Siamo come nani sulle spalle di giganti, così che possiamo vedere più cose di loro e più lontane, non certo per l'altezza del nostro corpo,

Origini: la Digital Art e l’eredità del Novecento

Nel mio ufficio, sulla scrivania, tra piramidi di documenti, ricordi di viaggio ed un pupazzetto che dovrebbe simboleggiare il sistema operativo Android, vi è una targa, con sopra scritto la famosa frase di Bernardo di Chartres

 

"Siamo come nani sulle spalle di giganti, così che possiamo vedere più cose di loro e più lontane, non certo per l'altezza del nostro corpo, ma perché siamo sollevati e portati in alto dalla statura dei giganti"

 

Una lezione di umiltà ed un monito a ricordare che qualsiasi idea o concetto, anche quello a prima vista più innovativo o di rottura, ha tanti padri e lunghe radici. Non nasce mai dal nulla, ma è figlio della Storia, sia dell’Individuo, sia del Contesto in cui questo vive.

 

Nel caso specifico dell’Arte Digitale, i suoi padri possono essere ricondotti a quelle che secondo la mia personale opinione costituiscono i più importanti movimenti artistici del Novecento: il Futurismo e la Pop Art.

Perché il Futurismo? Il discorso è lungo è complicato, ma per non annoiare troppo il lettore, cercherò di sintetizzarlo al massimo. La Cultura Italiana, figlia non del popolo, ma di gruppi di potere, ha il pessimo vizio di volersi isolare in una torre d’avorio, considerandosi al di fuori del Divenire e della consapevolezza della tragedia del vivere.

Una realtà autoreferente, a cui Marinetti ha cercato di reagire, con la sua mitologia della Macchina, della Teknè e dello Slancio Vitale.

 

Le macchine, gli oggetti, non esistono in sè, ma son frutto dell'Azione Umana. Nella storia del pensiero, a causa del Platonismo, si è spesso demonizzata la Tecnica. Se il Mondo è pallido riflesso delle Idee, a che serve dargli forma, se non a testimoniare l'orgoglio luciferino dell'Uomo?

 

Un’idea che per un verso o per l’altro continua a sopravvivere tra i filosofi e gli intellettuali italiani: il caso più eclatante è quello di Emanuele Severino, in cui la Tecnologia è demonizzata come strumento supremo del Nichilismo, la disperazione che nasce da quella secondo lui è falsa consapevolezza che cose e gli enti siano mortali, ovvero che l’essere possa non essere, ed uscire e rientrare nel nulla.

Se ogni essere può essere prodotto o annientato, allora questo è il principio della potenza estrema, perché è estrema la distanza da coprire tra l’essere e il nulla. La Tecnologia che produce oggetti è quindi espressione sintetica di tale principio

 

Il Futurismo rinnega questa tesi. O meglio va oltre quella che Heidegger chiama intepretazione funzionale dell Tecnica, il considerarla esclusivamente l'insieme degli strumenti e delle procedure con i quali gli esseri umani perseguono i loro scopi e costruiscono il loro mondo.

Al contrario, la Tecnica è disvelamento dell'Essere; l'azione dell'Homo Faber, dando senso e forma, scopre il vero significato delle cose, nascosto dalle apparenze.

 

Nell’Umanesimo l'uomo esiste come soggetto pensante solo se contrapposto alla Realtà circostante, generando l’attività consistente nel rappresentare, l’anticipazione mentale delle condizioni che rendono possibile a qualcosa di rivelarsi per quello che è.

Tale principio vale anche nel Futurismo, con la differenza che la condizione per il manifestarsi dell'ente non è più l'essere, ma il progetto matematico dell'uomo. In questo modo il soggetto non solo diventa condizione delle rappresentarsi dell'ente, inteso come oggetto posto-di-contro, ma se ne assicura l'accadimento, lo genera con la rappresentazione anticipata delle condizioni che ne garantiscono l'essere.

 

Si realizza così il dominio dell'ente ad opera dell'uomo

 

Ciò vale soltanto nel Kosmos, non nel Caos; se il Mondo non è prevedibile, come afferma la matematica e la scienza moderna l’ordine non deve essere scoperto, ma costruito. A ciò serve la Teknè, sforzo dell’Uomo sul Reale.

Questo sforzo, la sfida al Limite, sostituisce nel Futurismo all'Armonia la Tensione. All'Oggettività, la Fame di Vita. Alla Razionalità, l'Istinto. Alle forme chiuse, quelle vive e mutevoli. Alla Contemplazione, l'Azione.

 

L’Arte Digitale ha preso in carico tale eredità: la Teknè non è semplice stumento per raccogliere, creare o modificare immagini, ma principio di interpretazione e di analisi dell’Uomo. Seziona la sua identità, evidenziando il dramma connesso al suo vivere e crea connessioni e legami tra enti a prima vista sconnessi, generando un linguaggio, ampliando l’Orizzonte dell’Umano, per includervi l’artificiale ed utilizzar questo come portatore di nuovi significati.

 

Proprio la scelta del linguaggio costituisce il legame tra Pop Art e Arte Digitale. Paradossalmente, se il Futurismo è l’incunabolo della avanguardie del Novecento, la Pop è un movimento conservatore e di riflusso.

Perché riprende l’idea rinascimentale che il mondo sia specchio dell’Uomo, che la rappresentazione del Mondo aiuti a conoscere se stessi e viceversa.

 

Cos’è però il Mondo? L’insieme di simulacri, oggetti, che veicolano storie e simboleggiano concetti: se sino all’Ottocento, questi contenuti erano tratti dalla Store e della Religione, nel Novecento non è più così.

Il Messaggio non è più figlio della Cultura, ma della Pubblicità. Non ha più l’ambizione dell’Eteno, ma è consapevole della sua transitorietà. Non è più orientato all’Etico, ma all’Economico.

 

L’Arte Digitale, come la Pop Art, crede nella rappresentazione del Mondo, lavora sugli sugli stessi simulacri e messaggi, ma contemporaneamente li amplia: figlia della contemporaneità, al mondo degli oggetti affianca quello dei media, dalla letteratura di consumo ai video giochi.

Perché gli artisti che la praticano sono consapevoli di una grande verità: ciò che sopravvive al Tempo non sono gli oggetti o le rovine, ma le leggende ed i miti.

26/06/2011

Alessio Brugnoli

brugnolialessio@gmail.com

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