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Intervista ad Alessandro D'Agostini

Gentile Maestro, cominciamo con la domanda più semplice e banale: cosa sono i "Poeti d'Azione"?

I Poeti d'Azione sono un'avanguardia artistica da me fondata nel 1994.

Nacquero da subito in forte opposizione al mondo culturale artistico istituzionale ritenuto da noi chiuso, autoreferenziale, retrivo, incapace di dialogare con coloro che si trovino a operare autonomamente da esso.

 

Nel '94 eravamo tutti poco più che ventenni e da parte di coloro che gestiscono le "patrie lettere", c'è pure una diffidenza epidermica e un'avversione naturale verso i giovani poeti, autori, artisti.

La posizione di tali "gestori" sembra essere pressappoco questa: I giovani talentuosi, vanno scoraggiati nei loro tentativi, dissuasi dal proseguire e scacciati con ogni mezzo.

La cittadella delle lettere non deve essere da loro assolutamente espugnata! Vade retro… etc.


Ironizzo, certo, ma le cose non stanno certo in modo troppo diverso da questo. Ricordo che il critico Arnaldo Colasanti, che nonostante tutto stimo, quando all'epoca ad una presentazione di un libro gli dissi che nella vita avrei fatto solo il poeta e gli chiesi di leggere i miei componimenti per avere una valutazione, lui senza mostrare nessun interesse per me e i poeti d'azione (nonostante fossimo già molto attivi ed io già noto a livello nazionale), mi disse per evidentemente farmi "desistere" dal mio intento: "Devi trovarti un lavoro".

 

Se avessi dato retta a lui a quest'ora l'Italia avrebbe un poeta di meno e un frustrato di più. Purtroppo evidentemente certi critici il lavoro lo trovano con facilità e nessuno li scoraggia o li rimuove dal loro ruolo anche quando sono evidentemente pessimi maestri per le nuove generazioni.


Vale la pena che io citi un altro episodio. La signora Volpe-Spaziani alla mia domanda su chi si prendesse la briga di leggere al suo Premio Internazionale Eugenio Montale i manoscritti degli autori esordienti, mi rispose candidamente che lo faceva lei di notte nell'arco di due - tre ore.

 

Le chiesi a quel punto, per comprendere quale fosse la mole di lavoro che diceva di sobbarcarsi in poche ore notturne, quanti fossero i manoscritti pervenuti e lei mi ripose che si trattava di più di 700 manoscritti. E' evidente che si stava burlando di me.

 

Nessuno può valutare seriamente, prima del sonno e in poche ore una mole tanto cospicua di proposte letterarie a meno di estrarre dal mucchio vincitori e finalisti alla cieca. Ricordo che questa fu la goccia che fece traboccare il vaso e decidemmo di contestare pubblicamente il Premio, la sua presidentessa e le consegnammo con una protesta eclatante una bara di tre metri con sul coperchio una croce e incisa in oro la parola Poesia.

 

In ogni caso attualmente le cose oggi sono un poco cambiate a nostro favore. Come si dice chi la dura la vince, e oggi siamo spesso noi ad invitare a nostre rassegne letterarie ed eventi autori e critici coi quali all'epoca c'era impossibile e vietata ogni agibilità dialettica.

 

Non è che loro siano poi tanto migliorati o si siano ravveduti improvvisamente, ma il fatto è che hanno evidentemente preso atto della nostra concreta esistenza. Del resto il fenomeno "poeti d'azione" negli anni è giunto agli onori della cronaca e non è stato più possibile tacere di noi.

 

In Italia, in una cultura schiava del postmoderno, c'è ancora spazio per l'avanguardia?

Un gruppo d'avanguardia si differenzia da un semplice gruppo di artisti o di "ricerca" artistica essenzialmente per la volontà degli artisti d'avanguardia di incidere con la propria arte sulla realtà nel suo complesso con l'intento di modificarla e superando i limiti di un'azione che sia circoscritta ad un ambito strettamente "estetico".

