazione.

 

L'ultima poesia è la morte… Come commenteresti questa frase?

È essa stessa una poesia molto bella…

 

Sei anche uno stimato linguista. Quale è l'ambito delle tue ricerche? Perché questo amore per le radici di ciò che siamo?

Innanzitutto ti ringrazio del complimento.

Le mie ricerche spaziano sull'intera preistoria del linguaggio umano e sulla sua evoluzione nei millenni. In particolare mi affascinano le lingue estinte che sono morte senza lasciare eredi, come l'etrusco, il sumerico, e altre ancor più misteriose, i cui unici residui sono parole di sostrato.

 

Trovo molto affascinante anche ricostruire il passato di lingue ancora parlate ma isolate, come il basco. Nel corso degli anni ho prodotto molti lavori che sono in continua revisione, e quando avranno raggiunto la completezza dei contenuti e una forma accettabile li pubblicherò in rete. Studiare lingue strane ed esotiche mi rilassa i nervi e mi introduce in altri mondi. Da giovane mi sono dedicato ad un assortimento di lingue eterogenee, tra cui nahuatl, il gotico e l'antico irlandese. Mi sono impegnato a fondo per ricostruire il gallico, arrivando anche ad utilizzarlo per comporre alcune poesie.

 

Ultimamente ho riscoperto lo studio del punico, una lingua semitica affine all'ebraico, e penso che sarei stato felice se avessi potuto studiare a scuola l'antichità non solo dal punto di vista di Roma, ma anche da quello di Cartagine.

 

L'amore per queste scienze mi prende a tal punto che non esiterei a definirlo "edonismo spirituale", qualcosa di ben diverso dall'edonismo carnale che imperversa in questa società.

 

C'è però anche un senso più profondo: chi ignora le proprie origini è destinato a dissolversi.

 

I tuoi studi hanno in qualche modo influenzato le sperimentazioni linguistiche dei tuoi racconti?

Certamente. Amo inserire parole e frasi in lingue antiche e anche in lingue da me costruite.

Contemplo le infinite possibilità della produzione linguistica.

Negli anni dell'università ho prodotto montagne di fogli pieni zeppi di glossari e vocabolari di conlangs. Questo materiale, che ora è raccolto in diversi scatoloni, lo sto informatizzando e utilizzando.

 

Ho sempre visto come una grande limitazione l'approccio di certa Fantascienza alle lingue, con quell'infinità di ingenue opere in cui in tutto l'universo si parla inglese tranne che in Francia. Penso che sia ora di cambiare.

 

E' possibile conoscere veramente il Passato? Oppure ci limitiamo a costruire mondi immaginari, in cui proiettiamo le aspettative e le contraddizioni del contemporaneo?

A parer mio è possibile conoscere molto, anche se non tutto, anche se non facilmente. Ogni informazione strappata all'Oblio costa infatti molta fatica. Il rischio di ricostruire un passato falsato è reale: il Principio di Indeterminazione di Heisenberg implica che nello stesso atto di studiare qualcosa la si cambia, magari in maniera impercettibile. Il pericolo più concreto è però quello che nasce dall'ignoranza o da pregiudizi che nascono da una cattiva informazione.

 

Come risultato, in molti credono che Stonehenge sia stato costruito dai Druidi o che i Merovingi parlassero francese, solo per fare qualche esempio. Se si sapesse che i Merovingi avrebbero detto "cuninges pluot" e non "sang real", si eviterebbero scempi come le opere di Baigent, Dan Brown e simili.

 

La proiezione del contemporaneo nel passato imperversa, e i suoi complici sono la grossolana ignoranza e la cultura del profitto a tutti i costi: sono poco incline a credere nella buona fede di molti autori.

 

Quali sono i tuoi gusti personali nell'ambito dell'Arte Contemporanea? Concettuale o Neofigurativo? Che ne pensi dell'Arte Digitale italiana?

Tra Concettuale e Neofigurativo, non ho il minimo dubbio: scelgo il secondo.

 

Ho sempre nutrito un certo scetticismo per l'Arte Concettuale.

Per valere, un'opera d'arte deve provenire da un sentimento forte (sia esso dolore, nostalgia, amore, depressione o altro), da un'idea potente, dalla trasposizione di immagini oniriche o di stati alterati.

 

Deve esprimere qualcosa.

 

Detto tra noi, mi lascia perplesso chi assembla un coniglio di plastica bianca comprato dal robivecchi e una bottiglia di coca-cola, ci mette vicino un cartello con scritto "il coniglietto bim bum bam!", e dice che quella è arte.

 

Per quanto riguarda l'Arte Digitale Italiana, la trovo interessante e promettente, anche se mi sembra che le sue potenzialità siano ben lungi dall'essersi realizzate. Tempo fa ho raccolto e pubblicato sequenze distorte di film pornografici colpiti da pixellizzazione, le cui figure assumevano tutte le gamme del grottesco e dell'orrido.

 

Insieme ad un amico siamo addirittura riusciti a riprodurre questo effetto, dando origine a qualcosa di molto strano. Peccato che poi si sia tutto arenato.

 

Progetti per il futuro? Potranno esserci convergenze tra Immagine e Scrittura?

Andrò avanti con la mia opera di diffusione del Dualismo Anticosmico e con i miei studi di linguistica. Nel campo artistico penso di continuare a dedicarmi ai racconti e ai microracconti, ma di poter portare a termine anche qualche romanzo di un certo respiro.

 

L'Arte è solo uno dei miei tanti impegni nella vita, e purtroppo il tempo è tiranno: se scrivessi una pagina al giorno, impiegherei un anno a completare un romanzo.

 

Per il resto, credo che un giorno riprenderò i miei esperimenti di pixellizzazione.

23/09/2011

Alessio Brugnoli

brugnolialessio@gmail.com

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