 

Gli artisti solo "impegnati" prendono generalmente a prestito idee e contenuti politici o sociali da altri e di questi contenuti interessano il loro discorso artistico, mentre gli artisti d'avanguardia sono in grado di elaborare essi stessi un pensiero ed un'"ideologia di riferimento" da portare avanti.

 

Per quanto riguarda l'essere schiavi del postmoderno, le rispondo che è vero, il "postmoderno" in Italia è una sorta di "pantano" dal quale non si riesce ad uscire, anche perché tanti intellettuali nostrani evidentemente non vogliono o non sanno uscirne.


Franciois Lyotard definì il postmoderno come la fine della capacità di ordinare la realtà attorno ad un'ideologia precisa (lui parla di fine delle "meta-rappresentazioni" o dei "meta-discorsi"). Nel '91 Lyotard ha affermato rispondendo a cosa sia il postmoderno: che oggi "non c'è più, non si crede più che ci sia una linea escatologica, un cammino verso un fine. E questo è postmoderno" (da un'intervista alla Stampa, del 14/05/1991).
Tale "condizione" di fine del divenire storico, sorta in seguito alla caduta delle fedi collettive nelle grandi ideologie politiche e/o religiose, mi trova su posizioni di aperto contrasto. La c.d. fine della storia postmoderna è a mio avviso collocabile nel '900 negli anni dell'immediato dopoguerra, all'indomani della fine del conflitto bellico, punto di "arresto" che ha interessato sia l'arte sia il pensiero filosofico, arresto sfociato nel c.d. "pensiero debole" e in un eclettismo minore nel pensiero come nelle arti e nell'architettura.

 

Tale tendenza in mancanza di spinte di superamento o di svolta efficaci e duratura si è poi protratta fino ai giorni nostri. Noi come Poeti d'Azione riteniamo che si possa uscire dal postmoderno riconnettendo il presente alla cesura di allora e proseguendo nello scenario mutato di oggi ciò che allora era in fieri.

Si esce dallo stallo della storia rimettendola in moto.

 

Come può la parola sommuovere l'esistente per modificarlo? In un mondo sempre più banale e prosaico, più la parola andare oltre la semplice descrizione delle cose, per recuperare una dimensione magica ed evocativa?

La poesia per sua natura si contrappone al "mondo sempre più banale e prosaico" di cui lei parla. E' "lo scarto" in avanti e "in alto" del linguaggio che per mezzo del poeta assume valore rigenerante per le strutture logore della lingua e che, sempre per suo tramite, torna a rivestire un ruolo "magico" perché diviene linguaggio "creatore di realtà in atto", fuori da ogni pedissequa mera "rappresentazione" dello status quo.

 

Forma o contenuto: cosa scava più la coscienza dell'Uomo?

Una realtà che non possieda una solida struttura tende a degradarsi, sgretolarsi, scomparire.

Una forma perfetta resiste l'usura del tempo, ma perde forza e significato quando il mondo che la circonda la guarda senza autentica comprensione o come semplice lascito inerte di un passato inghiottito dal tempo.

 

È questo il caso dei resti di civiltà che hanno operato mettendo forma e contenuto sullo stesso piano come gli antichi egizi o la civiltà greca classica.
Per quanto mi riguarda ritengo che solo l'arte che sia in grado di fornire la giusta "forma" ai suoi contenuti possa considerarsi davvero tale e che pertanto possa essere capace di scavare a fondo nella coscienza dell'uomo.


Non è un caso che i testi religiosi di ogni epoca sovente sono scritti in versi. La poesia è la forma-bellezza che assume la bellezza-verità. Questi concetti purtroppo sfuggono a molti docenti, che dovrebbero di insegnare a fare arte alle nuove leve o tentare valutare e dare posizione critica a quanto si produce. I risultati sono gli occhi di tutti: l'inutilità e la non arte.

 

In Italia l'Artista Impegnato appare spesso come il Tartufo di Molìere, pronto a predicare la virtù, per ottenere applausi e prebende, piuttosto che a rimettersi in discussione.

Ciò è dovuto al fatto che il c.d. artista impegnato di oggi è solo la gran-cassa del potere dominante o di una parte cospicua di uno o più "poteri" che ne costituiscono la consorteria corporativa.

Il potere legittima "solo" i propri agenti di propaganda, non chi sia in grado do metterlo in discussione in modo radicale.

 

Come può il poeta d'azione ribellarsi a tale ipocrisia?

Il poeta d'azione tenta altre strade, impervie che risultano essere nel territorio scabroso dell'inaccettabile e del proibito.
La condanna che si trova a subire chi operi in questo modo è la difficoltà ad essere incisivi; in qualche caso anche per non poter accedere direttamente e con facilità alla "spartizioni" dei fondi pubblici per la cultura che sono destinati e ripartiti fra chi non da fastidio a "lorsignori" o da noia solo in apparenza sciorinando le stesse argomentazioni banali e già di pubblico dominio che tanti comici o teatranti blasonati di oggi sciorinano per continuare ad accaparrarsi "la torta" agendo da marionette o scimmie ammaestrate…, ma del resto sono molti anni che esistiamo ormai e non ci lamentiamo per questo.


Come Poeti d'Azione ci troviamo in una posizione limiti e quasi paradossale, perché il nostro dichiarato "antiaccademismo colto" ci colloca ad un tempo fuori dai confini protetti dell'accademia, come lontano dai ghetti dell'underground pretenzioso che si auto ghettizza in nome di una purezza e di un'autonomia falsa.

Noi non facciamo poesia e arte underground ma Poesia e Arte, per questo non abbiamo nessun complesso di inferiorità di natura artistica o culturale.

 

Quanto dell'eredità del futurismo vive nei Poeti d'Azione?

Nella comprensione di come i mezzi di comunicazione di massa siano centrali per la diffusione dell'arte e delle idee e per cambiare il mondo. Per il gusto del "gesto" spesso eclatante. Per la contestazione delle strutture vecchie che impediscono evoluzione, dialettica, ricambio generazionale nel mondo cultural - artistico.

Perché avversiamo un'arte che sia il divertimento o il "vizietto" delle categorie sociali colte, ma altresì la consideriamo lo strumento principe per fare anche politica e vagheggiare la possibilità di una "rivoluzione" estetica, sociale, antropologica.


Tuttavia noi non siamo e non ci definiamo futuristi. Ciò sarebbe falso oltre che ridicolo.

Un conto è riconoscere l'importanza storica del movimento futurista, un altro è avere la pretesa velleitaria e tardiva di volersi dire futuristi oggi a tutti i costi come hanno tentato di fare alcuni, ma con poca credibilità e nessun seguito o incidenza nella realtà.


Il futurismo ha fornito all'Italia e all'Europa un lascito considerevole ed unico nel panorama mondiale, ma dopo le celebrazioni caotiche e non sempre in buona fede dell'anno passato (che, di fatto, celebrando e storicizzando in prospettiva il futurismo, hanno gettato su di esso una sorta di pietra tombale anziché vivificarne i presupposti in un'ottica di proseguimento), dirsi futuristi o neo-futuristi è persino ridicolo.

 

I futuristi stessi se fossero ancora in vita sconfesserebbero certamente i loro tardivi epigoni.

 

Ripeto che il futurismo è un movimento artistico importante del secolo scorso, ma non è l'unico movimento che ci piace e che ci ha insegnato qualcosa e a cui guardiamo. Amiamo, infatti, molto anche teorizzazioni d'avanguardia più recenti, come il Situazionismo ad esempio, che ha fatto comprendere come i mass-media siano i "centri principali di produzione della verità" e della percezione di realtà.


Diversamente dai futuristi poi noi non riteniamo "tutto il progresso" cosa buona e giusta. Sarebbe oggi puerile anche perché la tecnica da sola senza un pensiero di riferimento che la collochi in un quadro più ampio è in grado di produrre danni e disastri in quantità e non mi riferisco solo al disastro ambientale ed umano di Fukuschima, ma alle condizioni stesse di vita e di lavoro degli uomini mutate con l'evoluzione tecnologica.


Noi pensiamo con il regista Alberto Grifi che la tecnologia sostenibile non sia tutta, ma solo quella capace di "liberare l'uomo" e non quella utilizzata per renderlo schiavo, come in molti casi avviene oggi. Del resto che differenza c'è fra un "operaio di linea" degli anni 50/60 che faceva per ore al nastro trasportatore sempre una sola operazione e un impiegato al call-center? E l'uso del PC ha forse migliorato le condizioni di lavoro di un lavoratore interinale al call-center rispetto ad un operario che avvitava solo un bullone quaranta o cinquant'anni fa? A noi sembra che sia proprio il contrario. La tecnologia sta riducendo gli spazi e le distanze fra le persone in molti casi solo virtualmente, per contro potenzia all'infinito le possibilità di "controllo sociale" degli individui da parte dei governi. Carte d'identità dove c'è registrato l'iride del soggetto e tutti i suoi dati. Braccialetti elettronici applicati a uomini in semilibertà vigilata e controllati via satellite.

 

Lo scenario di falsa libertà (solo formale e non sostanziale) dove ci troviamo ora ci fa pensare che questi strumenti elettronici non siano usati sola a nostro favore o per il bene comune.

 

L'Artista può essere ancora uno sciamano?

Lo sciamano è colui che cura i mali del malato prendendoli in se durante la trance sciamanica, ammalandosi in prima persona, lottando poi con essi per sconfiggerli e liberare di essi conseguentemente anche il malato. È colui che sa comunicare e interagire con le forze naturali e gli spiriti e rapportarsi con esse direzionandone l'energia per i suoi scopi. Il poeta autentico è in contatto con una sfera inconscia e ultrasensibile, quella che porta all'agnizione, alla soluzione dei problemi, e ad una sorta di chiaroveggenza.

 

In quest'ottica ancora forse "romantica" che io non voglio abbandonare per cadere in un materialismo che pretenda di aver dato risposta ad ogni mistero, rispondo di sì. Il poeta può essere sciamano, taumaturgo, magista, e anche "vate", ma tenendo sempre conto della realtà di oggi e quindi in modo attuale.

 

Una volta ha definito la pittura finita negli anni Settanta, incapace di entrare in contatto con le suggestioni dell'ambiente circostante... E' rimasto di quest'opinione? In tal caso, come può la pittura uscire da questa sua afasia?

Mi interesso di arte a 360 gradi e quando parlo di arte non mi riferisco come vuole il pensiero comune esclusivamente alla pittura da cavalletto e alla scultura museizzata. La poesia rientra nell'ambito dell'arte a pieno titolo ed è una delle forme d'arte più sublime e completa. Ha la capacità di contenere colore, forma suono e pensiero in un'inscindibile unità.

 

Il discorso che io ho avviato in ambito principalmente poetico e letterario, ma che abbraccia anche le arti visive e plastiche mi piacerebbe che fosse affrontato anche da coloro che si interessano solo di pittura, di scultura, di arti visive e plastiche in generale.

 

Purtroppo questo discorso mi risulta assente dai loro dibattiti e interessi. Asserire ad esempio che l'opera del genio Piero Manzoni "Merda d'artista" sia un vero e proprio spartiacque dopo il quale gli artisti si sono trovati come privi di un ruolo preciso in seno alla società nella quale operavano, mi sembra un tema importante da affrontare e sul quale discutere.

 

Che gli artisti di oggi perduta ogni connotazione ideologica siano scivolati nell'assenza generalizzata di idee e di pensiero mi sembra sotto gli occhi di tutti. Ma quei tutti che se ne sono accorti non sembrano ritenere negativo che l'arte sia ridotta solo a segno fra i segni. In un saggio di Bonito oliva si parla dell'arte americana come semplice segno e dell'arte europea come arte ideologica e quindi di contenuto.

 

Credo che una forma d'arte antichissima e già praticata dall'uomo preistorico come la pittura, possa uscire dall'afasia di oggi solo tornando a dire cose importanti sia in ambito estetico, creativo, che etico. Possa Divenire "agente critica" nella realtà senza continuare a subirla supinamente in ossequio alle tendenze correnti acclarate, agli standard insegnati nelle accademie e superando anche l'individualismo monadico che mai come oggi sembra essere il segno distintivo degli artisti visivi che operano attualmente e che poi spesso ti accorgi che pur separati gli uni dagli altri ripetono gli stessi abusati temi e stilemi.

 

L'Arte digitale invece ha la capacità di dialogare con il Mondo? Oppure anch'essa corre il rischio di cadere in una manierismo compiaciuto, incapace di incidere sull'Uomo?

Ogni "tecnica" artistica ha intrinseci i suoi limiti e le sue potenzialità. Ogni mezzo se esso stesso è o diviene fine di se stesso rischia di essere esso stesso il messaggio come voleva Mecluan. Il rischio è questo e non è il messaggio (forma+contenuto) ad essere il rischio. Bisogna capire come utilizzare dei mezzi piuttosto di altri. Quali di questi mezzi (che permettono ad esempio di lavorare anche su supporti non più fisici) siano capaci, grazie alla realizzazione pratica della "riproducibilità tecnica" che fornisce il mezzo elettronico, di essere maggiormente incisivi e utili all'arte di oggi.


Ciò che potrebbe fare la differenza oggi è la "simultaneità" della diffusione di un opera elettronica. Già oggi in ogni caso la maggioranza delle persone ha raffigurata nella sua mente la "Gioconda" di Leonardo come rappresentazione televisiva, o riproduzione fotografica del quadro della gioconda e non come memoria del quadro dipinto e visto direttamente all'Louvre a Parigi. Il simbolo "Gioconda" e la sua percezione collettiva è stata resa possibile grazie alla riproduzione mediatica della stessa e non alla visione diretta del quadro.

Questo in epoche passate non era possibile.


Dei quadri proiettati su un muro o visti in una rivista patinata, possono anche far sembrare meno belli quelli reali una volta visti dal vero. Viviamo in una società di "rappresentazioni di rappresentazioni" dove anche "il vero è un momento del falso" come diceva Debord ne "La società dello spettacolo", ma questa è la realtà di oggi. Quella televisiva, come quella che viaggia su internet e sui social network.

Dobbiamo solo prenderne atto e farla nostra volgendola a nostro favore.

 

Quali sono le analogie e le convergenze tra il processo creativo artistico e quello letterario? La civiltà digitale potrà colmare il gap tra questi due modi di raccontare il mondo?

Sarebbe bello se molti maestri d'arte contemporanei facessero lo sforzo intellettuale di dialogare con i loro fratelli poeti e narratori in un'ottica - perché no - anche "movimentista" che fosse stimolo di dialogo e crescita reciproca.

 

Ciò oggi avviene molto di rado. Per contro gli artisti che si ispirano alla letteratura purtroppo (non ne conosco molti in verità) fanno operazioni di "recupero" che si limitano alla citazione o illustrazione dei soliti classici della letteratura, forse per incontrare più rapidamente i favori del pubblico e quindi del mercato.

 

Oggi si espone ogni cosa e si vuole far passare tutto per arte "magicamente" per mezzo della semplice esposizione. Pertanto mentre Marcel Duchamp affermava che fosse la volontà dell'artista apponendo sull'opera la sua firma, ad attribuire "funzione di arte" ad l'opera stessa, io sostengo che nell'era della "business art" attuale, l'arte sia la galleria stessa che espone e non l'opera esposta.

 

Perché oggi è questa e solo questa a conferire la "funzione" estetica ad un qualsiasi oggetto esposto. Pertanto sono gli stand della Biennale ad essere l'opera esposta e non quello che vi si trova. Quindi anche il pubblico che transita nei padiglioni diviene parte dell'evento estetico e quindi opera d'arte.

 

Siamo giunti ad una situazione paradossale.


Potrei come atto estremo proporre ad un gallerista di "esporre una galleria". Dopo l'opera sia questa e lo spazio resti vuoto. Credo che oggidì nessuno protesterebbe o griderebbe allo scandalo.

 

Progetti per il Futuro? Potrà esserci una nuova convergenza tra Immagine e Parola, Letteratura ed Arte?

La sfida delle nuove tecnologie digitali e del web è quella di fornire i mezzi per far convergere le arti in un discorso o in un'opera comune capace di comprenderle facendole interagire col pubblico.

 

Mentre la "computer-art" non è dissimile dall'arte visiva tradizionale dove c'è un creatore che ha prodotta la sua opera in un tempo precedente, e dei fruitori che in un tempo successivo la recepiscono, nelle sperimentazioni più avanzate il coinvolgimento del pubblico nella fruizione dell'opera è concreto.

 

Per fare un esempio ho lavorato ad una videoinstallazione-palcoscenico gestita interamente da un computer grazie ad una applicazione programmata in linguaggio C. Sia la musica che la scenografia erano generate dal Computer in base alla rielaborazione di stimoli ambientali. Si è trattato, per mezzo di algoritmi di calcolo di elaborare e proiettare immagini e generare della musica in precedenza non presenti come opera registrata o memorizzata in precedenza, ma generati in tempo reale per mezzo dell'interazione della "macchina" con la mia voce e con il pubblico presente.

 

Il pubblico vedeva proiettato sullo sfondo delle immagini che variavano in base essenzialmente a due parametri, l'intonazione e il ritmo della mia voce recitante e il movimento del pubblico che era rilevato da una web-cam che ad intervalli logaritmici casuali catturava e ritoccava sempre in modo casuale, ma secondo dei parametri decisi dall'artista-programmatore le immagini acquisite per poi improvvisamente farle apparire nella sequenza di quelle già presenti. La mia voce era commentata da una musica sempre ri-elaborata in base al mio imput vocale.

 

In questa "opera aperta" sempre differente, in parte gli autori sono coloro che hanno fornito le immagini di base, io che recitavo dei testi da me composti e che avevo ideato la performance, il pubblico presente che poteva col movimento lasciare traccia di se nell'opera, il programmatore-artista e il calcolatore elettronico.

 

Realizzare questo tipo di esperienze è abbastanza complesso, ma vale la pena sperimentare in questa direzione l'uso dei mezzi che l'elettronica e l'informatica ci mettono a disposizione oggi.

 

Credo sia una strada ancora poco praticata, ma da proseguire anche per colmare il dissidio fra arte e tecnologia, dissidio che in un periodo come il rinascimento non c'era, ma che con Boudleare e il romanticismo è comparso allorché la tecnologia è stata vista come un pericolo e un asservimento dell'uomo alla macchina e non come la possibilità di un potenziamento e una liberazione.

 

Liberazione dalla fatica, dal lavoro e dai limiti fisici e spazio-temporali dell'uomo. Ovviamente io non propendo per un'arte e per una poesia generate da un computer. La poesia e l'arte si possono continuare a produrle come si vuole, ma la tecnologia deve essere vista come un'alleata che ne potenzi le possibilità di fruizione e diffusione presso un pubblico nuovo e più vasto.

 

Il Web permette oggi la riproduzione in tempo reale in tutto il mondo di un opera nel momento della sua creazione, permette l'interazione fra artisti. Permette all'arte di esistere anche fuori dalle gallerie e dalle Biennali perché sia come vogliono le avanguardie "realtà in essere" e non rappresentazione o elucubrazione destinata esclusivamente ad una elite di specialisti.

 

In ogni caso vorrei tranquillizzare chi ama la poesia come la conosciamo e come ci è stata tramandata dalla tradizione letteraria. Perché questa non è destinata a scomparire. Non sono uno di quelli che chiamano poesia ad esempio la "poesia visiva" o la "poesia sonora" che sono altro e appartengono più all'ambito della performance o delle arti visive che alla poesia in senso stretto. Ritengo altresì che la lettura "silenziosa" del testo poetico nella nostra letteratura sia imprescindibile perché la poesia nella nostra tradizione è prettamente "testuale" da Dante in poi.


La poesia contiene elementi di fruizione legati al significato manifesto, elementi fonici, elementi strutturali e la parola poetica come sappiamo è al contempo connotativa e denotativa.

Inoltre il significato del testo poetico nel suo insieme e nei suoi passaggi intermedi, varia al variare dell'approccio al testo stesso, alla disposizione d'animo del lettore in quel momento e muta sempre durante il suo approfondimento con le riletture successive.


Per far capire meglio la mia posizione in merito all'oralità del testo poetico voglio dire che io opero su due piani. Uno è quello di scrivere come tutti i poeti e con gli strumenti dei poeti, quindi operando "nella lingua" e producendo e consegnando i miei scritti ai lettori nella forma scritta-testuale, mentre l'altro è quello del poeta-performer, del poeta-attore, del poeta-impegnato, del "poeta d'azione".


Opero da poeta d'azione prelevando i miei testi dal loro supporto cartaceo e li animo, gli fornisco una vita "autonoma" rispetto alla loro destinazione iniziale, ma resto sempre cosciente che la poesia "detta" in un reading o recitata in un teatro o in una performance, sia qualcosa di altro rispetto alla fruizione silenziosa e riflessiva della lettura.

 

Quando si recita un testo poetico della nostra letterata, il pubblico non vede gli spazi bianchi fra i capoversi, la lunghezza dei versi, la punteggiatura, la disposizione delle parole nella pagina e tutto questo viene a mancare.

 

La performance poetica o il pubblico reading si possono considerare "un momento" della fruizione-comprensione del testo poetico, ma non ne possono mai sostituire la lettura e la "ruminazione" silenziosa. Chi ritiene che la poesia recitata e la poesia scritta siano equiparabili è un ingenuo. Non a caso i cultori di poesia autentici la poesia la leggono ancora a casa propria nel chiuso della propria camera.

 

Maestro, un'ultima domanda. Lei ha affermato nel corso dell'intervista che la poesia è una "forma d'arte". Cosa rappresenta quest'arte per lei, nella sua vita.

La poesia, ribadisco, è arte, ed è l'arte somma, perché ha la prerogativa di contenere in se tuttle le altre arti.

Che cos'è per me l'Arte?

L'Arte è la mia religione e la mia "mistica".

 

 


Link correlati / Bibliografia

 

Sito Ufficiale del Movimento Poeti d'Azione fondato da Alessandro D'Agostini

http://www.poetidazione.it/

 

Definizione di Poeta d'Azione 05 Febbraio 2010

http://www.poetidazione.it/contributi/TEORIA/definizione_di_poeta_d_azione.html

 

L'essenza del concetto d'Avanguardia nell'Arte. Di Alessandro D'Agostini 10 maggio 2001

http://www.poetidazione.it/teoria/saggi/essenza_avanguardia/index.htm

 

Poesia, Azione e Magia. Di Alessandro D'Agostini 23 Novembre 2005

http://www.poetidazione.it/teoria/articoli/poesia_%20e_magia.htm

 

Lettera ad un amico pittore. Una lucida analisi sulla degenerazione in cui si trova
il mondo della poesia e della pittura attuali. Di Alessandro D'Agostini 28 Settembre 2008

http://www.poetidazione.it/teoria/articoli/lettera_ad_un_amico_pittore.htm

 

La condizione postmoderna. Jean-François Lyotard (Versailles, 10 agosto 1924 – Parigi, 21 aprile 1998) Feltrinelli nel 1981

 

L'Arte moderna. 1770-1970 - L'Arte oltre il Duemila - Giulio Carlo Argan, Achille Bonito Oliva - Sansoni, 1991

19/09/2011

Alessio Brugnoli

brugnolialessio@gmail.com

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